Ex Ilva, Palazzo Chigi esclude la chiusura ma i sindacati proclamano lo sciopero

Posizioni ancora distanti tra governo e rappresentanti dei lavoratori

Il 1959 è l’anno della costituzione dell’acciaieria più grande d’Europa e di una delle maggiori al mondo: un impianto a ciclo integrale destinato alla produzione di acciaio attraverso la lavdamorazione del minerale di ferro e del carbone fossile. L’obiettivo era realizzare a Taranto un grande polo siderurgico capace di contribuire al rilancio dell’economia dell’intero Mezzogiorno. L’investimento previsto ammontava a circa 217 miliardi di lire, con la prospettiva di impiegare a regime, nel 1965, 4.000 addetti e produrre 300.000 tonnellate di acciaio.

A 67 anni di distanza, quello che era stato concepito come il fiore all’occhiello dell’industria italiana sembra avviarsi verso il proprio epilogo.

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Il decreto da 100 milioni e il tavolo a Palazzo Chigi

Oggi si è riunito a Palazzo Chigi il tavolo permanente sull’ex Ilva. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante la conferenza stampa successiva al Consiglio dei ministri del 27 luglio, ha annunciato un decreto da 100 milioni di euro per completare il percorso di cessione delle attività.

«L’altro articolo del decreto approvato dal Consiglio dei ministri, che era stato concepito prima della sentenza di Milano, prevede ulteriori 100 milioni a favore dell’amministrazione straordinaria di Ilva per completare il percorso di cessione delle attività, da circoscrivere a quelle a freddo che erano in fase di avanzata definizione e che adesso dovranno essere aggiornate in base alla sentenza intervenuta», ha spiegato Giorgetti.

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A chi gli ha chiesto se sia possibile un ingresso pubblico nella compagine societaria, il ministro ha risposto: «Direi che bisogna leggere la sentenza. Non è che, se ci sono problemi di salute, la questione cambia a seconda che il soggetto che produce e inquina sia privato o pubblico».

La Corte d’appello dispone lo stop all’area a caldo

Il confronto si è aperto dopo la decisione della Sezione specializzata in materia di impresa della Corte d’appello di Milano, che ha accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.

I giudici hanno disposto lo stop entro 90 giorni alle attività siderurgiche dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto per la presenza di amianto e polveri. L’eventuale ripartenza è stata subordinata alla completa bonifica dell’asbesto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili.

La pronuncia ribalta la precedente decisione del Tribunale e rileva la permanenza di un pericolo per la salute pubblica, legato al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». Resta ora da comprendere quali iniziative il governo intenda adottare, anche nei rapporti con i soggetti privati, per tutelare contemporaneamente la salute dei cittadini e i posti di lavoro.

L’Usb chiede la nazionalizzazione

L’Usb Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale ritiene che «sarebbe un gravissimo errore utilizzare questa sentenza come alibi per accompagnare la chiusura definitiva della siderurgia italiana». Secondo il sindacato, la crisi è il risultato «di decenni di scelte industriali fallimentari» e richiede «una scelta politica chiara e coraggiosa».

Per l’Usb, «la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è oggi l’unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva». La priorità resta la tutela dell’occupazione: «Nessun lavoratore deve essere lasciato indietro».

Il sindacato chiede quindi «un sistema di tutele straordinarie» per i dipendenti di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria, per i lavoratori degli appalti, dell’indotto e dell’intera filiera. Propone inoltre «l’istituzione di un reddito di transizione» e l’apertura di un confronto per il riconoscimento del lavoro siderurgico come usurante.

«La crisi dell’ex Ilva non può essere affrontata contrapponendo salute e lavoro. L’Italia ha bisogno di una politica industriale che tenga insieme ambiente, occupazione e produzione strategica», affermano i rappresentanti nazionali Franco Rizzo e Sasha Colautti. Per l’Usb, la sentenza «conferma la gravità della situazione ambientale e sanitaria dello stabilimento di Taranto e impone interventi immediati. La tutela della salute e dell’ambiente non può essere messa in discussione e le prescrizioni della magistratura devono trovare piena attuazione».

