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Super Sud, un tuffo nella storia: giornali moderati ma tanti anti governativi. Nasce la filosofia dell’elemosina

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Pedante, retorico e decisamente antigovernativo il “Costituzionale”, trisettimanale apparso per la prima volta il 1° febbraio. Scritto, quasi per la sua totalità dal romagnolo Gaetano Valeriani, il foglio non ebbe vita particolarmente felice e chiuse le pubblicazioni con il numero del 6 aprile 1848.

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Il Valeriani, però, non volle arrendersi all’insuccesso e diede vita, il 18 marzo 1848, al miniquotidiano (dal punto di vista del piccolo formato e del prezzo di vendita, non della sua importanza) ‘L’Inferno’ il cui antigovenatorismo è dimostrato in maniera chiarissima e determinata da un’affermazione contenuta in un articolo del 20 aprile: «Il governo dorme, i ministri bamboleggiano nell’infanzia, la legge non vi è, la Guardia nazionale è in scissura».

E non molto più tenero con il governo fu la ‘Rigenerazione’ che vide la luce il 9 febbraio come trisettimanale, per trasformarsi quasi subito in quotidiano: proprietario e direttore ne fu Stellario Salafia. Sin dall’inizio la testata si occupò della ‘questione siciliana’ che, col passare del tempo, ne divenne il principale e più significativo interesse.

Una questione che il giornale considerava dal punto di vista dell’indipendenza ma non sotto il profilo municipalistico: tant’è che, secondo i suoi redattori, se i siciliani non intendevano «cadere più sotto il desolante gioco di un governo napoletano», avrebbero dovuto accettare la Costituzione del 1812, lasciando che il legame con l’Italia si dipanasse attraverso «una confederazione politica e materiale».

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‘L’Arlecchino’, politica e umorismo e inseguendo gli impiegati in fuga dalle scrivanie, diventò il giornale più letto nel 1848

Salace, ironico, irridente, oltre che il più letto dei giornali del 1848, si dimostrò il quotidiano politico-umoristico ‘l’Arlecchino’, nato il 18 marzo del 1848, diretto da Emanuele Melisurgo, con la collaborazione di Felice Niccolino, Giuseppe Orgitano e Achille de Lauzières: esso, da posizioni comunque liberali, fu una vera e propria spina nel fianco del ministero Serracapriola prima e di quello Troya poi.

Si prese gioco dell’amministrazione pubblica, sottolineando e beffeggiando alcuni dei fenomeni di costume più in voga in quel periodo e, per la verità, anche oggi: la caccia agli impiegati, costantemente in ‘fuga’ dalle loro scrivanie, il proliferare dei giornali amici della Costituzione, la tempesta dei discorsi politici sui malcapitati cittadini.

Con i suoi quadretti di vita politico-sociale, tra cui quello sullo spaesato arrivo a Napoli dei parlamentari di provincia, fu una sorta di antidiluviano giornale di gossip, ma non mancò, sempre con vena umoristica sottile ma penetrante, di sottolineare le insufficienze e le lentezze dell’azione di governo.

Solo per dare al lettore la misura della pungente salacità del giornale, proponiamo una nota sulla situazione generale del Regno, pubblicata sul numero del 23 marzo, ovvero appena cinque giorni dopo l’esordio: «L’Unione e la concordia nel Regno è ristabilita. Napoli e Sicilia (…) interamente in pace; i calabresi sono nostri, i lazzari ci adorano, i gesuiti hanno benedetto il giorno che abbiamo dato loro la permissione di andar via da questo luogo di domanda: i preti non fanno altro che predicare la Costituzione; la polizia antica è tutta fusa come la gendarmeria: la guardia nazionale sta facendo gli elmi. Tutto va di meglio in meglio».

‘Critica e verità’: 35 giorni di vita gli furono sufficienti a iniziare i meridionali alla filosofia dell’elemosina

E nel filone antigovernativo va inserito di diritto anche ‘Critica e verità’, piccolo quotidiano di ispirazione giobertiana diretto da Angelo Santilli, giovane studioso di filosofia: il primo numero vide la luce il 9 marzo e chiuse la sua breve esistenza 35 giorni dopo, il 14 aprile del 1848. Così come breve fu la vita del suo direttore, stroncata il 15 maggio negli scontri con i borbonici.

E se è vero, com’è vero, che durante la sua breve presenza sul mercato il foglio sottolineò a più riprese l’esigenza di preoccuparsi del problema del pauperismo meridionale e di integrare la riforma politica con una ‘riforma economica’ impostata su ‘carità’ e ‘beneficenza’, allora bisogna riconoscere ad esso di essere stato l’iniziatore dei meridionali alla filosofia dell’elemosina: un malcostume che, purtroppo, ci portiamo dietro ancora adesso e di cui facciamo così tanta fatica a liberarci.

