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Super Sud, un tuffo nella storia: l’industria nel Regno delle Due Sicilie

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Nel 1856, nel corso dell’Esposizione Internazionale, la Conferenza di Parigi assegnò al Regno delle Due Sicilie il terzo posto fra i Paesi più industrializzati del mondo, dopo Inghilterra e Francia. Un risultato, indubbiamente, prestigioso che era, sì, conseguenza della lungimirante politica economica di Ferdinando II, ma affondava le sue origini in due provvedimenti doganali assunti qualche anno prima (il 15 dicembre del 1823 ed il 20 novembre del 1824) da suo nonno Ferdinando I, a difesa dello sviluppo autoctono dell’industria al Sud.

Ancora prima, però, lo stesso sovrano aveva deciso di imporre dazi doganali pesantissimi alle importazioni di prodotti finiti provenienti dall’estero e alle esportazioni di materie prime che avrebbero potuto essere lavorate dalle industrie del territorio del Regno; e al contrario dazi bassissimi sia all’esportazioni dei beni prodotti nel Regno che alle importazioni di materie prime necessarie alle produzioni locali. Il principale e più sostanzioso fatto economico del Regno, soprattutto sotto il profilo delle esportazioni, era rappresentato dall’agricoltura e dalle industrie ad essa collegate. Tant’è che – come riportato da “Cento anni di vita nazionale attraverso la statistica delle regioni” Svimez 1961 – nel 1861 il Sud produceva il 50,4 per cento di grano, l’80,2 di orzo ed avena, il 53 di patate, il 41,5 di legumi, il 60 di olio: tutto grazie al clima che permetteva due raccolti all’anno.

Ferdinando II delle Due Sicilie
Ferdinando II delle Due Sicilie

Decisamente significative, inoltre, le coltivazioni di agrumi in Sicilia nonché quelle dell’olivo in Puglia, prima produttrice olivicola del mondo, con il 10 per cento della produzione locale (ciò anche grazie ad un provvedimento di Carlo di Borbone, che aveva ridotto la tassazione a carico dei proprietari che utilizzavano i propri terreni per la coltivazione dell’olivo, e ad un altro provvedimento del 12 dicembre del 1844 con cui Ferdinando II imponeva la “certificazione d’origine” per l’olio esportato: anche su questo fronte i Borbone, quindi, furono gli antesignani della storia mentre il marchio Doc sarebbe arrivato tantissimi anni dopo). Da aggiungere a ciò anche le fiorenti produzioni della vite, del fico, del ciliegio e del mandorlo.

L’esposizione Universale di Parigi 1856, premia la pasta del Sud, fra cui quelle di Gragnano e Torre Annunziata

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Di questa capacità produttiva dell’agricoltura seppe fare tesoro l’industria agroalimentare meridionale che diede vita ad una sorta di “primordiale” filiera produttiva che, nel 1860, poteva contare su oltre 1000 unità produttive. E fra queste, oltre un centinaio di mulini e pastifici, nella stragrande maggioranza azionati a vapore e con manodopera tutta locale, localizzati fra Gragnano, Torre Annunziata, Costiera amalfitana, Crotone e Catanzaro, che riempivano il mondo (Russia e America comprese) di maccheroni campani: da sottolineare che la produzione di pasta meridionale nel 1856 fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi.

E poi le industrie per la produzione di farine e pasta, quella per la produzione delle conserve alimentari tra cui l’industria per la lavorazione del pomodoro, le fabbriche di liquirizia in Calabria, i confetti di Sulmona, i caseifici che lavoravano latte di pecora ma il cui vanto era rappresentato, allora come adesso, dalla notissima “mozzarella di bufala”, le pizzerie di Napoli e, infine, le distillerie (dieci delle quali dedicate alla produzione della birra) e le tantissime cantine per la produzione e l’esportazione del vino; inoltre persino una società enologica che, oltre a pubblicare un periodico specializzato, si preoccupava anche di raccogliere notizie sui luoghi e sulle estensioni delle vigne, sulle quantità prodotte e, infine, sui sistemi di coltivazione.

