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Me ne frego di Feltri. Che il Sud salvi il Sud e lavori per un grande domani

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Nord Sud
Max De Francesco

Max De Francesco, scrittore, giornalista, editore, bardo. È presidente del gruppo editoriale Iuppiter, fondato nel 2002, in cui passa gran parte della sua giornata esercitando il mestiere di scrivere, comunicare e sviluppare visioni. La sua riflessione senza astio per provare a capire ciò che unisce e ciò che divide il Nord e Sud di questo Paese. Fateci sapere la vostra opinione sull’argomento

Non mi appassiona per niente l’ultima crociata contro Feltri, il cui pendolo del giudizio ormai oscilla tra l’irriverenza e la scemenza. Nell’attuale sospensione del tempo, costretti alla più lunga reclusione domestica del sistema planetario, in un Paese che, oltre alla restrizione della libertà, per decreto ha cancellato in via definitiva il buon senso, del giornalista bergamasco, distributore d’inferiorità, me ne frego come D’Annunzio e Achille Lauro. Restano in ballo sulla mia scrivania un paio di testi che, se avrò voglia, gli spedirò in redazione: la perentoria «Strunzo» del carnale Ferdinando Russo e «Campanilismo» di Raffaele Viviani, il Caravaggio del teatro napoletano, risposte poetiche per chiudere una vicenda priva di reale sostanza. Ciò che mi sta a cuore e a fegato, più del feltrismo e del magliettismo meridionalista, è invece la sorte del Sud, cronicamente alla ribalta nella stagione balneare quando, dopo gli abitudinari bollettini Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, i bagnanti della questione meridionale scendono a mare vestiti di chiacchiere e distintivo. Stavolta per il virus con la corona e la conseguente divisione dell’Italia in un Nord contagioso assai, che disgraziatamente odora di morte, e un Sud resistente, per fortuna, al pandemico nemico, la bagarre tra Madunnina e San Gennaro, nebbia e sole, pil e appeal, s’è anticipata senza aspettare i pedalò, rinfocolando il malanimo di chi vive di vedute corte e pregiudizi longilinei.

Mentre il governicchio delle autocertificazioni è già in ritardo sulla ripartenza e ha evidenziato, in questi mesi di cattività, la sudditanza della politica alla tirannia tecnico-scientifica, la discussione che prossimamente andrà in onda sugli schermi della disunità d’Italia graviterà intorno alla domanda dai cento vaccini: quante (e quali) risorse saranno destinate alla zona rossa nordista e quante (e quali) verranno invece sganciate alla zona gialla sudista? E questo interrogativo salirà disinvolto sul carro degli scombiccheratori di opinioni, in compagnia d’irrisolte questioni e urgenze come la riorganizzazione dell’assetto sanitario nazionale, il sangue che verserà il comparto del turismo, della cultura e dell’intrattenimento, il cinico duello tra Stato e Regioni, il tardivo ritorno a scuola e la necessaria limitazione della didattica a distanza, la lotta vera o la resa incondizionata al vassallaggio europeo, la partita a porte chiuse tra atlantisti e orientalisti, il primato dell’ambiente e la sanificazione dell’anima, la diffusione d’innovativi strumenti di controllo della vita privata del cittadino con il pericoloso ridimensionamento della libertà individuale, la scelta di un nuovo governo della ricostruzione con o senza il voto popolare, l’introduzione di nuove caselle nel !Monopoly del reddito!, diventato il gioco da tavolo preferito dalla conigliesca politica attuale che preferisce investire in sopravvivenza anziché in crescita.

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In questa potenza d’irrisolutezza e nel tormentato ritorno a un’accettabile seminormalità, s’intersecano quei sistemi che, con il proprio modus vivendi e operandi, determinano vita, morte e miracoli del Paese: il Sistema Stato, pavido nel tracciare visioni, animato da convenienze di potere e tornaconti elettorali, resistente alla centralità della competenza, tossico fautore del dominio della burocrazia; il Sistema Banche, nemico pubblico delle idee, ancorato a inamovibili posizioni speculative, così privo di sentimenti e assennatezza da far apparire ancora più stolta la richiesta del premier Conte di «un atto d’amore» nei confronti delle imprese richiedenti un prestito; il Sistema Criminale, tenace come uno scarafaggio con più occhi di Argo, vaccinato a qualunque lockdown, dall’alto potere rigenerativo negli stati emergenziali, campione nel trasformismo illegale e usuraio pronto al commercio delle illusioni; il Sistema Italia Produttiva, motore della Nazione, disperatamente fermo ai box con la sua forza innovativa e lo stellone vincente della tradizione, con il made in Italy, l’artigianato, l’operosità e l’ingegno del già calpestato popolo delle partite Iva, con la preziosa resistenza delle piccole e medie imprese che rischiano di consegnare le chiavi al baratro; il Sistema Italia Fragile, ovvero la periferia dei sogni perduti, il precariato a tempo indeterminato, gli sbarcatori del lunario con i piedi piantati nell’economia sommersa, la “Generazione 800 euro” che può solo programmare i post su facebook, gli emarginati storici e i “nuovi poveri” che, dopo la batosta covid-19, rischiano di essere dieci milioni.