Fim, Fiom e Uilm annunciano lo sciopero

Critici anche i leader di Fim, Fiom e Uilm, Roberto Benaglia, Michele De Palma e Rocco Palombella, che al termine dell’incontro a Palazzo Chigi hanno parlato di una «trattativa disastrosa» e di «un incontro andato male anche rispetto alle minime aspettative», con «risposte preoccupanti che lasciano l’amaro in bocca».

Le organizzazioni sindacali hanno annunciato otto ore di sciopero da proclamare entro il 23 novembre, giorno in cui è prevista l’assemblea dei soci di Acciaierie d’Italia.

«ArcelorMittal non può tenere in ostaggio il Paese», ha dichiarato il segretario generale della Fiom, Michele De Palma. Il segretario generale della Fim-Cisl, Roberto Benaglia, ha riferito che il governo ha comunque garantito che «lo stabilimento non chiuderà».

«Oggi abbiamo continuato a chiedere la verità, ma purtroppo non l’abbiamo avuta e la situazione è diventata ancora più complicata. Ci hanno chiesto di aspettare l’assemblea dei soci del 23 novembre per verificare se ci sarà una ricapitalizzazione e se Mittal sarà disposta a mettere la propria quota del 62% delle risorse richieste dall’azienda, pari a circa 320 milioni di euro. Risorse richieste senza un piano industriale e senza garanzie», ha spiegato Palombella.

Il leader della Uilm ha aggiunto: «Avremmo preferito constatare l’esistenza di soluzioni concrete intraprese dal governo durante l’incontro odierno a Palazzo Chigi, ma dobbiamo registrare soltanto il rinvio del problema al prossimo 23 novembre, quando si riunirà l’assemblea dei soci. È per questo che abbiamo deciso di proclamare, unitariamente alle altre sigle sindacali, otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti».

L’Ugl: «È mancata la concretezza»

Per l’Ugl Metalmeccanici, durante il confronto «è mancata la concretezza, in un contesto quanto mai instabile e pericoloso, che rischia seriamente di compromettere la salvaguardia della fabbrica, degli impianti e dei posti di lavoro». Lo hanno affermato il segretario nazionale Antonio Spera, il vicesegretario nazionale con delega alla siderurgia Daniele Francescangeli e il segretario provinciale dell’Ugl di Taranto Alessandro Dipino.

Palazzo Chigi esclude chiusura e liquidazione

Palazzo Chigi, al contrario, ha ribadito l’esclusione di ogni ipotesi di chiusura o liquidazione dello stabilimento. In una nota diffusa dopo l’incontro, il governo ha assicurato che non è prevista neppure la sospensione dell’attività e che l’obiettivo resta il raggiungimento, nel tempo, di determinati livelli di produzione.

Il tavolo su Taranto, che sarà «stabile e permanente», viene definito dall’esecutivo «un confronto importante che rientra nell’ambito della strategia nazionale in cui l’acciaio italiano torna a essere protagonista e che mira a mettere nero su bianco le urgenze e gli impegni che devono essere assunti da tutte le parti».

Alla riunione tecnico-operativa hanno partecipato, per il governo, i capi di gabinetto della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministeri del Lavoro e delle Politiche sociali, delle Imprese e del Made in Italy e degli Affari europei, delle Politiche di coesione, del Sud e del PNRR. Per le organizzazioni sindacali erano presenti i rappresentanti di Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil, Usb e Ugl Metalmeccanici.

Secondo Palazzo Chigi, il confronto «si è svolto in un clima franco ed è stato l’occasione per aggiornare i sindacati sugli avanzamenti che il governo sta portando avanti per affrontare le complesse questioni che caratterizzano da decenni l’impianto siderurgico di Taranto».

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