In Italia guerra è diventato sinonimo di riforma della giustizia

Torna alla Camera per la seconda lettura, crescono tensioni e scontri

Non si può certo dar torto a Mattarella quando sottolinea che «il mondo ha bisogno dell’Europa» e che «servono istituzioni forti per garantire la pace» e che «stiamo andando verso il baratro come nel 1914». Ma sarebbe il caso che ogni tanto ricordasse anche che l’Italia ha bisogno di giustizia, legalità, e di magistrati che le facciano rispettare. In verità, conoscendo il nostro Capo dello Stato e quanto ha fatto nel corso degli anni, mi viene difficile pensare che lo ignori.

Lascia, però, perplessi constatare che intervenga in prima persona su tutto, ma si guardi bene dall’intervenire sulle questioni legate alla – mai come in questo momento spinosissima – questione giustizia, ai comportamenti delle toghe e finga di non vedere e non sentire alcunché di tutto quello che fanno e disfanno. Senza mai ricordargli che le leggi si applicano e non si interpretano.

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Gli errori giudiziari dimenticati

Un esempio per tutti: lo avete mai sentito parlare degli «errori giudiziari» e della malagiustizia che consegna quasi un migliaio di innocenti in carcere all’anno? Personalmente, mai. Eppure sono costati allo Stato ben un miliardo di euro per indennizzi e risarcimenti, senza alcuna responsabilità per loro.

La minoranza sindacalizzata delle toghe

Certo, gli ermellini, ufficialmente, non fanno politica, ma in questo momento – non tutti, ovviamente – una stragrande minoranza sindacalizzata, ben agguerrita e determinata, sta facendo di tutto per mettere in difficoltà, disapplicandone le leggi, il governo Meloni, colpevole di voler realizzare quella riforma della giustizia che gli italiani attendono da oltre 30 anni e che a loro non va giù.

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Il cui testo, però, domani torna in aula alla Camera per la seconda lettura. E più si avvicina alla meta, più s’accende lo scontro. Non sarà perché – come ha sostenuto uno dei fondatori di Md, Nello Rossi, con una dichiarazione un tantinello «inquietante»: «la riforma della giustizia impoverisce i magistrati», e per inchiavardare ancora più il cerchio, l’Anm ha aggiunto che «vogliono indebolire i magistrati»?

Lo scontro sulla giustizia e l’immigrazione

E non è detto che non siano queste – più che il rischio, che non esiste, per la democrazia che ogni tanto tirano in ballo per accreditare le proprie posizioni anti-riforma – le ragioni per cui le Procure italiane, e in particolare quella romana, stanno cercando d’impedire la funzionalità delle norme sull’immigrazione impedendo l’utilizzo degli «hub per immigrati» di Shengjin e di Gjader. Ogni volta imponendo il rientro in Italia dei migranti inviati nei due centri.

Il nodo dei centri per immigrati

E come se tutto questo non fosse già sufficiente a dare la misura delle difficoltà che i magistrati stanno contrapponendo al governo in materia di immigrazione, va sottolineato l’ennesimo provvedimento ideologico della Cassazione dei giorni scorsi che rende possibile alle toghe di disporre l’immediata scarcerazione dei clandestini, se il fermo non viene convalidato al massimo entro 48 ore.

Anche se, come successo per il senegalese Ndaye, il soggetto graziato risulta già condannato per traffico di droga, tentato omicidio e un cospicuo numero di reati commessi. Così, mentre da una parte cresce la paura dei cittadini, dall’altra aumenta la sensazione di impunità di criminali, delinquenti e clandestini.

La mancata presa di posizione del Quirinale

Ma di questa contrapposizione strumentale fra magistratura e politica, Mattarella finge di non accorgersi e tace, senza sentire neanche il dovere personale, a conferma della propria imparzialità e terzietà fra i poteri interessati, di far notare agli ermellini che – per poterle disapplicare, ne mettono in discussione la costituzionalità – le leggi, una volta approvate dal Parlamento, prima di essere pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ed entrare in vigore, sono controfirmate da lui, per garantirne la costituzionalità. Sicché non ci si può non chiedere, Mattarella da che parte stia.

Domanda assolutamente retorica: il Capo dello Stato, in quanto tale, è al di sopra delle parti. Ciò nonostante, però, certi atteggiamenti, dichiarazioni e lunghi e incomprensibili silenzi sugli argomenti di cui prima, qualche volta, fanno dubitare.

Il caso della nomina in Cassazione

È lecito quindi chiedersi – tanto per fare un esempio – se sia davvero stato soltanto un caso che il laico Carbone in quota Italia Viva e, quindi, Renzi – con il muto consenso di Mattarella presidente del Csm – al momento del voto per la nomina del nuovo primo presidente di Cassazione, si sia defilato, consentendo l’elezione di Pasquale D’Ascola, sostenuto – secondo La Verità – dal Quirinale, per un solo voto. Riaprendo, così, la porta del Csm alle correnti e restituendo alla sinistra la Cassazione.

Il rischio di uno Stato giudiziario

Il che, unitamente ai lunghi silenzi di Mattarella sulle questioni della giustizia, rischia di cancellare lo Stato di diritto, trasformando l’Italia in uno Stato giudiziario. E la minaccia della Procura di Roma d’indagare – nel caso il Parlamento dicesse «no» all’autorizzazione a procedere contro Nordio, Piantedosi e Mantovano per il caso Almasri – per falsa testimonianza la capo di Gabinetto di Nordio, Bartolozzi, lo conferma. Per fortuna la decisione definitiva toccherà agli italiani.

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