La Democrazia Cristiana ed il rapimento di Aldo Moro

Un caso, una miriade di interpretazioni in cui si coniugavano macchinazioni di poteri internazionali e situazioni interne alla politica italiana

Ricorrentemente si ripresentano fatti, alla luce di nuove ricerche e nuove pubblicazioni (ad esempio «Gli Intellettuali e il Caso Moro» di Giampiero Mughini), che hanno modellato il corso degli eventi della nostra storia nazionale e che meritano, sotto una nuova luce, attenzioni rinnovate. Vi sono, difatti, vicende della storia della repubblica Italiana che forniscono degli snodi da cui si evince la poca linearità ed i molti misteri, che, da sempre, hanno contraddistinto le narrazioni, tese a consegnare verità, se non parziali, alla pubblica opinione, che appare talvolta cieca, se non sorda, di fronte a questi crocevia della storia.

Uno di questi «affaire» afferisce al rapimento Moro, quello che evocò intrecci palesi ed occulti in cui si trovarono di fronte USA e URSS, palestinesi e terroristi tedeschi, il compromesso storico ed il bipartitismo imperfetto. Giorgio Galli e Leonardo Sciascia, Gotor e Veltroni, Sorrentino e Bellocchio.

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Insomma il panorama delle arti e delle culture, con queste riletture ha fornito una miriade di interpretazioni in cui si coniugavano macchinazioni di poteri internazionali e situazioni interne alla politica italiana, da cui era possibile trarre qualche insidioso indizio che portava ad una contrapposizione tra servizi segreti di molti paesi che aleggiavano sul territorio italiano ed intorpidivano le acque di tutte quelle relazioni che orbitavano intorno ai partiti nazionali, al vaticano ed alle derivate vicende che mantenevano l’Italia dentro la sfera di influenza americana.

Sicchè ad esempio quell’improbabile «compromesso storico», che veniva malvisto delineava il quadro, come dice Mughini, in cui «un rovinìo di valori collaudati nelle coscienze e nei comportamenti» esauriva il suo corso di radicamento.

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Qui bisogna vedere quanto sia stata importante e rilevante la cultura cattolica nel prestare il fianco alle tante contraddizioni che da quel mondo scaturirono e che portarono, sì come evoca Ernesto Galli della Loggia, in una sorta di «parricidio» che travolse le coordinate della cultura dominante del ‘900.

Ebbene quel gesto terroristico sul politico democristiano fornì alimento a quegli sconvolgimenti «surrealisti» che condurranno ad una strage dei valori saldi e definiti, come quelli della famiglia, attraverso una reinterpretazione dei diritti civili e di tutti gli ismi che sono risultati dal ’68. A dieci anni da quella data, nel 1978, il cadavere di Moro pose fine non solo ad una storia abbastanza monolitica della nostra nazione, ma diede una scossa ad un sistema, fin troppo, abituato alla contrapposizione tra guelfi e ghibellini, come indicò ai tempi, Luigi Pintor, in cui se non eri amico della DC divenivi suo nemico.

Da lì risultò uno scompaginamento complessivo delle «parrocchie» ed i nemici di Moro utilizzarono anche pezzi di DC per negare la possibilità di trattare, seppur sempre cristianamente, con chi voleva disarticolare con metodi terroristici il sistema democratico. Strumenti palesi, che erano taluni democristiani, e strumenti teleologici, nonché ideologici, che venivano impersonati dalle brigate rosse che, artatamente e non si sa quanto consapevolmente, misero in evidenza le mille pieghe di una contrapposizione che dai corridoi passò alle piazze, fino a giungere agli «arcana imperii».

L’affare Moro condusse l’Italia a smascherare i troppi feticci esistenti, ormai vuoti simboli di qualcosa di datato, che si traducevano, né più né meno, in simulacri privi di significato, ovverosia in forme senza contenuto. Sciascia rese, attraverso un’opera di scarnificazione, chiaro l’intendimento della più dura e lucida analisi, secondo cui, paradossalmente, veniva ucciso e descritto come «un insegnante di diritto, che ironia, condannato senza alcuna legge».

Per tale forma di penetrante nichilismo Sciascia giunse a predicare l’assioma del «Né con le BR, né con lo Stato». Fu questa la crisi di una Repubblica che perse, da lì, la bussola per orientare uomini e vicende, dinamiche ed esiti in una sorta di navigazione a vista di una classe dirigente, preda di una dimensione disorientante, che solo nella seconda repubblica trasse e costruì nuovi paradigmi, già, oggi, in fase di superamento.

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