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Super Sud, un tuffo nella storia: la fine del biennio rivoluzionario siciliano

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Già esistente al momento della rivoluzione, ‘La Gazzetta dei saloni’ riuscì a sopravvivere senza subire particolari danni dal suo passaggio e a restare sulla breccia anche a restaurazione borbonica avvenuta. Merito, probabilmente, del suo direttore ed editore, Salvatore Abate, personaggio dal “multiforme ingegno” e dalla grande capacità di cambiare pelle e convinzione che, all’indomani del ritorno dei Borbone, non ebbe alcuna remora a schierarsi dalla loro parte.

Pubblicità Nco le radici del male

La pubblicazione, nel primo periodo dal 22 aprile al 3 giugno 1848, riuscì a mettere insieme soltanto 7 numeri, dando la sensazione di ispirarsi a princìpi di forte connotazione repubblicana: e ciò, nonostante si trattasse di un foglio di carattere culturale ed economico, con poche concessioni alla politica. Al punto che pur in un momento in cui era ancora viva e rispettata la sacralità dell’autorità monarchica, si permise, addirittura, d’incitare al tirannicidio, affermando il dovere del popolo a rivoltarsi contro il malvagio governo.

Diretto da Giambattista Giordano, ‘L’Argo siciliano’ si fece portatore di una proposta a mezza strada fra la provocazione e la convinzione: l’elezione a suffragio universale di un’assemblea costituente incaricata di risolvere in maniera definitiva la questione istituzionale, con l’obiettivo di arrivare ad una repubblica federale fra tutti gli stati federali, presieduta dal Papa.

In ogni caso, pur propendendo per l’istituzione repubblicana, i compilatori dell”Argo’ apparivano pienamente consapevoli dell’opportunità di accontentarsi, temporaneamente, di una monarchia costituzionale, perché più aderente, secondo loro, ai tempi e alla situazione internazionale.

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Su posizioni analoghe, ‘La Forbice’, diretta da Salvatore Salafia, un giorno sì e l’altro pure sollecitava i politici a mettere da parte gli interminabili e inconcludenti dibattiti di tipo dottrinale e a fare spazio alle questioni concrete e più impellenti, a cominciare dalla difesa delle conquiste ottenute con la rivoluzione. Il tutto a conferma che, malgrado l’entusiasmo per il successo rivoluzionario, non mancava un sano e costruttivo pragmatismo, unito a una reale voglia di libertà politica e al desiderio di una Sicilia europea.

L’Osservatore di Vincenzo Mortillaro, portavoce dell’aristocrazia conservatrice

Chiaramente favorevole alla Repubblica, non quella propugnata dagli altri bensì quella di stampo aristocratico modellata su quelle che in epoca classica e nel medioevo avevano saputo regalare solidità, prestigio e floridità alle nazioni, fu ‘L’Osservatore’, diretto Vincenzo Mortillaro: esso, più che un giornale di politica generale, apparve ai più come il portavoce di quell’aristocrazia che appariva disposta, pur di non farsi da parte e di non rinunciare al suo ruolo di classe dominante, anche a trasformarsi in rivoluzionaria, in maniera da imporre al sollevamento popolare un’impronta essenzialmente conservatrice.

E, proprio in ossequio agli interessi politici dell’aristocrazia, il giornale propugnò un sistema amministrativo capace di dare la massima autonomia possibile a città e comuni, prendendo ad esempio le città-stato greche: ciò, infatti, avrebbe consentito all’aristocrazia e ai feudatari di conservare il potere, limitando allo stesso tempo il potere centrale.

Progressista e antiaristocratico, ‘La Vipera’, diretta da Giovanni Raffaele, aveva come obiettivo, comune per altro alle altre due testate ‘La Forbice’ e ‘Il Fulmine’, quello di stimolare i rivoluzionari più radicali, quelli cioè convinti a non cullarsi sulle onde della temporanea vittoria e persuasi a non preoccuparsi solo di trarne semplicemente dei vantaggi personali, bensì risoluti a puntare sulla difesa dell’isola da possibili e probabili ritorni di fiamma dei nemici della controrivoluzione.

