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Super Sud, un tuffo nella storia: il codice napoleonico cambia l’assetto socioistituzionale borbonico

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Come sempre succede, la fine di un ciclo e l’inizio di quello successivo rappresentano i momenti più significativi, per tirare le somme e stendere i bilanci, per sottolineare gli errori del passato e costruire il futuro.

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Ed è proprio quello che si verificò alla fine del decennio francese, durante il quale, evidentemente, stando ai giornali, di errori ne erano stati commessi tantissimi, così come di colpe e responsabilità. Tant’è che il bisettimanale “Il Censore”, con redattore Carlo Saccenti, nel numero 5 di venerdì 8 dicembre 1820, sottolineava che «fin dal 1799 il popolo aveva ricevuto l’inoculazione del pensiero. Esso non più ciecamente credeva, ma meditava».

Considerazione sulla quale tutte, o quasi, le testate giornalistiche dell’epoca, apparivano assolutamente d’accordo. I napoletani, dal punto di vista della capacità e comprensione politica – con gli avvenimenti del 1799 – erano cresciuti tantissimo e avevano continuato a farlo anche durante questo decennio, in conseguenza dell’uniformità politico-amministrativa che, in uno con il Codice napoleonico, aveva, nel bene e nel male, comunque trasformato – e non certo soltanto a livello superficiale – l’assetto socioistituzionale del Regno delle Due Sicilie.

Non a caso, a tale proposito, “Il Censore” ribadiva come ormai la stessa definizione di “proprietario” aveva cancellato le differenze e unificato nobili e borghesi. A dimostrarlo la constatazione che, nel decennio di cui stiamo parlando, il modo d’agire di nobiltà e borghesia professionale, nell’ambito delle Istituzioni locali, fu comune e non mise in mostra mai alcuna crepa, principalmente in relazione alle finalità economico-amministrative che appariva possibile ottenere.

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Dal rilevare queste che forse erano le prime e forse anche uniche, e per di più soltanto iniziali, eredità positive lasciate dai francesi, all’enumerazione e all’analisi degli errori politici che avevano indebolito sin dalle fondamenta l’assetto statale, errori che (e anche su questo la stampa appariva concorde), essendo poi conservati e sovente rafforzati dai Borbone, avrebbero progressivamente posto le premesse e rappresentato la miccia esplodente della rivoluzione napoletana del 1820.

La “minerva Napolitana”: «non si può cancellare il potere municipale che esiste indipendemente da tutto»

Prima di ogni altra cosa, veniva sottolineato e stigmatizzato l’eccesso di centralismo francese, che aveva cancellato il “potere municipale”, il quale però, come scriveva la “Minerva Napolitana” (il più significativo giornale politico-letterario del periodo con redattori come Carlo Troya, Raffaele Liberatore e Giuseppe Ferrigno ndr.) «esiste indipendentemente da qualunque altro» e, quindi, non poteva essere annullato da nessuna prevaricazione del «potere amministrativo» che naturalmente veniva identificato nella persona dell’Intendente, principalmente per quanto riguardava le provincie.

Proprio sull’Intendente, infatti, finivano per riversarsi lampi, tuoni, critiche e rancori che, sommandosi l’uno all’altro, davano la stura ad una sorta di odio politico-istituzionale, sentimento questo nei confronti del funzionario che, per altro, accomunava tutta la stampa napoletana.

A tale proposito, infatti, il giornale politico bisettimanale “La Voce del Secolo”, redatto da Giuseppe De Cesare e dai fratelli Giuseppe e Carlo Mele, nel numero 12 del 1820 ribadiva come «L’Intendente il quale interviene a deliberare nel Consiglio [d’Intendenza] fa da giudice e da tutore, da giudice e da amministratore, da giudice e da fisco; vede egli dunque coll’interesse della giustizia e con l’interesse proprio. Ciò che non si è mai immaginato in alcun tribunale, si è autorizzato nel Consiglio d’Intendenza per gli affari amministrativi a danno dei cittadini».

Se ne ricava dunque, sempre sulla scorta di quanto affermava “La Voce”, che la creazione del “potere amministrativo” era dovuta al malcelato disegno di «sottrarre a quello giudiziario le molteplici diramazioni di amministrazioni pubbliche e comunali. Si volle ingannare il popolo e con l’inganno i ministri e gli impiegati conseguirono il doppio vantaggio di schiacciare i diritti dei cittadini, di disporre di tutte le rendite dei comuni, delle amministrazioni e dei corpi privilegiati».