Poi, dulcis in fundo, coltivazione e lavorazione del tabacco con lo stabilimento di Napoli che, agli inizi degli anni ’50, occupava quasi 2000 addette ma che, di lì a qualche anno, sarebbero notevolmente diminuite perché sostituite da macchinari moderni e a tecnologia avanzata, ovviamente in rapporto ai tempi.

E in Sicilia 80 stabilimenti per la lavorazione del pescato, poi gli allevamenti di ovini, equini e maiali e l’industria tessile: cotone, lana e seta

Tonnara di Favignana
La Tonnara di Favignana (foto Di Civa61 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20270828)

Ma ieri, come oggi, l’Italia del Sud poteva contare sull’immenso tesoro naturale che madre natura le aveva servito su di un “piatto d’argento”: il mare che, per altro, non ancora inquinato, dava una notevole quantità di pescato. Un’abbondanza che aveva consentito, a sua volta, la nascita di innumerevoli stabilimenti ittici. Nella sola Sicilia era possibile incontrare ben 80 impianti (fra cui le famosissime tonnare di Favignana) finalizzati alla lavorazione del tonno, che veniva pescato con reti speciali e convogliato nella cosiddetta “camera della morte” dove veniva lavorato, e poi gli allevamenti delle ostriche i cui segreti furono successivamente insegnati anche ai francesi.

Infine gli allevamenti. Il Sud primeggiava per quelli ovini, equini e dei maiali. Inoltre, dal 29 settembre all’8 maggio, attraversando i tratturi, le greggi transumavano dall’Abruzzo alla Puglia e il momento conclusivo si consumava nella fiera zootecnica di Foggia alla quale partecipava anche il Re, vestito, però, con abiti popolari. Famosi nel mondo i cavalli allevati nelle tenute reali di Persano e Carditello.

Altro significativo punto di forza dell’economia borbonica era quello legato alla produzione tessile che poteva contare su tre settori di grosso rilievo: quelli del cotone, della lana e della seta. Nel cotoniero primeggiavano gli stabilimenti di Von Willer a Salerno (1.425 lavoratori), di Pelezzano (1.129), della Egg di Piedimonete Matese (2.159) e della Aninis Ruggeri di Messina (1.203).

E se l’area tessile per eccellenza era quella salernitana nei cui stabilimenti erano occupati ben 10.244 addetti e 50.000 fusi, l’industria tessile era distribuita in tutto il territorio del Regno, dalla Valle del Liri (il cui stabilimento principale era quello di Zino che preparava le uniformi dell’esercito) con 12.000 addetti, al circondario di Sora con 32 fabbriche per circa 8.000 addetti: e poi opifici in Abruzzo, Calabria, Basilicata e Puglia. Da ricordare che l’industria del lino campana dava lavoro a ben 100.000 addette con 60.000 telai.

Sarno primo produttore d’Italia di lino, premiata all’Eposizione italiana di Firenze nel 1861

Lo stabilimento tessile di Sarno fu premiato all’Esposizione italiana di Firenze nel 1861, come il principale produttore di lino d’Italia. Nonostante, però, le numerose filande della Calabria (maggiore produttrice di seta grezza), della Lucania e dell’Abruzzo, la produzione di seta incideva soltanto per il 17 per cento nella produzione complessiva della Penisola. 600 addetti e 210 telai (130 per la seta e 80 per il cotone): questi i numeri dell’opificio di San Leucio, in provincia di Caserta, voluto nel 1789 da Ferdinando IV di Borbone.

Esso riuniva al proprio interno tutte le fasi della lavorazione della seta: la coltivazione dei gelsi, gli allevamenti del baco da seta, la lavorazione e la produzione di un prodotto finito di elevatissima qualità ambìto da tutte le principali corti Europee.

L’opificio, governato da uno Statuto dettato personalmente dal sovrano, rifinito da Ferdinando Galiani, Gaetano Filangieri e Mario Pagano, e ispirato alle idee illuministe di Rousseau, fu apprezzatissimo in tutta Europa per i suoi princìpi informatori e per quella sorta di società di uguali che esso delineava: assicurava, infatti, a ogni membro della comunità casa, strumenti di lavoro, assistenza medica, istruzione obbligatoria per tutti i bambini di oltre 6 anni, pensioni d’invalidità e di vecchiaia, mezzi di sussistenza per le vedove e gli orfani dei lavoratori.

