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Caso Morra, l’infelice uscita del presidente dell’antimafia

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A quarant’anni dal terremoto che colpì l’Irpinia – e non solo – quella tragica domenica 23 novembre del 1980, alle ore 19,34, volevo scrivere un ricordo. Come avevo vissuto quel momento di dolore. Come c’eravamo impegnati a dare un pur minimo aiuto a quelle popolazioni così duramente provate. Poi, un fatto di cronaca, mi ha fatto cambiare idea.

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Ricorderò in un’altra occasione i 2.914 morti, gli 8.848 feriti e i circa 280 mila sfollati che il sisma provocò. Oggi m’interessa più soffermarmi a commentare un altro “cataclisma” che ha colpito le nostre istituzioni. Per certi versi sottovalutato, considerato uno “scivolone”, che può capitare a tutti, per un’espressione infelice pronunciata in un momento di poca lucidità.

Ma la domanda da porsi è: «su certe faccende delicate, delicatissime, che toccano la profonda sensibilità delle persone, un uomo politico navigato, che ricopre una carica istituzionale di altissimo profilo, può scivolare impunemente?» Certo, lo scusarsi per l’errore commesso è il minimo, ma proprio il minimo che si possa e si debba fare. Forse la cosa più opportuna, visto lo svarione e la totale mancanza di sensibilità nella dichiarazione rilasciata, è il dimettersi dall’incarico. Ma, in verità, non tutti hanno questa sensibilità.

«Era noto che la presidente Santelli fosse una grave malata oncologica. Se ai calabresi questo è piaciuto ognuno è responsabile delle sue scelte». E’ questa la frase incriminata, “sparata” senza un minimo di riflessione, di pietà. L’asserzione del presidente dell’antimafia si commenta da sola, per la sua superficialità, per il suo cinismo. E quella “bestemmia” non poteva passare di certo inosservata.

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Non poteva finire nel dimenticatoio delle tante frasi stupide, insensate, incoerenti pronunciate – purtroppo molto spesso – dai politici. E ha proprio ragione la presidente del Senato Elisabetta Casellati quando in modo tranchant afferma: «Disonora le istituzioni». Sì, proprio lui che è il capo, il simbolo delle istituzioni che lottano contro l’antistato, la mafia, con quella a dir poco infelice dichiarazione le ha disonorate le istituzioni.

Il vero problema in questo caso è che lui, il presidente dell’antimafia, non si rende conto di quello che ha detto. O, se si è reso conto dell’enormità pronunciata fa finta di niente. Cerca in ogni modo di non alzarsi da quella sedia per lui tanto importante.

A monte di questa brutta, a dir poco, vicenda ce ne un’altra sempre all’ordine del giorno che letteralmente scoppia quando capitano casi simili a quello che ha visto protagonista l’attuale presidente della commissione antimafia. Il modo in cui vengono scelti i politici che andranno a ricoprire ruoli importanti, a volte vitali, per il bene del Paese. No, non credo agli “esperti” designati ad hoc per coprire ruoli essenziali per la vita del Paese.

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L’esperto si porta dietro spesso una serie di preconcetti, di amicizie, di legami, d’interessi pericolosi per il ruolo che andrà a ricoprire. Credo nella politica, nel politico disinteressato, al di sopra delle parti, che con “scienza, coscienza e volontà” fa il suo mestiere. Se “la scienza” in materia non la possiede la cerca confrontandosi con il meglio dei tecnici in campo, facendosi una propria opinione.

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I partiti dovrebbero approfondire la delicatissima tematica delle designazioni ai “vertici di comando”. Spesso il criterio è la pura spartizione dei posti di potere in base a logiche spartitorie momentanee. E, quindi, spesso ti trovi l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Senza alcuna esperienza nella materia da trattare, ma soprattutto senza alcuna visione, storica della politica.

E’ troppo facile per chi sta “in campo” criticare i propri predecessori. La politica della D.C. e del vecchio Partito Comunista, tra le tante differenze non solo ideologiche, un punto di vera convergenza l’aveva: la preparazione dei quadri, la loro formazione. Nessuno dei due partiti si sognava di far diventare, non dico ministro, ma semplice consigliere comunale un “giovanotto” che non aveva fatto una dura gavetta.

Il vero problema, a mio avviso, che la politica oggi non ha è la passione per portare avanti idee, ipotesi di cambiamento. E cosa ancora più terribile è il concetto che i cittadini si sono fatti dei politici: tutti che pensano solo e solamente ai propri interessi di parte. E questo è vero fino ad un certo punto. Perché di politici disposti a sacrificarsi per i propri elettori ce ne sono diversi, ma purtroppo «non fanno notizia».

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