Nasce, così, la lunga catena burocratica che oltre 200 anni dopo, continua ad affliggerci

Ne derivava quel “dispotismo ministeriale”, voluto dai rappresentanti di Napoleone e conservato intatto dal restaurato governo borbonico, che era finalizzato prima di tutto ad incamerare tutte quelle rendite che non potessero essere definitive come contribuzioni.

Era in definitiva un potere extra legem che, stando a “La Voce del Secolo”, «colle proprietà de’ cittadini, ha usurpato quelle de’ comuni, delli stabilimenti e delle amministrazioni…», al punto che non si trovava un avvocato che volesse sostenere la causa di un cliente presso il Consiglio d’Intendenza, essendo il legale «sicuro di dover sempre restar vinto e mai vittorioso».

Discendeva da qui quella lunga catena burocratica che ad oltre 200 anni di distanza continua a complicarci la quotidianità e che, allora come oggi, ostacolava la vita dei comuni, impedendo loro di vedere realizzati i propri progetti in un ragionevole lasso di tempo. E non succede ancora così – vien da pensare – anche oggi? Le richieste degli abitanti, ad esempio, dovevano innanzitutto ottenere il via libera delle autorità provinciali, prima di poter essere proposte al Sottintendente: solo dopo finivano sul tavolo dell’Intendente che, a sua volta e con la massima discrezionalità, era libero di decidere se prenderle in considerazione e, quindi, farne partecipe il ministro competente oppure metterle da parte in attesa di tempi migliori.

Una trafila, quindi, lunga, complicata, contorta e non sempre a lieto fine per i comuni interessati che, spesso, vedevano vanificati i loro progetti e le risorse utilizzate per scopi assolutamente diversi da quelli per i quali erano state raccolte. Insomma, le distrazioni di fondi, tanto in auge ancora oggi, affondano le loro radici molto indietro nel tempo.

Problema che “La Minerva Napolitana” non si fece alcuno scrupolo di denunciare più volte, ribadendo come «dopo aver percorsa una così lunga e fastidiosa catena, se il comune ha già pronto il denaro dei suoi cittadini, può l’Intendente o il ministro prendere questo denaro e investirlo in altri usi».

E fu proprio questo dispotismo ministeriale che, accentuandosi con il tempo e deludendo sempre di più i cittadini, finì per diventare una delle cause scatenanti di una rivoluzione che ebbe fra i suoi obiettivi primari quello di «rialzare il potere municipale per rialzare le province e per fare che gli uomini si leghino con vincoli di onor comunale, di onor di città, di onor di provincia». Come infatti si domandava la “Minerva Napolitana” sulla questione: «Che attaccamento volete voi che si abbia per una patria gli interessi pecuniarj della quale sono affidati ad un tutore invisibile quale può considerarsi il ministro dell’Interno?».

E la stampa comincia a denunciare l’enorme sperpero di risorse statali ad opera dei francesi

Altro argomento di notevole interesse e di enorme importanza, affrontato ripetutamente dalla stampa in questo periodo, fu quello relativo allo sperpero di ingenti risorse statali da parte dei francesi, conseguente all’esplosione degli organici del pubblico impiego. Cosa è cambiato in questi due secoli? Proprio niente. Anzi.

La sensazione di chi scrive è di star facendo la cronaca dei nostri giorni. Chi meglio degli altri seppe, con acutezza e capacità di analisi, sottolineare e stigmatizzare la questione fu indubbiamente il “Liceo Costituzionale delle Due Sicilie”, periodico quindicinale redatto da Francesco Paolo Bozzetti, Francesco Doria, marchese di Cerce Maggiore, Domenico Nicolai, marchese di Canneto, e Domenico Doccilli: con un’approfondita nota di Francesco Paolo Bozzelli, il periodico analizzò, offrendo una spiegazione lucida e decisamente veritiera, le ragioni di questa esplosione del numero dei dipendenti statali nell’ultimo quindicennio trascorso.