Fu evidente sin dall’esordio che il principale bersaglio del giornale fosse quel Mariano Stabile cui venivano imputate ambizioni dittatoriali, visto che, era considerato da tutti il vero e unico regista della politica siciliana, data l’assoluta debolezza di Ruggero Settimo.

‘La tribuna delle donne’ l’antesignana della questione femminile. Primo giornale femminista della storia

Di tutt’altra fatta ‘La tribuna delle donne’ dal cui nome è facile dedurre che si ponesse come portavoce del desiderio di emancipazione delle donne e, quindi, come il primo giornale femminista della storia, senza essere, però, troppo serioso e pesante. Anzi condusse la propria battaglia «contro i perfidi», ovvero gli uomini, che venivano accusati di snobbarle, ma in tono decisamente scherzoso e assolutamente ridanciano: e in questo stesso modo esso portava avanti la guerra agli oppressori «per rovesciare l’impero che gli uomini esercitarono su di noi».

Dal 21 ottobre 1848 al 2 gennaio successivo, intanto, il panorama giornalistico palermitano si arricchì di un’altra testata molto simile a quella su indicata: ‘La legione delle pie sorelle’. A dirigerla padre Antonio Lombardo delle Pie Scuole, alla guida di una redazione composta quasi unicamente da donne: Rosalia Auteri, Sarina Batòlo, Irene Corvaja, Mariannina de Buzzi, Annetta Rini, Caterina Rossi.

Secondo le intenzioni dei promotori, il foglio si sarebbe dovuto preoccupare soltanto di dar conto dell’attività della istituzione filantropica di cui era filiazione: in realtà sulle sue pagine comparvero anche numerosi articoli di politica, tesi quasi tutti a sostenere i diritti delle donne in politica, ribadendo a più riprese l’esigenza della loro emancipazione dalla ‘tirannide’ maschile.

Il 22 agosto 1848 iniziò le pubblicazioni anche ‘Lo Statuto’, diretto dal catanese Nicolò Musumeci, moderatamente repubblicano, federalista e assolutamente antisabaudo. Non sempre, però, riuscì a muoversi mantenendo una linea coerente al proprio programma.

Sulla stessa falsariga ‘L’Educazione popolare’, bisettimanale diretto dal sacerdote monrealese Pietro Gambino, il cui principale compilatore fu Giambattista Castiglia. Avversò duramente la politica di Carlo Alberto che arrivò a definire «principe senz’anima e inetto» e di Mariano Stabile che dipinse come un personaggio di straordinaria doppiezza, furbizia e scaltrezza, capace di abbindolare chicchessia, al punto da essere riuscito ad insinuare nell’isola una dittatura latente ma evidente, la responsabilità della quale veniva attribuita al Sabaudo per il fatto che, ad un anno dalla rivoluzione, la Sicilia era ancora una regione delusa, «senza pace, senza tranquillità, senza sicurezza, senza governo veruno».

Un posto di riguardo fra i giornali pubblicati in questo periodo occupava certamente ‘La Costanza’ che, in realtà, era il seguito di ‘Vincere o morire’, giornale precedente diretto anch’esso da Giovanni Raffaele. Il primo numero di ‘Costanza’ usci il 14 settembre 1848 e l’ultimo il 25 maggio 1849, ovvero dieci giorni dopo l’ingresso a Palermo delle truppe borboniche. Fu una sorta di sfida alla restaurazione forzata ed indesiderata dai siciliani di cui solo chi non conosceva il carattere del Raffaele avrebbe potuto meravigliarsi.

Giornale schierato su posizioni antiaustriache e antimonarchiche, tant’è che «L’Austria è in Italia la negazione più positiva del diritto popolare, della libertà umana, noi diremo anche della giustizia provvidenziale» e ancora «Fa rabbia pensare che gli uomini del 1848 […] abbiano potuto illudersi e credere che possono esistere re amici della libertà e protettori dei popoli insorti a viva forza, rigenerati contro gli interessi e l’inclinazione dei principi».

