Col Mes, senza dignità e prigionieri di una libertà finta e a giorni alterni

Le istituzioni italiane, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica, sono costrette a declinare il proprio ruolo soggiogate dall’idea di rinunciare alla propria dignità. Il presidente Mattarella ha avvertito i rappresentanti politici che se le assemblee parlamentari non dovessero essere in grado di approvare il Mes, o di qualsiasi altro acronimo che servirà a fare debiti, si passerà, anche in tempi di Covid-19, alle elezioni politiche.

È una sorta di invito all’obbligo di stare e rimanere prigionieri di una finta libertà: la democrazia che dovrebbe essere luogo di autodeterminazione dei popoli, anche attraverso il voto rispettato, oggi diviene spazio di finzione ipocrita in cui, col Covid-19 o senza, i popoli devono sottoporsi a guide superiori in cui i cittadini col proprio voto non devono contare nulla.

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Il fatto che il presidente Mattarella si spinga a orientare la politica nazionale secondo gli interessi dei paesi ricchi d’Europa equivale a rinunciare alla propria autonomia e alla doverosa necessità di darsi un destino proprio.

Insomma chi dovrebbe rassicurarci con una guida attenta e rigorosa, invece ci fa singhiozzare perché vuole ritornare ad una economia senza sentimenti, in cui ancora una volta le giovani generazioni dovranno subire l’onta dell’essere espropriati del proprio futuro perché dovranno caricarsi gli altri debiti che sono costretti a riconoscere per conto terzi (banche che falliscono e che devono essere sostenute, economie senza più produzione che muoiono perché non circola più denaro, finanzieri multinazionali che mirano al controllo di tutti i mercati dal denaro al lavoro).

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Che il presidente Mattarella si presti a questo percorso logorante, in cui le speranze sono in via di esaurimento, significa che saremo ancora una volta preda del cinismo che vuole mantenerci in uno stato di sudditanza, senza coltivare alcuna opportunità e senza possibilità di uscire dal vicolo cieco del ricatto.

Se una guida istituzionale fa questo rinuncia al proprio ruolo di garanzia economica e politica, riversando sui giovani il rischio di non sorridere più. Qui il pianto dell’anima politica nazionale dovrebbe aiutarci ad avere un sussulto per riappropriarci del nostro destino, fatto, certamente, di fatica e sacrifici, ma proiettato a ridonarci la misura di ciò che siamo: non schiavi o servi o camerieri di poteri liberticidi, bensì donne e uomini dignitosamente in grado di coltivare la propria libertà.

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