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Compagna: «E’ nel regionalismo il virus che condanna Sud e Nord all’incomunicabilità»

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L’intervista a Luigi Compagna, ex senatore con un passato nel Partito Repubblicano e da sempre attento studioso e osservatore dei problemi del Mezzogiorno, docente di Storia delle Dottrine politiche all’Università LUISS di Roma, per una riflessione senza astio sulle contrapposizioni fra le due Italie. Per provare a capire come mai il rapporto fra il Nord e Sud di questo Paese, sia ancora così difficile. Fateci sapere la vostra opinione sull’argomento

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Il regionalismo radice del ‘male italiano’ che condanna il Nord e il Sud a non capirsi. E quindi meglio la Cassa del Mezzogiorno, l’intervento straordinario dello stato unitario piuttosto il sistema delle Autonomie, perchè la Repubblica si era illusa di lasciar sfrenare la ‘bestia delle autonomie’. Luigi Compagna, è convinto che la radice dei problemi e delle incomprensioni tra le due parti d’Italia sia nella nascita del sistema regionale. Anzi, «un fallimento» per lui «l’esperienza regionale che andrebbe rivista alla luce di questi ultimi 50 anni». E’ proprio dall’istituzione delle Regioni che il Sud ne esce, paradossalmente, penalizzato.

Senatore Compagna, qualche settimana Feltri ha parlato di un sottosviluppo del Sud rispetto al Nord. Il nostro giornale ha inteso queste dichiarazione come stimolo per aprire un dibattito. Che idea si è fatto di questa polemica?

«Diciamo subito che esistono dei problemi che risalgono al passato ed è da questi che prende spunto la battuta di Feltri. Ma ritengo che sia andato un pò troppo oltre, esagerando non soltanto nei temi ma anche nelle ragioni di merito. Questo perchè se ripercorriamo la storia d’Italia e quindi di conseguenza anche quella della questione meridionale, intesa come questione nazionale nel senso dato da Giustino Fortunato e inoltre andiamo a vedere tutti i dati, quelli più accreditati sono quelli della Svimez, allora mi sento di dire che al principio degli anni ’70 la forbice tra Nord e Sud si era molto ristretta. Il divario sotto tantissimi punti di vista si era molto attenuato. E’ poi negli ultimi 50 anni che questo si è riproposto con tanta intensità, ma qui Feltri omette un particolare che a mio avviso è un aspetto centrale della storia d’Italia».

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Quale?

«La costruzione dell’ordinamento regionale, cioè quel disordine che ha consentito al Nord e al Sud di dare il loro peggio. E questo ritengo che sia un aspetto che non si può ignorare. Fra l’altro basterebbe dare uno sguardo all’attualità, mi riferisco alle vicende di queste lunghe settimane di Coronavirus, per rendersi conto come purtroppo l’ordinamento regionale, come ho sempre temuto, si è rivelato ‘criminogeno’. Nel senso che l’idea che il diritto alla salute fosse diritto degli italiani ma che la sua organizzazione poi sul territorio, nelle Istituzioni, dovesse essere demandato all’ordinamento regionale. Questa per me è una follia. Sul caso qualcuno potrebbe ritrovare in Senato i miei interventi, le mie proposte, le mie indignazioni contro un servizio sanitario che prevedeva il farmaco cura vita inserito nei prontuari regionali».

Non le sembra contraddittorio ritenere che le Autonomie abbiano aggravato le condizioni del Sud?

«Niente affatto, anzi per stare nel linguaggio di Feltri noi abbiamo attentamente operato a che il divario tra il Nord e il Sud dell’Italia si riproponesse con forza e nei suoi termini peggiori. E vorrei ricordare anche un altro episodio: nel 1992 dopo tante proroghe si decise di abolire l’intervento straordinario nel Mezzogiorno perchè si temeva di uno dei quesiti referendari proposti dal professore Saverio Massimo Giannini. Da qui quell’intervento straordinario del Mezzogiorno che, al di là di quanti luoghi comuni tanto aveva cooperato a ridurre il divario, fu abbandonato».

E perché l’intervento straordinario ha funzionato?

«Perché gestito da tecnici e ingegneri. Insomma, era un modo per tenere lontano il potere locale dalla capacità di dilapidare la spesa pubblica. Cosa che invece non è stata assolutamente fatta con la costituzione dell’ordinamento regionale».

Quindi possiamo ritenere che lo Stato unitario è stato più funzionale allo sviluppo del Mezzogiorno rispetto al regionalismo?

«Direi proprio di sì, ma bisogna fare qualche precisazione e considerazione. La questione meridionale come questione nazionale risale a Giustino Fortunato, al giolittismo. Del giolittismo si possono tratteggiare tutte le colorite storture possibili, penso ad esempio a Salvemini, al ruolo dei prefetti, ma dobbiamo dare atto che la prima industrializzazione del Mezzogiorno d’Italia avvenne in quel periodo. Nitti, l’Ilva, il settore siderurgico, tutti temi attualissimi, risalgono ad allora. Il giolittismo in pratica aveva imbrigliato le autonomie, mentre la Repubblica si era illusa di lasciar sfrenare la ‘bestia delle autonomie’, in particolare quelle regionali. Non solo, abbiamo dato a queste sia un ruolo di legislazione e di programmazione e sia di gestione ed è impossibile che così potesse funzionare. E lo abbiamo visto. Le Regioni sono nel migliore dei casi una fabbrica del nulla. In tal senso vorrei lanciare una provocazione».

