Il viceministro replica: «Non mi faccio intimidire»
Quando la protesta sceglie il fuoco come linguaggio simbolico, il confronto democratico arretra. Alla Sapienza, alcuni manifesti con l’immagine di Matteo Salvini sono stati bruciati durante un presidio studentesco, aprendo un nuovo fronte di polemica alla vigilia delle mobilitazioni del 13 giugno.
Il gesto è avvenuto all’università La Sapienza, nel corso di un presidio alla Minerva promosso dagli studenti di Cambiare Rotta. L’iniziativa ha fatto salire ulteriormente la tensione nella Capitale, dove nello stesso giorno sono previste tre piazze contrapposte: il corteo degli studenti e dei collettivi contro «guerra, razzismo e sfruttamento», diretto verso il ministero delle Infrastrutture guidato da Salvini, la manifestazione sulla Remigrazione e la contro-manifestazione convocata da sigle antifasciste e realtà della sinistra.
Il presidio alla Sapienza e il corteo verso il ministero
Da Cambiare Rotta è arrivata una rivendicazione politica netta. «Dalla Sapienza un segnale chiaro», hanno affermato gli studenti, annunciando che sabato alle 14.30 partiranno da piazzale del Verano per raggiungere il ministero guidato dal vicepremier leghista. Salvini viene indicato dal movimento come «volto e responsabile delle politiche razziste e securitarie».
La parola d’ordine scelta per la mobilitazione è «Respingiamoli». Ma il rogo dei manifesti con il volto del ministro ha spostato il baricentro dello scontro: non più soltanto la contestazione politica, legittima anche quando aspra, ma un gesto simbolico che richiama l’intimidazione e che ha provocato una reazione immediata nelle istituzioni.
Salvini ha replicato denunciando il metodo scelto dai contestatori: «C’è chi sceglie il confronto e chi, invece, preferisce l’insulto e arriva persino a bruciare le immagini di chi la pensa diversamente». Poi ha aggiunto: «Non mi faccio intimidire da questi gesti. Avanti, con ancora più determinazione».
La condanna del governo e della maggioranza
Il caso ha raccolto una condanna unanime nell’esecutivo e nella maggioranza. La premier Giorgia Meloni, intervenendo sui social, ha definito il gesto incompatibile con una normale dialettica democratica: «Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico». Quindi ha assicurato: «Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare».
Anche Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, ha parlato di un atto «intimidatorio che va condannato, a garanzia delle Istituzioni e del rispetto della libertà di espressione». Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha espresso «ferma condanna» per il «gesto inaccettabile», manifestando a Salvini «vicinanza personale e istituzionale».
Duro anche Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali, secondo cui quanto accaduto alla Sapienza costituisce «un incitamento all’odio e alla violenza». Sulla stessa linea si sono collocati i ministri Matteo Piantedosi e Giuseppe Valditara. La titolare del Mur, Anna Maria Bernini, ha sottolineato la gravità dell’episodio con una valutazione netta: «Quanto accaduto oggi alla Sapienza è incompatibile con l’idea stessa di università».
La reazione è arrivata anche dai vertici del Parlamento. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha ricordato che «bruciare immagini o ricorrere a gesti intimidatori non è mai un modo accettabile di manifestare le proprie idee». Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha invece definito l’episodio un «gesto inaccettabile», da condannare con «estrema fermezza».
Nel centrodestra lo scontro si è allargato anche al terreno politico. Raffaele Nevi, di Forza Italia, ha parlato di «silenzio connivente» del centrosinistra, mentre i capigruppo della Lega hanno chiesto una risposta «alla sinistra italiana».
Remigrazione, corteo e contro-manifestazione
Il 13 giugno, però, la Capitale non sarà attraversata solo dal corteo degli studenti. Nelle stesse ore sono attese altre due mobilitazioni contrapposte.
Il Comitato Remigrazione e Riconquista, di cui è esponente anche Luca Marsella, portavoce di CasaPound, ha convocato la partenza alle 15 da piazza della Libertà. Gli organizzatori hanno ribadito che l’obiettivo dell’iniziativa è dare «il massimo slancio istituzionale» a una proposta di legge di iniziativa popolare che, secondo quanto sostenuto dal Comitato, avrebbe già superato il numero di firme necessario per il deposito in Parlamento.
La manifestazione ha suscitato polemiche fin dall’annuncio. Nei giorni scorsi Cgil Roma e Lazio, insieme a diverse realtà antifasciste, tra cui Pd Roma, Anpi, M5S Roma, Libera Lazio e altre sigle, hanno chiesto al prefetto di Roma e al sindaco Roberto Gualtieri di impedire lo svolgimento dell’iniziativa, definendo la remigrazione una proposta «razzista e xenofoba».
Da qui la decisione di lanciare una contro-manifestazione al Colosseo, sempre per sabato pomeriggio. Tre piazze diverse, dunque, in una Roma già attraversata da un clima di forte contrapposizione. Ma il rogo dei manifesti con il volto di Salvini ha aggiunto un elemento ulteriore: la necessità di distinguere il dissenso politico, anche radicale, da gesti che alzano il livello dello scontro e impoveriscono lo spazio pubblico.




