Recovery Fund, 172 miliardi all’Italia: 82 miliardi a fondo perduto e 90 come prestiti da rimborsare

‘Tanto tuonò che piovve’ o meglio, nel caso, ha cominciato a piovigginare. Il tanto atteso Recovery Fund, è stato finalmente presentato questa mattina dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen. Il piano, prevede un sostegno finanziario per investimenti e riforme finalizzato ad accelerare la ripresa e rendere le economie dei Paesi Ue più solide e pronte ad affrontare altre avversità in futuro.

L’accesso a tali fondi è subordinato all’elaborazione, però, da parte dei governi richiedenti di Piani nazionali di ripresa in linea con gli obiettivi del Semestre europeo, con i Piani energia e clima e i programmi Ue. In pratica è l’Europa che ci dirà cosa fare delle risorse che, forse, ci darà.

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Per l’Italia la Commissione europea prevede uno stanziamento di 172,7 miliardi di euro, di cui 81,807 come aiuti a fondo perduto e 90,938 come prestiti ovviamente da rimborsare. All’Italia, la Commissione ha posto 4 obiettivi: 1) interventi sul sistema sanitario; sul mondo del lavoro, per garantire un’adeguata protezione dei lavoratori, in particolare gli atipici, ma anche mettendo in campo politiche attive; 3) rafforzare l’insegnamento e le competenze a distanza, incluse quelle digitali; 4) assicurare l’applicazione delle misure che forniscono liquidità all’economia reale, incluse le Pmi, le aziende innovative e gli autonomi, ed evitare i ritardi nei pagamenti.

In particolare al Belpaese viene chiesto di promuovere gli investimenti per la ripresa con attenzione all’ambiente e alla digitalizzazione. Infine, all’Italia viene anche raccomandato il miglioramento e l’efficientamento del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione. Ora sta all’Italia elaborare il piano per la ripresa che verrà poi sottoposto a Bruxelles per l’approvazione e, dunque, per ottenere i fondi Ue. Insomma, i soldi arriveranno soltanto se faremo le cose come vogliono in Europa. Di più, mentre ci servono subito. Arriveranno, se tutto va bene, spalmati sui prossimi sette anni. Quando, insomma potrebbe essere troppo tardi, per l’economia italiana.

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Questo perché, l’accordo quadro, c’è, ma mancano numeri e tempi. Un dettaglio non da poco. Anche perché, ieri alla vigilia della presentazione da parte della Commissione, il Consiglio Ue ha preferito non fare conclusioni congiunte, proprio per evitare di mettere nero su bianco le divergenze ancora da superare. E nella mattinata di oggi, i quattro paesi cosiddetti rigoristi o frugali: Austria, Olanda, Svezia e Danimarca  in mattinata hanno fatto circolare tra partner e istituzioni una cartella e mezza con i loro “no”.

Riconoscono la necessità di mettere in piedi un Fondo per rispondere alla recessione legato al bilancio europeo dei prossimi sette anni, ma vogliono che sia “temporaneo e una tantum”. Sottolineando, quindi, che c’è ancora da fare un bel po’ di strada. Tutta in salita. E piena di ostacoli e precipizi.

Per il senatore Urso (FdI), con il Recovery fund, l’Italia rischia di cadere in un baratro profondo

Adolfo Urso Cina Via della Seta«Un giro di miliardi strabiliante ma alla conta di cosa si tratta? Quanto riceveremo a fondo perduto entro quest’anno dalla Ue? Una manciata di monetine, forse»: è quanto rileva il senatore di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso.

«Il conto non è ancora definitivo e non sappiamo quando sarà davvero raggiunto l’accordo e a quali condizioni, visto che serve, come ricorda sgradevolmente l’Olanda, l’unanimità degli Stati. Ma il conto che emerge è davvero amaro per il nostro debito pubblico. L’ipotesi di accordo prevedrebbe 80 miliardi a fondo perduto per l’Italia, ma qual è l’effettivo saldo attivo tra quello che ci viene dato come Paese maggiormente colpito e quello che noi dovremo dare come uno dei maggiori contribuenti europei? Forse 25 miliardi se ci va bene».

«E quanti di questi giungeranno entro l’anno in corso? Forse 5, se ci va bene. Il resto sono sempre prestiti, talvolta anche vantaggiosi ma sempre e comunque prestiti che vanno comunque restituiti e che sono comunque condizionati. Prestiti sono quelli del MES, prestiti quelli del SURE, prestiti dalla BEI, prestiti circa la metà del Recovery Fund. A quanto salirà il nostro debito pubblico, già stimato intorno al 160 per cento del Pil? E quale sarà la nostra capacità di ripresa e quindi di restituzione del prestito? Di quanto aumenterà il già ampio divario tra il Sistema Italia e l’Europa del Nord? Le risposte a queste domande ci indicano quanto è profondo il baratro su cui il Paese rischia di cadere», conclude il senatore Urso.

Secondo l’europarlamentare Fidanza (FdI): sul Recovery Fund non è tutto oro quello che luccica

«Dopo settimane, anzi mesi, abbiamo finalmente una proposta nero su bianco, anche se sarebbe stato più facile consentire alla Bce di fare appieno il suo mestiere mentre avete scelto una strada più contorta». Così il capodelegazione di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza, intervenendo in aula a Bruxelles sul Recovery Fund. “Ma non è tutto oro quello che luccica.

«Infatti per FdI ci sono almeno cinque punti critici: l’entità dei contributi, perché 500 miliardi a fondo perduto sono un segnale sì, ma non basteranno; la tempistica di erogazione, perché questi fondi servono subito, per i prossimi sei mesi e per il 2021, mentre avere uno strumento tardivo e spalmato su 7 anni non servirà; la destinazione, perché appostarli sui programmi pensati prima della crisi vuol dire non aver capito l’impatto della crisi; le condizionalità: perché un conto è spenderli con accuratezza, ci mancherebbe, altro è farsi dettare da Bruxelles le riforme da attuare a casa nostra».

«L’ultimo punto – continua – riguarda le risorse proprie, cioè le nuove tasse europee: ragioniamo su come recuperare risorse da soggetti esterni, ma guai a pensare che anche un solo centesimo di tasse in più possa gravare sulle nostre PMI. Su questi punti, Presidente Von der Leyen, vi staremo col fiato sul collo».

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