Prego…

«Visto che oggi si parla tanto di questioni istituzionali, di questione costituzionale, perché non viene fatta un’inchiesta, un articolo giornalistico (perchè Feltri non manda un suo inviato) nella Conferenza Stato-Regioni? Organo presieduto dal presidente del Consiglio dei ministri».

Converrà però che se il regionalismo ha allargato la forbice tra Nord e Sud è anche per colpa degli amministratori locali, di chi governato al Sud…

«Non c’è dubbio, ma questo problema era già visibile e vistoso ai tempi del giolittismo. Noi pensavamo che la democrazia lo avrebbe medicato, ma è stato tutto il contrario. Nel 1992 noi decidemmo di copiare il sistema francese, quello del sindaco eletto dal popolo e contestualmente sopprimemmo di fatto il ruolo del Consiglio comunale e degli stessi consiglieri. Dobbiamo prendere atto che questo sistema è fallito. Ad esempio in una catastrofe come Roma sarà naturale nel corso della prossima campagna elettorale attaccare la Raggi, ma quello che manca a Roma è la democrazia, il Consiglio comunale».

Rimpiange i vecchi Consigli comunali?

«Se andiamo a fare la storia durante la ‘gloriosa’ partitocrazia, che cosa erano i Consigli comunali di Milano, Roma e Napoli se non fabbriche di parlamentarismo e di parlamentari? Questo per dire che ogni sistema ha una sua storia di cui bisogna in qualche modo tenere conto. Anzi ricordo un particolare: proprio in quel periodo fu eliminato l’intervento pubblico, l’Iri, le partecipazioni statali. Il volenteroso presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi a un certo punto dinanzi al problema di dove sistemare gli aeroporti, che erano a partecipazione statale, a chi li diede? Agli enti locali. E’ evidente che non può funzionare così. In termini di classe dirigente non è che dagli Enti locali, basati su una specie di presidenzialismo all’italiana, possa nascere classe dirigente. Questo è ridicolo. Nasce, piuttosto, una partitocrazia ancora peggiore di quella di prima».

Se il regionalismo è fallito, qual è l’alternativa? Riformarlo?

«Diciamo subito che una speranza ordinata di ordinamento regionale lo abbiamo avuta al principio del centrosinistra, negli anni ’60, con i Comitati regionali per la programmazione economica. A tal proposito c’è un libro significativo di un collega senatore scomparso, Giorgio Ruffolo, “L’Italia troppo lunga”, in cui dice ‘che bella cosa che erano le Regioni in cammino, che delusione le Regioni realizzate’. Detto questo, a parer mio mi sembra che non si è voluto e non si vuole seguire questa via di riformarlo, anche se bisognerebbe riflettere sul fatto che con l’introduzione del regionalismo abbiamo creato qualche cosa che riporta in discussione l’unità d’Italia, perchè crea 21 ordinamenti regionali. Anzi in tempi di ordinamento regionale in cui non abbiamo più i prefetti giolittiani, come boss dello ius decidendi, ci ritroviamo con personaggi molto più estingui, molto più passacarte, molto più burocratici. Per poi invece sentire nella quotidianità dell’azione dei poteri che tutti o quasi tutti hanno nostalgia di prefetti che non siano soltanto dei passacarte».

Possiamo allora dire che sarebbe necessario un pò più di centralismo e meno di regionalismo?

«Beh sì e a proposito di centralismo stiamo attenti perchè oggi esiste un altro tipo di centralismo, regionale soffocatore dei Comuni. In questa crisi determinata dalla diffusione del Coronavirus abbiamo visto che un tavolo era quello con le Regioni e un altro quello con i Comuni e il pragmatismo, molto spregiudicato, del presidente Conte ha fiutato questo aspetto».

Per concludere senatore, esiste ancora una questione meridionale?

«La questione meridionale ha sempre tanti aspetti diversi e uno centrale. Quando negli anni ’70 il divario in termini di sviluppo si era molto ristretto le avrei detto che i nodi principali erano in gran arte superati, ma restava il destino difficile e complicato di queste due ex capitali, quindi la questione urbana di Napoli e Palermo. Da allora però non si è fatto niente e sono trascorsi 50 anni e quello che è peggio è che l’ordinamento regionale non è in grado di porsi e risolvere questi problemi. Perciò se volessimo seguire Feltri nelle sue battute e se la questione meridionale è ancora attuale dopo 50 anni di ordinamento regionale vuol dire che quell’ordinamento è fallito e bisognerebbe ripensarlo».

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