Il drammatico scenario, aggravato dalla paurosa titubanza di chi si è ritrovato a guidare il Paese in questi tempi spaesati, presenta quindi un “sistemone” in tilt, in cui nessuno è pronto a scommettere sul Mezzogiorno. Persino il Mezzogiorno stesso. La parola “desertificazione” comparirà più di prima nei report Svimez e gli snocciolatori di numeri, a suon di grafici, mostreranno come, in un territorio senza grandi industrie e con una fragilità diffusa, l’inevitabile crisi del settore turistico porterà al collasso economico e sociale. Già lo sappiamo. Come già sappiamo che fioccheranno discorsi istituzionali dove i ghostwriter inseriranno la pillolina Sud senza accompagnarla con una terapia strategica di autentico rilancio; già sappiamo che dal codazzo degli annacquatori di mestiere, sentiremo l’inossidabile «hai visto? Ha parlato anche del Sud…», che somiglia maledettamente alla pelosa espressione «nessuno deve rimanere indietro», anche se, nella realtà dei fatti, sono in tanti a restarci a vita. Come già sappiamo che essere nati sotto il cavolo del Meridione non significa in automatico fare del bene alla propria terra pur occupando cadreghe decisionali. Già sappiamo che avere un ministro per il Sud e per la Coesione territoriale, l’invisibile Giuseppe Provenzano, siculo e zingarettiano, proveniente dall’accademia delle cifre Svimez, rappresenta una garanzia di propaganda istituzionalizzata e un sigillo di finzione operativa.

Prima del virus con la corona, già sapevamo che troppi blaterano senza aver mai messo piede in uno dei borghi del Mezzogiorno destinati a divenire lune abitate da cani; troppi parlano senza aver mai camminato nelle scarpe di un artigiano del Sud, costretto a combattere in solitudine contro i mulini globali e l’inumano prelievo fiscale; troppi opinioneggiano sul fascino dei nostri luoghi, senza mai illustrarci lo sputo di un’idea per favorire l’economia meridionale, trasformare le culture in industria, ripopolare città e paesi, promuovere le professioni “green”, programmare e rafforzare infrastrutture e trasporti. È risaputo che nessun cartello politico da decenni investe tempo, passione, competenze e coraggio nella difesa dello scrigno sudista e nella scrittura di un nuovo romanzo sul tacco del Mediterraneo. È risaputa l’abbondanza dei finti guardiani del sole, allevati in avariate consorterie locali, i quali, una volta incassata la poltrona, diventano figuranti in quel film del parassitismo dove l’eroe segue un copione blindato: proteggere la posizione, moltiplicare le clientele, cambiare casacca appena vacilla la convenienza. Il meridionalista irpino Guido Dorso chiamava i trasformisti del Sud ‘la leva dei morti’, formata da uomini «senza idee e senza dignità» che «accettano tutti i programmi, salvo a tradirli». E sappiamo fin troppo bene che il trasformismo gode di granitica salute non solo per il disfacimento morale e strutturale del sistema dei partiti, ma soprattutto per l’epidemia dell’antipolitica che, con un fanatico populismo, ha sfaldato ideologie, umiliato l’autonomia di pensiero, simulato scenari d’impegno civico, non puntando per nulla all’innalzamento del personale politico e alla formazione di una classe dirigente che sappia scegliere nella luce e nelle tenebre.

Sappiamo già che la borghesia ammalata di apatia e propensa alla corruzione, dopo la quarantena trascorsa in case accessoriate, è pronta a riproporsi sul mercato, imponendo il consueto protocollo di subalternità alle logiche criminogene, disinteresse civico, libidine di servitù. Raffaele La Capria la definiva “classe digerente”, dipingendone così i volti in “Ferito a morte”: «Con quelle facce segnate dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori». Come sappiamo già che tra i guai partenopei avrà un picco l’allergia alla legalità a tutti i livelli, dal parcheggiatore abusivo al professionista gallonato: una rincorsa al raggiro e alla speculazione, ancora più grave se appartiene alle élites che, come scrisse mirabilmente il compianto Aldo Masullo «occupano il vertice che regge e governa, mai unico, fatto piuttosto di cento prepotenze separate ma sempre convergenti nel sopraffare i mille e mille minuti interessi».

