La corsa al Colle: Una competizione tra ambizioni contrapposte e personali. Ma l’Italia…?

Solo Cossiga provò a detergere dalla fuliggine il Palazzo, per far luce su qualche anfratto e liberarlo da qualche eccesso di ipocrisia

Se la dinamica dovesse seguire le regole degli “arcana imperii”, dovremmo arguire che la gara per il colle sta applicando il naturale cammino di una ordinaria competizione tra ambizioni contrapposte e personalissime senza che vi si possano scorgere nobili generosità.

Ovviamente le aspirazioni individuali, soprattutto quando devono inframezzarsi con una doverosa cultura istituzionale, dovrebbero rappresentare, più che affermazioni personali, la capacità di delineare visioni in grado di mettere la Repubblica Italiana, quale interesse comune, al di sopra di qualunque altro interesse. Ma l’Italia fa un gioco a sè stante, atteso che la sua peculiarità è sempre stata quella di fornire lo specchio/riflesso di barocchismi politici ed egemonie mai interrotte, di durata innaturale, che tendono sempre a fornire esempi di un universo di regole e condotte gestiti ad una dimensione, laddove nessuno, eccetto i soliti noti e con matrici ideologiche datate, può permettersi di avere voce in capitolo.

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Nel tempo trascorso solo il Presidente Francesco Cossiga impersonò nella residenza quirinalizia un momento di consapevolezza diffusa e di rottura storica, perché fece in modo che gli italiani capissero, nel compimento del suo mandato, in quale pandemonio ci trovavamo concretamente, al di là dei sussurri che, ad intervalli di tempo, facevano intendere di quanta e quale corruzione di pensiero albergasse nella gestione delle regole segrete che permettevano di esercitare potere oltre ogni limite.

Così Cossiga con la sua declinazione fece evincere come la Costituzione, ponendo il Presidente della Repubblica a capo del CSM, avesse postulato a tempi intermittenti un cortocircuito tra poteri (legislativo e giurisdizionale) dello Stato, che avrebbero dovuto mantenersi in equilibrio ed invece, più che distinti e separati, coabitavano in un sistema aggrovigliato e fragile, dove le autorità istituzionali erano impersonate da uomini con le proprie ubbie e nascoste ricattabilità.

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Solo Cossiga, quindi, pur non riuscendoci appieno, si accollò il compito di detergere dalla fuliggine il Palazzo. Certamente non a renderlo trasparente, quantomeno, però, a fare luce su qualche anfratto oscuro e sgombrare il campo di qualche eccesso di ipocrisia.

Ecco perché la fuliggine rimane ed ancora di più oggi la lotta in corso, tra la politica confusa ed ingombrante ed i poteri nascosti, non sa delineare un percorso coerente e nel contempo trasparente tra contrapposizioni umane, che non riescono ad impersonare l’alto valore della Presidenza della Repubblica. E adesso qui avanzano solo interpretazioni di tifoserie di parte in cui per un verso il PD svolge un lavorio sotterraneo, in mancanza di numeri solidi, per confermare temporaneamente Mattarella, ma questi dopo aver gestito male l’affaire Palamara non riuscendo a ri-dare credibilità agli Organi giurisdizionali, appare come un’arma spuntata che la sinistra vuole giocarsi per disperazione.

Di contro Draghi, nelle sue due ultime conferenze stampa, ha mostrato la corda fino al punto da evidenziare il suo profilo più oscuro, con lessico reticente ed una impazienza di fuggire dalle responsabilità di governo, ha impersonato una retorica ambiziosa che non coincide con gli interessi della nazione italiana.

Non ultima rimane l’interpretazione di Silvio Berlusconi che, al di là di fare il pivot di facciata, rimane all’angolo, a meno che riesca a farsi votare da una maggioranza qualificata al primo turno, ovvero dimostrandosi capace di fornire la prova a tutti con il voto parlamentare di avere una maggioranza larghissima al punto da non essere divisivo e democraticamente e politicamente eleggibile.

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