Il comparto della Difesa italiana prima vittima della guerra in Ucraina

Avendo dato fondo alle sue riserve per sostenere gli sforzi ucraini, si ritroverebbe in una situazione di difficoltà

Alla voce «conseguenze della guerra in Ucraina», qualche giorno fa il Corriere della Sera ha evocato lo stato disastroso dell’intero comparto della difesa italiana che, nel quadro del sostegno promesso dagli europei a Zelensky, ha effettuato tante forniture di munizioni, in particolare obici d’artiglieria all’Ucraina, da restarne sprovvista ed essere stata costretta a richiedere oggi agli americani le munizioni necessarie alle proprie riserve nazionali. Troppa per gli americani la nostra generosità che non ha però ricevuto risposta ed attende ancora il rifornimento richiesto.

Dalla liberazione del ‘43 l’Italia si è affidata ai nuovi alleati americani per la ricostituzione delle sue forze armate così come, a partire dal ‘49, per la sua inserzione nella difesa atlantica. Atti che sono stati sempre interpretati come un favore dei generosi americani che avevano anche deciso di installare a Napoli il comando della VI flotta e di conferire a quell’Ammiragliato anche la funzione di comandante operativo dell’Alleanza Atlantica nel mediterraneo occidentale ed orientale, (del resto l’Ammiraglio è il proconsole del presidente USA non solo in Italia ma in tutto il settore mediterraneo).

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Oltre alle basi navali ed aeree gli americani hanno allora installato nella penisola una catena di telecomunicazioni e di radar capaci di prevenire qualsiasi attacco sull’Europa proveniente dal medio oriente o dal continente africano. Per queste ragioni l’Italia, partner strategico importante degli Stati Uniti, oggi si sente umiliata dalla risposta americana che le ha intimato di mettersi in coda prima di vedersi rifornire e completare cosi le sue riserve difensive da parte degli alleati americani.

Il «volemose tutti bene» dell’Ue

Tanto più che l’Italia, come tanti altri paesi europei, obbedendo alla nuova dottrina del «volemose tutti bene» propugnata dall’Unione europea, ha smantellato le sue fabbriche di munizioni, di obici e di pezzi di ricambio delle apparecchiature e degli armamenti ed avendo dato fondo alle sue riserve per sostenere gli sforzi di guerra ucraini, si ritrova oggi in una situazione che la rende particolarmente vulnerabile ed incapace di poter sostenere qualsiasi missione le venisse conferita dalla NATO o dall’Ue in caso di minaccia più o meno vicina.

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Il nuovo governo italiano, senza la necessaria legittimità che si può ottenere solo dal popolo e non da pressioni più o meno improvvide e senili, ha voluto impiegare i suoi mezzi per poter parlare di guerra tra i paesi più impegnati. Ora, forse per sfortuna, ma si è dato il caso che certe munizioni inviate in Ucraina siano risultate inutilizzabili dalle truppe di Kiev perché tecnicamente non idonee al tiro e Biden, che in questo ci ha visto uno smacco agli Usa, sta cercando oggi di fare pagare lo sgarbo ricevuto rifiutando agli italiani, partner strategici tra i più importanti, lo stock di munizioni richiesto.

La cosa grave è che, in un mondo in grave fermento bellico, la capacità di combattimento difensivo dell’Italia sarebbe ridotta solo a 48/72 ore in termini di riserve di munizioni leggere e pesanti e di missili terrestri ed aerei.

L’economia di guerra

Del resto le dichiarazioni di Stoltenberg (segretario NATO) che chiedeva di sviluppare acquisti multinazionali e raccomandava la produzione difensiva interna lavorando strettamente con l’industria, implicitamente spinge l’Italia, come aveva fatto già la Francia ad entrare in economia di guerra, vale a dire rimettere in funzione le officine di fabbricazione di munizioni ormai abbandonate dagli anni ‘90 per rendersi meno dipendente dalle forniture USA per le sue difese nazionali, in realtà per sgravare gli alleati dagli obblighi assunti.

Ora è fuori ogni dubbio che Italia, Germania o Francia non possano fare a meno dell’aiuto americano e la richiesta italiana si potrebbe inquadrare anche in un contesto, il meno auspicabile possibile, di una crisi improvvisa in estremo oriente, che metterebbe sotto minaccia grave l’insieme dei paesi occidentali in Europa, alleati storici degli USA, e membri fondatori NATO.

Già nel 1965 il gen. De Gaulle – a proposito dell’aiuto americano e dell’integrazione dei paesi europei nell’Alleanza atlantica – aveva dichiarato di preferire l’impegno nazionale a quello che viene da fuori e, con una fierezza degna di un grande capo di Stato, dopo qualche mese, nel febbraio 1966, ritirava la Francia dal comando integrato dell’alleanza atlantica e decideva di costituire una forza armata nucleare nazionale, indipendente dagli alleati per la fornitura di armi e munizioni, quindi autosufficiente.

L’esempio indicato dal generale De Gaulle, trasposto nella guerra in Ucraina, potrebbe oggi essere l’occasione unica per l’Europa di dotarsi finalmente di un’industria bellica prettamente europea, indipendente sul piano logistico dai suoi alleati nordamericani che possa rimanere inter – operativa, ancor prima di una possibile e malaugurata deflagrazione generale… Se ne avesse ancora il tempo.

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