Conte-Schlein, prove di sfascio: l’aut aut che mette a rischio l’alleanza

La guerra politica interna alla coalizione si fa più dura

Il messaggio di Giuseppe Conte al Pd è difficile da equivocare: le primarie si fanno oppure il Movimento 5 Stelle valuterà se esistono ancora le condizioni per andare avanti insieme. Una pressione fortissima sui dem, perché Conte non accetta che la maggiore forza elettorale del Pd si traduca automaticamente nella leadership della coalizione.

La risposta della segretaria del Pd arriva poco dopo, ma senza entrare davvero nel merito dell’aut aut. Alla domanda sulle primarie, Schlein replica: «Chiedo di smetterla di parlare di noi e di parlare dei problemi concreti degli italiani». La linea resta quella già indicata nei giorni scorsi: prima il programma comune, poi la discussione sulla leadership.

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La sfida

È la seconda frecciata politica lanciata da Conte al Pd nel giro di appena dieci giorni. La prima era arrivata con l’affondo contro la cultura woke, quando il leader del M5S aveva invitato la sinistra a ridefinire le proprie priorità e preso le distanze dagli eccessi del politicamente corretto. Adesso il terreno dello scontro diventa ancora più delicato: non più soltanto l’identità della coalizione, ma l’esistenza stessa del cosiddetto campo largo.

Ormai quella di Conte nei confronti dell’alleato sembra assumere sempre più i contorni di una vera e propria guerra politica interna alla coalizione. Un «fuoco amico» che, invece di diminuire con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale, sembra diventare sempre più intenso.

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L’aut aut

Conte, ospite lunedì sera di In Onda su La7, aveva respinto l’ipotesi che la candidatura alla presidenza del Consiglio possa spettare automaticamente al leader del partito più forte. Una regola che, secondo il presidente del M5S, finirebbe per trasformare tutte le altre forze in semplici «cespugli»: il principio per cui «il partito più forte prende tutto» non sarebbe sostenibile. Da qui la richiesta delle primarie e soprattutto l’avvertimento: se non si vogliono fare, «ci venga detto e ne prenderemo atto».

Conte non arriva a dire esplicitamente che senza primarie il campo largo salterà. Ma quando gli viene chiesto proprio se questo possa essere l’esito, replica domandando come possano le altre forze accettare che sia il partito più forte a decidere tutto. Schlein, dal canto suo, non risponde né sì né no. L’aut aut politico resta dunque sul tavolo e rende tutt’altro che scontato un approdo che, a livello nazionale, non si è in realtà mai verificato: Pd e Movimento 5 Stelle non si sono mai presentati insieme alle elezioni politiche.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che distingue profondamente le intese costruite negli ultimi anni a livello locale da quella che dovrebbe nascere per tentare la conquista del Governo. In Comuni e Regioni è possibile trovare una sintesi sui problemi amministrativi e territoriali, lasciando fuori dal confronto molte delle grandi questioni nazionali. Quando si tratta di governare l’Italia, invece, quelle differenze non possono più restare fuori dalla porta.

Nel 2022 Conte scelse di correre da solo

Il precedente più vicino non appartiene a un’altra epoca politica. È quello delle elezioni del 25 settembre 2022, appena quattro anni fa. Anche allora si discusse della possibilità di un’intesa con il Pd e Conte chiuse la porta: il Movimento sarebbe andato «orgogliosamente da solo». Ancora più significativa fu la motivazione indicata dall’ex presidente del Consiglio: «Non ci sono i presupposti politici e programmatici per una intesa». Pd e M5S finirono così per presentarsi separatamente agli elettori.

Oggi quegli stessi presupposti dovrebbero essere costruiti. Lo ammette indirettamente lo stesso Conte quando osserva che le diverse forze politiche devono «per la prima volta» costruire un programma comune. Quattro anni dopo il problema ritorna dunque praticamente nello stesso punto: capire se forze che alle Politiche non sono mai state alleate possano diventarlo proprio quando dovranno confrontarsi con tanti dossier, e tra i più importanti, sui quali le rispettive posizioni rimangono distanti.

L’Ucraina è probabilmente l’esempio più evidente. Pd e Movimento 5 Stelle hanno mantenuto negli anni linee differenti sul sostegno militare a Kiev e più volte le divisioni sono arrivate direttamente nelle Aule parlamentari, con risoluzioni differenti. Anche al Parlamento europeo le delegazioni dei due partiti hanno votato diversamente sulle questioni legate al conflitto. Conte ha ribadito ancora nelle ultime settimane che il M5S continuerà a non votare nuovi invii di aiuti militari, mentre il Pd mantiene una posizione differente sul sostegno all’Ucraina.

Dal riarmo alla Tav, le distanze restano

Ma l’Ucraina è soltanto uno dei tanti dossier sui quali il campo largo deve ancora trovare una vera sintesi nazionale. Ci sono il riarmo e la difesa europea, con M5S e Avs su posizioni più rigide rispetto al Pd; i rapporti con Mosca; le grandi infrastrutture, con Conte che ha rimesso in discussione persino l’utilità della Tav; le differenti sensibilità sulla politica fiscale e il difficile equilibrio con l’area centrista. Questioni che possono avere un peso relativo quando si sceglie un sindaco, ma che diventano inevitabilmente centrali quando si propone agli elettori un governo del Paese.

Le alleanze costruite nei territori non cancellano però il problema nazionale. Quando si passa dalla gestione di un Comune o di una Regione alla prospettiva di governare l’Italia, le differenze riemergono tutte insieme: Ucraina, riarmo, politica estera, grandi infrastrutture, fisco e tanti altri argomenti. È su questi dossier che il campo largo continua a dividersi, ed è su questi dossier che un eventuale governo sarebbe chiamato a decidere.

E questa volta al problema del programma se ne aggiunge un altro, forse ancora più immediato: la leadership. Conte non intende accettare che sia la maggiore consistenza elettorale del Pd a consegnare automaticamente a Schlein la candidatura a Palazzo Chigi. La segretaria dem, dall’altra parte, continua a rinviare la discussione a dopo il programma. Entrambi, però, guardano alla stessa destinazione: la presidenza del Consiglio.

Gli interrogativi

Resta allora una domanda che quattro anni di progressivo avvicinamento tra Pd e M5S non hanno ancora cancellato. Nel 2022, secondo Conte, non esistevano nemmeno i «presupposti politici e programmatici» per un’intesa. Oggi quella stessa intesa viene presentata come la strada attraverso la quale costruire un’alternativa al centrodestra, mentre su tante delle principali questioni che un governo nazionale sarebbe chiamato ad affrontare le distanze restano e sono emerse persino nei voti parlamentari. Che cosa è cambiato davvero in appena quattro anni? Le rispettive idee oppure, più semplicemente, la necessità elettorale di unirsi per provare a conquistare Palazzo Chigi?

L’aut aut di Conte sulle primarie e la risposta interlocutoria di Schlein riportano questa contraddizione in superficie. E se Pd e Movimento 5 Stelle dovessero presentarsi ancora una volta separati alle prossime Politiche, più che la fine di un’alleanza nazionale sarebbe l’ennesimo mancato compimento di un’intesa che, davanti agli elettori chiamati a scegliere chi governerà il Paese, non è mai riuscita a nascere davvero. Per ora, infatti, il punto di incontro più solido, e forse l’unico, del campo largo sembra essere soprattutto uno: essere contro Giorgia Meloni.

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