Galleria Umberto I di Napoli, senzatetto abbandonato tra l’indifferenza della gente

A pochi passi dal Teatro San Carlo

Il suono breve di uno slang parte dal mio smatphone, è la notifica di uno delle centinaia di messaggi whatsapp che accompagnano ogni giorno le mie mute conversazioni. Questo però non è come gli altri, è sensato e ragionevole; non ha bisogno di faccine, le pause della punteggiatura danno alle parole il peso esatto; sono quelle di un cara amica, approdata all’ombra del Vesuvio tre anni fa da ben altre latitudini; mi avvisa che lascerà Napoli.

Il tono lapidario fa male: «Napoli è stupenda così come le persone, soffro a dover lasciare tanti cari amici che mi hanno dimostrato fin da subito il loro bene sincero, ma la città non è la stessa che avevo lasciato; è nervosa e sciatta, irrispettosa e soffocante; faccio fatica a dare un senso alla mia vita in queste condizioni; potendo, ho deciso di cambiare».

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D’altronde come darle torto, il degrado di questi ultimi anni è dilagante; stavolta però la delinquenza non c’entra, qui il tracollo a cui si fa riferimento è proprio il risultato di una politica degenerata. Complici gli amministratori di ogni ordine e grado che non sono riusciti a mettere in piedi una reale programmazione ma continuano ad andare avanti «navigando a vista».

È così che le piazze pubbliche divengono cornice di eventi privati e poco importa se la popolazione è costretta a subirne il disagio; ma non solo, la crisi degli alloggi dovuta alla turistificazione incontrollata costringe le famiglie ad accettare situazioni al limite della vivibilità; case storpie a canoni folli, mentre il centro storico ha perso totalmente il proprio bon ton; ciao ciao alla cultura si passa alle pizze fritte.

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Intorno una bella compagnia fatta di caratteristi intenti a mal interpretare gli stereotipi di una napoletanità forzata; d’altronde il denaro tutto può comprare, e così tra limonate a cosce aperte, venditori di pedalini, fattucchiari che con un pizzico di sale aiutinano ad esser virili, ma anche le signore col cano (Tony Tammaro docet ) che tracciano il cammino con le deiezioni dell’incolpevole amico a quattro zampe, oppure i parcheggiatori «abu-rizzati».

Questa è parte della Napoli di oggi, questa, ma non solo

L’ultimo promemoria di quanto sia degradata la nostra martoriata città ieri sera, quando centinaia di lindi borghesi dopo aver salutato le candide farfalle del Massimo partenopeo in scena per la serata di chiusura dedidacata a Jarome Robbins, hanno chiuso la vista alla cruda realtà; dozzine di senza tetto ammassati ai lati dello scalone d’ingresso della Galleria Umberto I in condizioni socio-sanitarie da far rabbrividire.

Come un pugno allo stomaco è stato assistere all’indifferenza delle centinaia di individui che, nel vedere quell’uomo bisognoso di assistenza rannicchiato al centro dello scalone in posizione fetale hanno preferito tirare avanti; d’altronde perché farlo se a pochi metri c’erano pompieri, forze dell’ordine oltre all’immancabile ambulanza di ordinanza all’esterno del teatro San Carlo, sempre presente durante le rappresentazioni di cartello. Se si fosse trattato dell’ultima opera dello scultore Jago tutti loro avrebbero certamente prestato maggior attenzione; purtroppo però sul selciato marmoreo non era adagiato il pupo di «LookDown» ma un uomo in ossa e carne che forse voleva ricordare, a chi non lo sapesse che lui, come l’opera di Jago, altro non voleva fare che aprire gli occhi sui veri problemi della società.

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