E Silvio Spaventa fonda il ‘Nazionale’ giornale leader del periodo

Pochi giorni prima della nascita del giornale di Santilli, il 1° marzo dello stesso anno aveva visto la luce il quotidiano destinato ad essere il ‘numero uno’ del periodo, sia dal punto di vista intellettuale che da quello politico e giornalistico: si trattava del ‘Nazionale’, diretto da Silvio Spaventa, collaborato da un ufficio di direzione formato da esponenti di primo piano dell’intelligenza dell’epoca e del patriottismo meridionale come Luigi Dragonetti, Alessandro Poerio, Gaetano Trevisan, Giuseppe Del Re, Gennaro Bellelli e Gabriele Capuano.

I punti più significativi del suo programma furono annunciati con chiarezza sin dal primo numero: innanzitutto la costruzione dell’identità nazionale, tant’è che i suoi ideatori intendevano «caldeggiare e promuovere la nazionalità italiana sulle basi dell’indipendenza che debbe francheggiare tutti i popoli della penisola dalle straniere influenze e del sistema rappresentativo che debbe assicurarne la libertà e collegarli in una unità politica col predominio legale della spiritualissima forza della pubblica opinione»; v’era poi l’adesione al metodo del progresso graduale, che non doveva prescindere dai princìpi della ‘temperanza’ e dell’«opportunità» e che avrebbe impedito il rischio che gli indirizzi della vita politica venissero dettati dalla ‘piazza’; infine c’era l’istanza di assicurare le più ampie libertà comunali, ma stando bene attenti a che queste tendessero «sempre all’unità in rispetto al civil reggimento, dappoiché nell’unione e nella cospirazione di tutte le forze noi riponiamo la nostra salvezza e la solidità del nazionale edifizio».

Il giornale, nonostante le sue pagine risuonassero di tante voci e delle migliori intelligenze del periodo, fu sempre impregnato della personalità di Silvio Spaventa e della sua adesione alle teorie hegeliane che egli mise costantemente a confronto con le ragioni della politica, sostenendo sempre, come il suo ispiratore Hegel, che «il concerto che domina nella storia dell’umanità è sempre che la ragione governi il mondo e il suo scopo sia l’effettuazione della libertà» e che «noi non ci pensiamo essere altro la nazionalità che la coscienza dell’infinito della società mediante la medesimezza del linguaggio e la memoria della comune origine: il quale infinito è lo Stato secondo il suo concetto».

L’altro concetto mutuato da Hegel fu l’affermazione della sovranità del popolo, che Spaventa, riecheggiando il filosofo tedesco, riteneva la «parte più intelligente» e «più attiva dei cittadini», contestando così, già in partenza, la concezione formalmente aritmetica della democrazia fondata sul numero delle “teste”, perché a suo dire i «veri e legittimi bisogni dell’universale» non sono difesi dalla maggioranza numerica, bensì dai «pochi i quali sono gli interpreti e i banditori del pensiero e del volere inconsapevole dei più; epperò, quantunque apparentemente in minoranza, essi rappresentano non di meno la vera opinione della maggioranza della nazione».

Il che significava da un lato riconoscere anche la positività della rottura rivoluzionaria nella costruzione del processo storico e dello Stato, e dall’altro comportava la non accettazione della Costituzione del Bozzelli, il rifiuto della Camera alta, infine il ripudio della legge elettorale fondata sul censo. Tutto questo, però, non impedì al ‘Nazionale’ di sollecitare costantemente il governo napoletano ad accelerare il collegamento operativo e strategico con gli altri Stati italiani per il conseguimento dell’indipendenza e a responsabilizzarsi rispetto alla questione dell’identità nazionale, guardando sempre e comunque all’unità del Paese.

«Sì, lo Stato – sosteneva, infatti, un articolo del 18 aprile – per noi è risorto, ma non è qui: esso è in tutta Italia. Colla nostra rivoluzione noi ci siamo fatti un inganno, ma il risultato di questo inganno è positivo e grande: lo Stato che noi cercavamo non esiste nella coscienza napoletana, sebbene in dominio più vasto, più sostanziale, nella coscienza italiana. Dello Stato qui non c’è che la forma: lo spirito è in Italia tutta».

E’ chiaro che tutto questo si estrinsecò prima nella condanna del ministero Serracapriola e dopo anche di quello Troya che il giornale definì come «un ministero inoperoso ed in apparenza affaccendato, antigovernativo, parolaio, vano, presuntuoso, dottrinario senza dottrina, liberale senza convinzione, composto d’uomini tra loro inaccordabili e pur nondimeno accordatisi a meraviglia nel restare al potere».

