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Periferie al Centro: Santa Barbara. Recuperare l’identità collettiva

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Analizziamo il secondo video postato sul web (FB) dall’amministrazione Comunale del sindaco a termine Carlo Marino, prodotto e pagato con i soldi dei contribuenti.

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L’intervento è dell’architetto Alessia Fratta, incaricata di seguire il progetto di riqualificazione del Casale pedemontano tanto caro all’assessore Alessandro Pontillo.

Recupero del «senso condiviso di appartenenza ad un gruppo» (identità collettiva). Così esordisce la professionista elencando la “nota spese” degli interventi programmati. Recupero dell’identità smarrita, questo evidentemente il senso dell’affermazione.

Identità persa per gli innumerevoli interventi residenziali realizzati (castrum dormitorio- feudi – residence) privi degli spazi idonei, utili, indispensabili alla socializzazione. Cioè, a fronte di decine di nuove costruzioni residenziali non è stato realizzato quanto previsto per legge dai cosiddetti “standard urbanistici” (assetto viario, potenziamento delle utenze primarie gas, luce, acqua, fibra ottica, piazze, scuole, impianti sportivi, mercati rionali, ecc.).

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Recupereremo, afferma, l’identità collettiva creando l’accesso viario con la città; spazi verdi per le attività ludico-ricreative; pavimentazione di un terminale di strada-identitaria.

Osserviamo: la città di pianura è abbandonata nel caotico traffico veicolare, le strade colabrodo, il verde incolto o affidato a privati, due dissesti, carenza di servizi anagrafe, personale dipendente al lumicino, nel mentre il sindaco Marino nel tentativo di fare dimenticare i disastri realizzati, sperpera soldi di tutti al di fuori di una corretta e saggia programmazione. (Soldi dello Stato – Recupero delle periferie – governo Gentiloni).

Al sindaco Marino e ai suoi incaricati rammentiamo insegnando: il senso condiviso d’appartenenza (preferiamo quest’espressione all’identità collettiva) è comune a tutti gli abitanti degli antichi Casali e non dei singoli. Univocità d’appartenenza derivata da similitudini negli usi e costumi, attività lavorative, religione e legami parentali. A consolidarne l’identità contribuirono i Borbone, aiutarono gli abitanti dei Casali della pedemontana concedendo l’uso dell’acqua del “Carolino”, utilità domestica e irrigua (Itinerari Tifatini, fascicoli 1 -2 e 3).

A diluire o fare smarrire la cosiddetta identità sono stati diversi fattori, epocali-naturali o derivati dagli abusi gestionali del territorio.

Da Garzano a Mezzano, transitando da Tuoro, Santa Barbara, Staturano e Casolla, in comune c’era il toponimo “corso Tifatino”, negli anni, sostituito con nuove indicazioni toponomastiche, anche questo è dimostrazione di frazionamento-divisorio.

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La perdita di storia identitaria e dei rapporti sociali nella popolazione pedemontana è stata causata dagli sciagurati interventi edilizi. Insediamenti abitativi lanciati come bombe d’acqua (per ottenere il massimo dello speculativo) lungo tutta la coltre urbana da Garzano a Mezzano e l’abbandono dell’edilizia esistente.

L’aumento della popolazione, cosiddetta non indigena, stipata in castrum dormitorio, cosiddetti residence o feudi, è paragonabile ai trasferimenti (rastrellamenti- deportazioni) verso i lager o nei gulag di tristissima storia. Gli insediamenti sono stati favoriti: dall’anarchia urbanistica, dalla cecità degli amministratori ,dalla non partecipazione attiva delle popolazioni indigene e dalla vicinanza degli svincoli della variante Anas. In maggioranza la popolazione importata è estranea, cioè proveniente da fuori città o provincia.

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L’auto denuncia dell’architetto Alessia Fratta è un autogol ai danni dell’attuale amministrazione. Il sindaco protempore Marino, rispetto al non rispetto degli standard urbanistici, ha responsabilità attive-dirette a partire dal 1997. Le responsabilità si sommano in amministrazione attiva ed anche operando dall’opposizione.

L’identità culturale, la socialità di popolo non si recupera lastricando 50 mt di strada, creando uno slargo o legittimando l’apertura di una strada al posto di una “cupa deflusso” di acque meteoriche, in parte allargata per servire nuovi “castrum dormitorio”.

La creazione d’insediamenti abitativi in false oasi felici (residence-castrum-dormitorio o feudi), è la condanna al carcere a vita dei deportati col conseguente peggioramento della qualità della vita per gli indigeni. Manifestazioni ludiche, religiose o sportive non aiutano la creazione di nuove socialità. L’isolamento è aggravato dalla scomparsa di servizi locali come ristorazione, bar, vendite di vicinanza e delegazioni municipali dell’ufficio anagrafe.

Piazza monsignor Nicola Suppa, quella che il sindaco Carlo Marino, in assoluta autarchia, ha deciso di distruggere per far posto ad un contenitore sotterraneo di auto è in posizione più prossima alla chiesa di Santa Barbara che non quella di Tuoro.

Salvare dalla distruzione piazza Suppa è un atto di civiltò di tutti i casertani.

Domani, domenica 16 maggio, ore 11,00 tutti in piazza Suppa di Tuoro per rivendicare il diritto d’essere ascoltati.

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