Si fregiò di avere fra i suoi principali e più assidui collaboratori personaggi di spicco quali Paolo Paternostro, che cercarono con tutti i mezzi e tutte le forze di conquistargli prima e conservargli poi il ruolo di coraggioso fustigatore della nuova classe dirigente rivoluzionaria la quale continuava a dimostrarsi priva del coraggio indispensabile per voltare definitivamente pagina e per fare della Sicilia uno stato repubblicano, capace di porsi come faro e guida per i paesi del Mediterraneo e dell’Italia tutta.

Tant’è che, di fronte al rifiuto del duca di Genova di cingersi della corona siciliana, il giornale esortò pubblicamente Parlamento e Governo a non attendere più l’arrivo di fantomatici oracoli da Torino e a decidersi nel proclamare la repubblica. Alla ‘Costanza’ va attribuito, inoltre, il merito di essere stato il primo, fra i giornali apparsi in Sicilia nel periodo rivoluzionario, ad avere avuto il coraggio di affrontare la questione dell’abolizione del potere temporale dei Papi.

Il sogno Repubblica e antiborbonico di ‘Il libero monitore’, ‘La propaganda’, ‘La Repubblica’ e ‘La gioventù siciliana’

E mentre il fantasma del possibile ritorno dei Borbone in Sicilia cominciava a prendere corpo, anche in conseguenza del rifiuto da parte del duca di Genova della Corona siciliana e del voltafaccia di Francia ed Inghilterra, con conseguente isolamento internazionale dell’isola, i principali giornali del periodo si schierarono tutti dalla parte della repubblica, in modo persino più radicale di quelli che li avevano preceduti: tra essi ‘Il libero monitore’, ‘La propaganda’, ‘La Repubblica” e ‘La Giovane Sicilia’.

Da qui l’accusa di tradimento della rivoluzione che la stampa siciliana rivolse alle potenze europee e soprattutto ai Savoia. Il che, ovviamente, accentuò vieppiù la sfiducia popolare nei confronti dell’istituzione monarchica. Sicché, Giuseppe Crescenti, su “La Repubblica”, si scagliò contro tutti quelli che riteneva traditori.

«Sappia la Francia, l’Inghilterra, il mondo intero – scriveva – che la Sicilia proclamerà la repubblica […] noi vogliamo un governo democratico bene organizzato; lo Statuto che il Parlamento ha decretato e fondato sopra elementi tutti democratici tratti dalla repubblica degli Stati Uniti d’America; con piccole modificazioni noi cambieremo la nostra forma Monarchica Costituzionale; il nostro Ruggiero Settimo, l’Eroe della nostra rivoluzione sarà il Presidente della Repubblica […]».

Il primo giornale nato in Sicilia nel 1849 fu ‘Il Pensiero della Nazione’. Reazionario e clericale, fu influenzato dagli eventi romani e dalla fuga del Papa a Gaeta. Ma tutti i giornali che videro la luce in questo ultimo scorcio del biennio rivoluzionario, fossero essi reazionari o progressisti, monarchici o repubblicani, apparvero decisamente delusi ed enormemente sconfortati dal comportamento delle potenze europee, a cominciare da Francia e Inghilterra nelle quali avevano riposto grandi fiducie e speranze.

‘La Democrazia’, quotidiano vicino a Giuseppe La Farina, a sua volta si scagliò contro la politica del governo di Mariano Stabile, accusandolo di non essere riuscito a mettere in piedi una vera politica fiscale, di non aver prevenuto disordini e caos amministrativo e, soprattutto, di non aver stimolato la nascita di una leva militare in grado di fronteggiare la prevedibilissima controffensiva borbonica.

Posizione analoga quella de ‘La Luce’, diretta dall’ex ministro delle Finanze Filippo Cordova, che nell’editoriale del primo numero, rivolgendosi ai lettori, si augurava che la «luce tornasse sull’Isola afflitta da le ambizioni, le invidie, le ire […]», evidenziando poi che «La missione di questo foglio periodico è di riparare a questi mali. Esso si propone di giudicare le opinioni, gli atti legislativi e governativi e gli avvenimenti con un’imparzialità che, cento volte promessa, non si ha cuore qui di ripromettere, ma della quale sarà giudice il pubblico».

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