Qui anche il vestiario era uguale per tutti gli addetti, compreso il sovrano quando vi si recava. E tutto questo con decenni d’anticipo sulle prime leggi inglesi sul lavoro. Da qui la definizione di “Repubblica socialista” di cui San Leucio fu gratificata decenni dopo ed il riconoscimento di “novello nume, nuove leggi detta”, coniato per Ferdinando IV da Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della Repubblica Napoletana.

A Pietrarsa dal 1840 la più grande azienda metalmeccanica d’Italia

L’opificio di Pietrarsa (fonte fondazionefs.it)

Altro elemento trainante dell’economia del Regno delle Due Sicilie era rappresentato dall’industria metalmeccanica e siderurgica. Nel primo comparto operavano un centinaio di aziende, 15 delle quali davano occupazione a più di 100 addetti e 6 a più di 500, mentre a Pietrarsa era in attività, sin dal 1840, la più grande industria metalmeccanica d’Italia.

Quest’ultima dava lavoro a circa 1.050 operai: 820 “artefici paesani” con le qualifiche di disegnatori, modellatori, cesellatori, tornitori, limatori e montatori, e 230 “operai militari” che occupavano una caserma all’interno della fabbrica. Era estesa su 34.000 metri quadrati e produceva torni, fucine, cesoie, gru, apparecchiature telegrafiche, pompe, laminati, trafilati, caldaie, cuscinetti, spinatrici, affusti di cannone, granate e bombe, locomotive e vagoni: inoltre era la sola in Italia in possesso delle tecnologie in grado di produrre binari ferroviari.

La sua inaugurazione precedette di ben 44 anni quella della Breda e di 57 quella della Fiat. E nel 1855 fece da modello, anche per i piccoli particolari, alla realizzazione dell’Ansaldo di Genova e del complesso di Kronstadt in Russia.

Sempre a Pietrarsa avevano sede la Zino & Henry (successivamente divenuta Magry & Henry), che produceva materiale destinato ai cantieri navali, macchine cardatrici per l’industria tessile, materiale rotabile per le ferrovie, e la Guppy, seconda fabbrica italiana, specializzata in prodotti per le navi, che fornì il supporto per 350 lampade per l’illuminazione a gas di Napoli che fu la terza città europea, dopo Londra e Parigi, a dotarsi di tale sistema d’illuminazione.

E fu proprio la Guppy, il cui capitale era cresciuto grazie all’ingresso di Giovanni Pattison, a realizzare, su progetto dello stesso neosocio, una locomotiva tecnologicamente all’avanguardia, capace di inerpicarsi su pendii del 2,5 per cento. Da menzionare poi il marchese Ridolfi che, nella sua fabbrica di Caserta, produceva attrezzi agricoli come vomeri, zappe, vanghe ed erpici, e che ideò un nuovo modello di aratro, chiamato “coltro toscano” ed esportato in tutto il mondo.

La Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata

Ma altri insediamenti metallurgici produttivi si segnalavano per la loro importanza: la Real Fonderia di Castelnuovo che con 300 addetti (fonditori, staffa tori, fuochisti e forgiatori) produceva cannoni, fornaci ed altri utensili industriali, la Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata, in vita dal 1759, che produceva, invece, fucili ed armi varie anche di lusso, considerate tra le migliori d’Europa, lo stabilimento Oomens che produceva macchine agricole e tessili, la fonderia di San Giorgio a Cremano, lo stabilimento di Atina e quello della Bayard, società ferroviaria.

A tutto questo si aggiungevano 8 ramerie e 4 ferriere in provincia di Salerno, un centro siderurgico a Picinisco in Terra di lavoro e un altro ad Atripalda in provincia di Avellino.

A Serra San Bruno, in Calabria, il complesso siderurgico di Mongiana

In Calabria, invece, su un terreno di 12.000 metri quadrati intorno a Serra San Bruno, nel cuore delle montagne, operava il complesso siderurgico di Mongiana, nato nel 1768: esso, nel corso degli anni, alla fonderia aggiunse le ferriere di San Bruno, San Carlo, San Ferdinando e Real Principe, distinguendosi come il maggior produttore italiano di materie prime e semilavorati per l’industria metalmeccanica, e dando lavoro ad oltre 2.000 addetti di cui 1.500 diretti e gli altri attivi nell’indotto.

