Usa, la più grande democrazia del mondo è ancora «un cadavere in buona salute»?

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Quel che sta succedendo negli USA ha dell’incredibile: l’assalto alla sede del Congresso ha dell’incredibile; la censura e l’oscuramento di Trump sui social media ha dell’incredibile; la richiesta di impeachement a fine mandato ha dell’incredibile.

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Cosa è successo e cosa sta succedendo davvero?

Tutto ha inizio con il voto del 3 novembre scorso, che ha mostrato la inadeguatezza della macchina elettorale statunitense, opaca e permeabile fino al punto da indurre nella maggioranza degli americani il legittimo sospetto che la vittoria del candidato democratico alla presidenza, Joe Biden, sia stata taroccata. Gli elementi per crederci non mancano, a dispetto di tutte le sentenze, che non sono mai entrate nel merito dei brogli ma si sono limitate a questioni procedurali. Fermo restando che attualmente vi sono almeno sessanta processi che dovranno occuparsene in sede penale.

E fu così che una manifestazione pacifica di dissenso, fatta di canti, musica e balli è sfociata nientedimeno che nell’assalto a Capitol Hill, al santuario della democrazia americana, al luogo più protetto del mondo stranamente privo di un adeguato servizio di sicurezza. L’assalto da parte di un gruppuscolo di dimostranti è stato guidato – così ci è stato fatto credere – da un adulto, forse mai cresciuto veramente, vestito da sciamano a petto nudo, pieno di tatuaggi e con un paio di corna sulla testa: un attore di nome e di fatto in cerca di pubblicità.

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Se non ci fosse scappato il morto l’episodio sarebbe stato rubricato come una pagliacciata, una delle tante, cui ci ha abituati la voglia di protagonismo di personaggi in cerca di autore.
Sicuramente non è stato reso un buon servizio alla causa di Trump che, incautamente, ha organizzato a poca distanza una manifestazione proprio per il giorno in cui il Congresso avrebbe dovuto proclamare Biden Presidente USA. In questi casi dovrebbe sempre essere messa in conto la possibilità che degli scalmanati, tra i quali sono sempre possibili degli infiltrati di vario tipo, possano screditare la protesta facendola sfociare in disordini.

Sicuramente, la pagliacciata messa in scena nelle sale e nei corridoi del Palazzo ha avuto un effetto boomerang sul presidente uscente, che inutilmente ha preso le distanze dai facinorosi. L’inutilità del gesto è stata accentuata dall’essere oscurato dai social, che invece avrebbero dovuto amplificare il suo messaggio, se davvero avessero voluto la pacificazione degli animi.

Naturalmente il dibattito parlamentare, nel quale i repubblicani avrebbero potuto mostrare al mondo intero la fragilità del meccanismo elettorale e portare eventuali prove dei brogli, credibili o meno, da mettere agli atti, è stato travolto dal caos e si è concluso con un affrettato voto unanime sulla ratifica della elezione di Biden.

Accusato di avere fomentato i disordini, senza un giudice, senza un processo, senza neppure rintracciare nel suo discorso espressioni di particolare violenza, i maggiori social hanno oscurato a tempo indeterminato i profili del presidente degli Stati Uniti ancora in carica, al quale è stato tolto, non si capisce bene sulla base di quali norme, il diritto di esprimersi e di parlare agli americani. Stessa sorte è toccata al suo staff e persino ai suoi simpatizzati che avrebbero voluto esprimergli solidarietà cambiando la propria immagine del profilo social con quella del loro Presidente.

Sarà un caso, ma cospicui finanziamenti alla campagna elettorale di Biden sono venuti proprio da questi colossi high tech, improvvisati paladini della libertà e della democrazia. Chi li giustifica fa leva sul fatto che siano corporations private e perciò libere di fare quel che vogliono secondo regole interne e senza dover rendere conto a nessuno.
Non fa scandalo se sulle stesse piattaforme sia consentito a terroristi e a dittatori, da loro stessi ritenuti tali, di avere piena libertà di espressione. Come non conta che oggi gran parte del dibattito politico si svolga sui social che, per ciò stesso, dovrebbero essere strumento di democrazia sottoposto alle norme costituzionali.

Nella sinistra italiana si levano alte grida di giubilo per quello che succede in America, sperando che i social oscurino la destra di casa. Già in passato è successo per Salvini, la Meloni, Casa Pound e relativi seguaci, ma in Italia si è trovato un giudice che ha preteso il rispetto della nostra Costituzione, facendola valere anche per i colossi del web.

Come se non bastasse, il Presidente della Camera USA, Nancy Pelosi. avvia una procedura di impeachement, nientemeno che «per istigazione all’insurrezione», proprio a pochi giorni dalla fine del mandato di Trump. Alla faccia della volontà di riconciliazione predicata da Biden durante la campagna elettorale; alla faccia del buon senso, che ha sempre spinto i vincitori a buttare acqua sul fuoco anziché esasperare gli animi. La stessa procedura, che può valere solo per un presidente in carica, è destinata al fallimento, ma il rancore è in cerca di sfogo.

Tuttavia, se l’assalto al Capitol ha fatto male a Trump che, a torto o a ragione ne viene considerato l’ispiratore, le ritorsioni nei suoi confronti, paradossalmente, secondo i sondaggi, ne hanno rafforzato il gradimento.

I social media, invece, hanno registrato un immediato crollo in borsa con perdite consistenti per Twitter, Apple, Amazon, Google ed una fuga in massa verso altre piattaforme.

Nel mondo politico internazionale si registra una timida presa di coscienza che va dalla Germania della Merkel alla Francia, dalla Norvergia all’Australia, dal Messico alla Russia dove persino il più accanito oppositore di Putin, con patente internazionale di democraticità, Alexei Navalny, critica gli oligarchi tecnologici.

In ultimo, non sono da trascurare i fermenti indipendentisti indotti dal malcontento generale: già nel Texas repubblicano è pronta una proposta di legge per uscire dall’Unione.

C’è da chiedersi se gli Usa, «la più grande democrazia del mondo» siano davvero una democrazia oppure – secondo una paradossale definizione di Giorgio Locchi e Alain de Benoist, nel loro magistrale libro degli anni settanta, Il male americano – siano «un cadavere in buona salute».

Alla luce degli accadimenti, sembra che oggi anche la salute lasci a desiderare.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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