Giorgia Meloni: preoccupata dalla difesa corporativa dei magistrati

La premier: la sinistra è allergica alla democrazia

Non teme chi pensa a scenari da governo tecnico. Non ritiene di avere troppi fronti aperti sulla questione migranti, perché «l’unico è quello con i trafficanti di umani», e intanto può festeggiare l’intesa raggiunta nella Ue dove «è passata la linea italiana» che ha fatto derubricare l’emendamento tedesco.

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Nella lunga intervista concessa a SkyTg24 per i vent’anni dell’emittente, Giorgia Meloni ha spiegato di essere invece «preoccupata» dalla «difesa corporativa» dei magistrati che hanno preso le difese della collega di Catania Iolanda Apostolico, contestata dal governo per aver aver accolto il ricorso di quattro migranti disapplicando il decreto Cutro. «Come un magistrato è libero di dire che un provvedimento del governo è illegittimo – nota -, il governo può dire che non è d’accordo, senza che questo voglia dire attaccare una categoria».

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La premier fa una premessa: «Sono di destra, rispetto i servitori dello Stato, la separazione dei poteri, le istituzioni della Repubblica. Per quello che mi riguarda non c’è nessun fronte aperto con la magistratura». Ma questo, sostiene, non le impedisce di definire «incomprensibili» le motivazioni messe nero su bianco dalla giudice. «A maggior ragione – sottolinea – se la sentenza dichiara illegittimi provvedimenti del governo, con tutti i passaggi istituzionali che si fanno per una norma, compresa la controfirma del presidente della Repubblica».

Questo non rientra quindi fra i «diversi errori» che la premier ammette di aver commesso: «Sulla comunicazione avrei potuto essere più presente, delle volte bisogna rispondere di meno alle provocazioni, però sono piccole cose».

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Il dossier migrazioni

Le tensioni fra esecutivo e magistratura si intrecciano con il grande dossier su cui sono impegnati Palazzo Chigi, Viminale e Farnesina, le migrazioni. Meloni considera una vittoria l’intesa fra i 27 a Bruxelles. «L’emendamento tedesco sulle ong era un passo indietro», ribadisce, cogliendo l’occasione per rivendicare un cambio di passo in Europa.

«Non mi sento isolata io, mi sembra sia molto più isolata una sinistra europea che ritiene di poter affrontare questa materia in modo ideologico», la tesi della premier, a cui scappa una risata divertita alla domanda sui «soliti noti» da lei evocati che aspirano a un governo tecnico: «La sinistra è allergica alla democrazia. Hanno cominciato ad attaccare persino Elly Schlein, non gli va bene neanche il segretario loro se è eletto, faranno il segretario tecnico…».

Ce l’ha anche con la sinistra europea, anche se questa volta non nomina Josep Borrell, che osteggia il Memorandum con la Tunisia, ora in bilico dopo che Kais Saied ha declinato una tranche di finanziamenti europei. «Penso che, sicuramente con un tono assertivo, Saied si rivolgesse alla sua opinione pubblica – commenta Meloni -. Non dice niente di molto diverso da quanto anche l’Italia sostiene: il rapporto con i Paesi africani deve cambiare perché noi abbiamo avuto un approccio paternalistico».

Le migrazioni sono fra gli effetti collaterali che la premier collega alla guerra in Ucraina, a cui «fare attenzione» perché «impattando sui cittadini rischiano di generare una stanchezza nell’opinione pubblica». Lo ha detto anche nelle ultime ore nella call con gli alleati Nato. Ai partner dell’Eurozona va invece l’ultimo messaggio: «La posizione sul Mes non è cambiata: non ha senso discutere uno strumento se non si conosce qual è la cornice all’interno della quale quello strumento si inserisce». E quindi il nuovo Patto di stabilità: «Sarebbe miope non considerare nelle regole la questione degli investimenti».

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