E sappiamo già che in Campania le prossime elezioni regionali saranno una pura formalità per il governatore De Luca che, come il lievito madre e TikTok, è stato la stella di questi mesi tolti dal calendario. La sua campagna elettorale l’ha già fatta e stravinta. Senza contradditorio né confronto sui punti programmatici, poiché il virus con la corona ha sospeso persino la democrazia. Un giorno forse si ricorderanno di più il suo richiamo al lanciafiamme per spegnere qualsiasi tentativo di assembramento o la consegna in diretta tv di un bel “fratacchione” all’inebetito Fabio Fazio, ma lo sceriffo dell’Arechi ha curato la fase 1 con un decisionismo largamente apprezzato e una comunicazione, seppur ossessiva e macchiettisticamene terroristica, d’indiscutibile efficacia, mai mostrando smarrimento nella conduzione dell’emergenza. Se è apparso un gigante, soprattutto agli occhi di chi campano non è, si deve senza dubbio anche al campo libero lasciato dal ritiro immediato delle opposizioni locali, mai guidate dal fantasma Caldoro, e all’eclissi del sindaco de Magistris, che ha rimesso il naso fuori, in una Napoli governabile e responsabilmente a casa, solo per ingaggiare una puerile disputa sulla pastiera e per qualche flebile comparsata televisiva.

Bene, sapere tutto ciò è l’ultima chiamata alla responsabilità. Conoscere il pessimo ieri è la molla decisiva che i meridionali hanno per aggregarsi attorno all’unica visione possibile e afferrarne la sostanza salvifica: il Sud salvi il Sud e lavori per un grande domani. Impari a ignorare le croniche minchiate di un sistema mediatico squilibrato, a trazione nordista, che spesso batte scorciatoie pregiudiziali e propone l’archivio dei cliché. Studi la propria storia, approfondisca genesi ed evoluzione di antichi suoni e dialetti, protegga l’identità dei luoghi, punti all’operosità dei suoi padri e alla creatività dei suoi figli. Inizi a selezionare, non attraverso cliccaggi e virtuali agorà di democrazia diretta, uomini e donne competenti, col talento dell’audacia e un propositivo entusiasmo identitario, e crei finalmente una nuova esperienza collettiva che sappia rifondare una degna classe dirigente senza aspettare soluzioni barbare costruite in laboratori extraterritoriali di consenso. Investa in questa formazione, dialogante e trasversale, capace di non smarrire il pensiero nell’azione, di guarire i giovani dal fatalismo, di recuperare l’armatura valoriale della buona politica e di lavorare all’attuazione di un sano autonomismo meridionale che possa avviare una lotta estrema al centralismo burocratico e agli accentramenti regionali, spesso portatori di sprechi e immobilismo progettuale.

Non vedo altre vie percorribili, soprattutto quando presto ci ritroveremo con le mani nelle macerie economiche e vivremo tempi di pandemica povertà. Mai come in questo momento la dicotomia “Nord-Sud” si può superare con l’investimento emozionale e politico nel “Sud-Sud”, un processo rigenerativo per un’unità sudista che può autodeterminare una breccia di futuro, una tonificante riapertura di speranza. Arruoliamoci per il Sud, altrimenti ai tavoli che contano non ci sarà nessuno a battere i pugni, ma continueranno a sedersi primatisti di asinerie e visionari del citofono.

*Max De Francesco, classe ’74, è nato a Napoli, dove vive e lavora. È fiero di poche cose tra cui le radici irpine e cilentane, l’ultima incazzatura, un gol segnato da centrocampo, l’autonomia di pensiero e uno scrigno di titoli dati a libri e prime pagine. Continua a credere nei giornali cartacei: attualmente ne dirige uno, “Chiaia Magazine”, fondato nel 2006. Tra le sue nuove sfide quella del cinema sia in veste di produttore che di autore. Ha pubblicato: “Stupidi Passanti” (Esi, 1997), “Tornasole” (Edizioni del Delfino, 2000), “Un giro di bardo” (Iuppiter Edizioni, 2013), “Tropico della spigola” (Iuppiter Edizioni, 2019). Ha inaugurato a marzo il blog di letteratura, giornalismo e cinema www.maxdefrancesco.it

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