Ma un merito va sicuramente riconosciuto al ‘Nazionale’: l’aver aperto politicamente ed intellettualmente le porte al mondo del lavoro e della plebe, chiedendone più volte l’elevazione al livello di ‘popolo’. Da qui l’accettazione e la condivisione per la «pienamente legittima» protesta dei tipografi napoletani; la legittimazione dei movimenti di occupazione delle terre perché provocati dalla necessità dei contadini a causa della «oppressione di poche famiglie di cittadini usurpatori»; e l’accettazione della concretezza e ragionevolezza della «organizzazione del lavoro».

Testate moderate, ma non mancavano quelle duramente antipotere: ‘Mondo vecchio e mondo nuovo’ di Petruccelli della Gattina

Ma il fatto che finora noi si sia parlato di testate, più o meno moderate, non significa che mancassero giornali dall’orientamento politico di dura contrapposizione al potere. Fra questi il più significativo era il quotidiano di piccolo formato ‘Mondo vecchio e mondo nuovo’, diretto dal lucano Ferdinando Petruccelli della Gattina, la cui prima apparizione è datata 27 febbraio 1848, mentre l’ultima il 22 settembre 1848. Come il ‘Nazionale’ risentiva della personalità di Silvio Spaventa, il ‘Mondo’ risentiva dell’estro e dell’ironia pungente del Petruccelli, che sosteneva l’esigenza di un «sollecito armamento del popolo», della pace con la Sicilia e della veloce formazione di una lega federale degli Stati italiani.

Proprio per questa sua opposizione convinta e per le sue costanti denunce il giornale divenne in breve tanto popolare che tipografi senza scrupoli tentarono addirittura di contraffarlo, dando alle stampe un ben poco credibile “Codicillo al Mondo vecchio ed al mondo nuovo”.

Il foglio denunciò reiteratamente la voglia di reazione della monarchia, spingendosi fino a chiedere ai volontari di non partire per la Lombardia, perché sarebbero stati più utili a Napoli per sventare eventuali tentativi controrivoluzionari: poi, con la stessa continuità ed intensità, sostenne la trasformazione della Camera dei deputati in Assemblea Costituente per liberalizzare, anche contro il parere del Re, le istituzioni del Regno.

E si fece anche carico di richiedere una politica dei lavori pubblici, capace di rilanciare l’occupazione, e l’istituzione di “case di lavoro” al cui impianto si sarebbe dovuto provvedere con le rendite dei monasteri (che riteneva popolati «d’infingardi, d’ignoranti, di gente inutili») e con quelle dei vescovadi. E quando, nell’imminenza dell’apertura del Parlamento, la situazione tanto nella capitale quanto nelle province giunse all’esasperazione, la testata si schierò apertamente contro le annunciate agitazioni contadine, perché sosteneva «Non ci illudiamo; prive le nostre masse popolari di ogni educazione civile, avvezze al terrore, al bastone, ogni conato demagogico ci spingerebbe non innanzi alla repubblica, ma indietro al dispotismo».

Su posizione analoghe al ‘Mondo’ petruccelliano si schierarono due giornali minori: ‘Il caffè di Buono’ che ebbe vita brevissima, solo pochi numeri in marzo, e ‘Il Corriere di Calabria’, trisettimanale dalla vita decisamente più lunga del ‘Caffe’, visto che vide la luce l’8 di aprile 1848 e apparve per l’ultima volta il 13 luglio 1849.

Entrambi furono il frutto del lavoro di intellettuali radicali calabresi, in quel momento a Napoli. Senza un preciso indirizzo politico, oltre una generica adesione al costituzionalismo, il ‘Lampo’, pubblicato per la prima volta l’1 marzo 1848 e per l’ultima il 27 agosto 1849, e il ‘Lume a gas’, pubblicato dall’8 novembre 1847 fino al 27 agosto 1849, contendevano al ‘Mondo vecchio e mondo nuovo’ il primato di giornale più venduto. Il primo, fondato dal tipografo-libraio Giuseppe Nobile, era quotidiano di notizie, ricavate da altri giornali. Il secondo era un quotidiano umoristico e di varia umanità, fondato da Gaetano Somma e forte della collaborazione anche di Francesco Mastriani.

Due piccole testate, intanto, videro la luce a Salerno: il settimanale ‘Anonimo’ che, pubblicato per la prima volta il 27 marzo 1848 e per l’ultima il 5 maggio 1848, era praticamente allineato alle posizioni del governo Troya ed il trisettimanale “Guida del popolo” che, diretto da Michele Pironti, durò dal 20 febbraio al 7 maggio 1848, schierandosi immediatamente all’opposizione dei governi napoletani all’insegna di due istanze, vale a dire l’allargamento del diritto di voto anche ai piccoli contadini ed agli artigiani e la sottoscrizione di un patto federale fra gli Stati italiani con l’obiettivo primario di unificare l’Italia.

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