Troppi sequestri, i timori del narcos Raffaele Imperiale: «Non posso fare brutte figure»

Le conversazioni decriptate che hanno incastrato il boss

Sono stati i controlli a tappeto delle forze dell’ordine nel porto di Gioia Tauro, e le indicazioni «più stringenti» da parte del funzionario delle Dogane, ad indurre i narcotrafficanti internazionali Bartolo Bruzzaniti e Raffaele Imperiale a modificare le modalità di trasferimento della cocaina che dal Sud America approda in Italia.

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La circostanza emerge dalle pagine dell’ordinanza con la quale, lo scorso 6 ottobre, il gip di Reggio Calabria Giovanna Sergi ha disposto 36 misure cautelari e un sequestro che hanno consentito di smantellare la rete logistica con la quale la ‘Ndrangheta trasferiva la sostanza stupefacente in Europa. Tra le 36 persone arrestate figurano anche Bruzzaniti e il ‘napoletano’ Imperiale, sfuggito a tre mandati di cattura ma attualmente detenuto in una località segreta, dopo l’arresto a Dubai, il 4 agosto 2021, e il suo successivo trasferimento in Italia.

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Un arresto in carcere è stato emesso anche per un altro ‘napoletano’, Bruno Carbone, sodale e amico di Imperiale, anche lui sfuggito a tre mandati di cattura (due emessi a Napoli e uno a Catania). In una conversazione cryptata, tra Bruzzaniti e Imperiale, decodificata dagli inquirenti, emerge tutta la preoccupazione per il crescente numero di sequestri di droga messi a segno a Gioia Tauro dalle forze dell’ordine e, anche, la necessità di stoppare gli invii («7 lavori (carichi) presi… noi stoppiamo per un pò… ne passerà uno su 10…») ma anche l’esigenza di non fare brutta figura con i fornitori sudamericani con i quali Imperiale aveva già preso accordi («…devo essere sicuro che posso lavorare e non fare brutte figure», dice).

Due associazioni collegate

Le indagini hanno consentito di accertare due associazioni assolutamente collegate l’una all’altra: la prima annovera nelle sue fila portuali corrotti costantemente impegnati a prelevare i carichi di cocaina arrivati, per esempio, tra le banane, a Gioia Tauro. L’altra facente capo al trio Bruzzaniti, Imperiale e Carbone, dediti a tessere contatti con i gruppi sudamericani a capo delle forniture di stupefacenti in tutto il mondo e a tenere in piedi le relazioni con i referenti i portuali indefeli per pianificare nuovi traffici.

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Il crescente numero di sequestri spinge i narcotrafficanti Imperiale e Bruzzaniti a decidere per il blocco dell’invio della cocaina con il cosiddetto sistema «rip-on» (attraverso borsoni posizionati vicino alle porte dei container che l’operaio portuale «infedele» può prelevare in maniera immediata una volta aperto il portellone) in favore della modalità che invece contempla la corruzione (con oltre 260mila euro) di un addetto allo scanner, colui che è deputato a passare al setaccio il materiale spedito nei container caricati sulle navi cargo.

Ma per evitare problemi, la spedizione deve essere una e una sola proprio per facilitare il compito dell’addetto allo scanner infedele il quale, così, dovrà alterare la scansione di un singolo container. E le spedizioni vengono suddivise. I narcotrafficanti, inoltre, ritengono, attraverso questa modalità, di potersi mettere al riparo anche da eventuali fughe di notizie: «Compà, solo se la soffiata è da lì (se la soffiata arriva dalla Colombia) e aprono con certezza senza scanner, si perde…».

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