Argomento, però, di cui si interessarono anche altri giornali. “L’Amico della Costituzione” e gli “Annali del Patriottismo” avevano proposto addirittura l’epurazione di quei funzionari pubblici che «avevano abusato in mille modi delle loro cariche»: tanto più che, come scriveva gli “Annali”, «noi abbiamo disgraziatamente tanti impiegati inutili che, anche togliendone la metà, ci sarebbe di che non far mancare il pubblico servizio». Il “Liceo Costituzionale” sosteneva, invece, che il numero dei pubblici impiegati era cominciato a crescere nel 1806 allorché, con l’arrivo dei francesi, ai molti giacobini del 1799 (i quali, per essere ripagati dei danni economici e morali, chiedevano allo straniero un occhio di riguardo nell’accesso agli impieghi statali) si sommarono «quei tanti uomini indefiniti che in qualunque cangiamento son sempre i primi che mostransi teneramente attaccati al più forte, che appartengono insomma a tutti i governi, e son sempre pronti a tradirli tutti».

Il governo napoleonico aveva, si, aggiustata la situazione finanziaria del regno, ma, con l’imposta fondiaria, aveva rovinato i cittadini.

Al di là, però, delle questioni relative alla pletoricità degli organici dei dipendenti pubblici, nel decennio francese, l’altra fonte di polemiche e di condanna per il governo napoleonico era legata alla constatazione che il suo riformismo, pur avendo scritto la parola fine in calce alla critica e complessa situazione finanziario-amministrativa del regno, aveva praticamente rovinato sul piano economico-finanziario la stragrande maggioranza dei suoi abitanti.

Ed il “Liceo Costituzionale” ne sottolineava, ricorrendo a motivazioni inconfutabili, le ragioni: a cominciare dall’imposta fondiaria che, in sostituzione delle 24 contribuzioni preesistenti, fu tuttavia introdotta approssimativamente e spesso erroneamente. Sicché “Il Liceo” faceva notare come «lungi dal far precedere a questo grandioso progetto un censo geometrico che avesse valutato con la più approssimante esattezza la estensione e la qualità dei fondi e del diverso genere di uso e di cultura a cui erano addetti, s’inviarono dei commissari nelle province, i quali sovente dall’alto di un campanile o di una collina si faceano indicare i territori che poteano di là scovrirsi, e così di questi e degli altri disegnavano a capriccio il valore».

Purtroppo il peso fiscale dell’imposta fondiaria era stato determinato sovente in maniera sbagliata e non corrispondente al valore effettivo ed al reddito prodotto delle aree interessate e, quindi, spesso fu fatto oggetto di richieste di correzioni e modifiche da parte di numerosi comuni del regno. Cosa, per altro, dimostrata – così come si può rilevare ne “I problemi del Mezzogiorno negli atti dei Consigli Provinciali” di Alfonso Scirocco – dai contenuti dei verbali dei lavori dei Consigli Distrettuali e Provinciali. Il che, come rilevava e faceva notare il giornale, era stato l’inizio della fine economica dei proprietari, in particolare di quelli piccoli che, per pagarne l’esoso ammontare, furono costretti a distogliere i capitali dall’investimento agricolo oppure a ricorrere a prestiti pesantissimi e non sempre sostenibili.

La stessa abolizione dei cosiddetti arrendamenti – progenitori degli attuali titoli di stato – aveva mandato sul lastrico tantissime famiglie e, a questo proposito, “Il Liceo Costituzionale” ribadiva che «non vi era famiglia di gentiluomo in Napoli che non vantasse di questi beni, che la fede pubblica per tanti anni aveva garantito».

E neppure si poteva dire che l’incameramento da parte dello Stato dei beni feudali espropriati – la cosiddetta quotizzazione demaniale – si fosse dimostrata favorevole agli abitanti dei comuni ai quali, pur originariamente e teoricamente, avrebbe dovuto essere finalizzata, ma si trasformò di contro soltanto in un ulteriore possibilità di arricchimento per quanti erano in condizioni economiche tali da avere disponibilità di mezzi per acquistarli.

Ma bisogna anche mettere in conto che, ad aggravare ulteriormente la situazione generale del Regno sotto il profilo socioeconomico, contribuivano anche i pesantissimi effetti dello stato di guerra nonché il freno quasi totale del commercio marittimo, sicché se ne ricava, così come sottolineava sempre “Il Liceo”, che «l’industria e la mercatura ne sentirono da prima i tristissimi effetti» e ciò «fu la vera caduta del tempio che schiacciò indistintamente israeliti e filistei sotto le sue profonde rovine».

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