Il ponte sul Garigliano - Super Sud, un tuffo nella storia
Il ponte sul Garigliano

Qui si producevano ghisa e ferro malleabile di prima qualità e da qui partirono le 150 tonnellate di ferro necessarie a realizzare le catene dei ponti sul Garigliano (costruito nel 1832) e sul Calore (costruito nel 1835). Sempre in Calabria operavano altri stabilimenti siderurgici minori (Picciano e Fuscaldo), industrie tessili con oltre 3.000 addetti e con 11.000 telai, poi industrie estrattive come quelle del sale a Lungro con oltre mille operai, della liquirizia, del tannino dal castagno, e ancora industrie manifatturiere, specializzate nella produzione di cappelli, pelletteria, mobili, saponi, oggetti in metallo, distillerie di vino e frutta. Il che faceva della Calabria la seconda regione industrializzata del Sud.

E intanto centri per la produzione di macchine agricole erano ubicati in Puglia, per la precisione a Lecce, Foggia e Spinazzola. E aziende di piccole e medie dimensioni erano sparse su tutto il territorio del Regno. Fu tutto ciò che, anni dopo, consentì all’Alianello di sottolineare che «in quel tempo delle due uniche zone industriali d’Italia, il Piemonte e il Napoletano, il Regno di Napoli era incontestabilmente il più florido».

E Napoli, con 113 tipografie pubblicavano oltre un centinaio di giornali e decine di riviste e 400 libri all’anno

In quell’epoca Napoli era tutto un fervore culturale, un ribollire di idee, di progettualità e di proposte. Tant’è che nel suo territorio si pubblicavano oltre un centinaio di giornali e giornaletti e decine di riviste scientifiche, culturali e specializzate. Solo a Napoli operavano ben 113 tipografie, che, con quasi 3.000 addetti, pubblicavano ben 400 libri all’anno: cosa che per l’Italia del tempo rappresentava un record inavvicinabile. Tutto questo era reso possibile anche dalla presenza sul territorio del regno di ben 200 cartiere: fra esse quella di Fibreno, la più grande d’Italia ed una fra le maggiori d’Europa, che occupava 500 persone e produceva cartoni, carta bianca e da parato.

Poi le cartiere della costiera amalfitana i cui addetti avevano appreso, per primi, i segreti della carta e del suo uso dagli arabi. Infine le cartiere del Rapido e della Melfa e quella della Valle del Liri che, con le sue 9 unità produttive ed un giro d’affari di 900.000 ducati, rappresentava l’eccellenza del settore sia per la qualità del prodotto che per le tecniche e i macchinari utilizzati nella lavorazione, frutto anche dei notevoli investimenti effettuati nel corso degli anni.

Di un altro comparto trainante, però, occorre parlare. Napoli, Castellammare, Tropea, Teramo e Puglia: era questo il pentagono d’oro della industria conciaria del Regno delle Due Sicilie. Complessivamente 51 aziende che, oltre a produrre finimenti per cavalli e carrozze, sellerie e stivali, suole per scarpe e cuoi di lusso, che poi venivano esportati nei principali paesi europei e in America, perfezionavano anche i cuoi esteri che arrivavano nel Regno per la finitura definitiva.

Ma il prodotto di punta, come si direbbe oggi, era rappresentato dalla produzione dei guanti, prodotti in quantità notevole: ben 5 volte quelli realizzati a Milano, Torino e Genova, sommati insieme. Dalle bottega dei guantai meridionali, intorno al 1855, uscivano ben 700.000 paia di guanti all’anno. Solo l’Inghilterra ne produceva di più. Attività che nel 1860 arrivò addirittura ad 850.000 paia annue. Un’industria, all’epoca, assolutamente competitiva, perché i guanti prodotti, oltre a costare di meno, erano reputati i migliori d’Europa e per questo esportati dappertutto, persino in Inghilterra che pure era da sempre la patria dei guantai.

E per proteggere l’industria del corallo, Ferdinando IV fede redigere il codice corallino

Ed eccoci al corallo. Quaranta fabbriche, per 3.200 lavoratori, una fiera internazionale specializzata e meta preferita dai compratori e dagli estimatori stranieri di questo prodotto: per difenderne le ragioni Ferdinando IV fece redigere da Michele de Jorio, autore del “codice di navigazione” e “La Giurisprudenza del Commercio”, un apposito “codice corallino”. Anzi, per cancellare lo strozzinaggio e rendere più agevole ai produttori l’ottenimento del credito, volle la nascita di un’apposita “compagnia del corallo”.

Insomma: uno scenario assai articolato quello dell’industria corallina nel territorio borbonico, caratterizzata anche dalla varietà di colori del prodotto: bianco marmo, rosso, nero d’ebano e altri. Tra i più ricercati i coralli pescati nel mare di Trapani, della penisola sorrentina e di Capri. L’uso era finalizzato all’oreficeria e all’ornamento di arredi e oggetti sacri. Le fabbriche sorgevano un po’ dappertutto ma le più rinomate furono quelle di Torre del Greco, notissime ancora oggi, e di Napoli.

Museo di Capodimonte
Il Museo di Capodimonte (foto Facebook Museo di Capodimonte)

Un capitolo prestigioso: la fabbrica di porcellane di Capodimonte, da cui l’attuale museo omonimo, rappresentava all’epoca dei Borbone la punta di un iceberg di oltre 500 aziende di ceramica e materiali edili. Tra i prodotti, ad esempio, anche le famosissime, ancora oggi, piastrelle smaltate di Vietri sul Mare: gli addetti erano ben 36.000.

Ebbene, se è vero com’è vero, che gli anni del Regno delle Due Sicilie furono contrassegnati da guerre, rivolte e sommosse, culminate con la Repubblica Napoletana nel 1799 e la successiva restaurazione, non si può certo dire che la vita dei Borbone sia stata piatta e sciapida, senza bagliori di fuochi, luci, colori e sale. E non solo in senso metaforico, ma anche materiale: anzi, tra le zolfare e le saline siciliane e pugliesi, di questi prodotti il territorio dell’Italia del Sud era così ricco da rifornire il mondo intero.

A Napoli e in provincia, inoltre, operavano svariate industrie per la produzione di amido, cloruro di calce, acido nitrico, muriatico e solforico, nonché di colori. E fiorente era la lavorazione delle risorse del sottosuolo come lo zolfo, il ferro, il bitume, il marmo, la pozzolana ed il carbone, tutte sfruttate in maniera intensiva ed industriale per la produzione, ad esempio, delle candele e dei fiammiferi.

Teatro San Carlo
Il Teatro di San Carlo

Le candele napoletane, in particolare, erano trattate in maniera tale da dare una luce vividissima, non tremolante e, soprattutto, senza fumo: e proprio per quest’ultimo motivo furono utilizzate anche per l’illuminazione del Teatro di San Carlo. Prodotti all’avanguardia, quindi, resi possibili soprattutto dalla notevole produzione di zolfo siciliano che nella prima metà dell’Ottocento copriva il 90 per cento della produzione mondiale e che, con le sue 134 zolfare attive, nel 1836 assorbiva il 33 per cento degli addetti di tutta l’industria estrattiva italiana.

Ma se, con le loro zolfare, Sicilia e Puglia coloravano e riscaldavano la vita del Regno, erano sempre esse che, con le loro saline, davano sapore alla minestra dei Borbone e non solo. Ben 31 di queste erano localizzate nel bacino di Stagnone antistante Trapani e operavano grazie all’apporto di centinaia di mulini a vento, forniti di sei pale in legno di tipo olandese: per la quantità di sale prodotto annualmente, 110mila tonnellate, erano considerate le più importanti d’Europa.

Ciò nonostante, però, i sovrani napoletani a queste preferivano quelle pugliesi, ritenendole “la perla della loro corona”. Tant’è che da queste parti Ferdinando II era un ospite quasi abituale e, forse nella speranza di dare vita ad una sorta di San Leucio del sale, nel 1847 fece realizzare nella zona di San Cassiano la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia, riempiendola con i lavoratori delle saline e cedendo gratuitamente terreni e risorse per costruire le case popolari: con l’aumento del benessere prodotto dalla saline, in appena 20 anni la popolazione della zona raddoppiò.

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