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La prefazione di Nuccio Carrara a “Gli inganni del politicamente corretto” di Alessando Severino

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Cos’è il politicamente corretto, quando è nato e come si è sviluppato fino a diventare l’incubo del mondo contemporaneo? A queste domande cerca di dare una risposta Alessandro Severino e già dal titolo del suo libro l’autore mette in chiaro che il politicamente corretto è una fonte d’inganni.

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Ripercorrendo le tappe di una lenta demolizione del mondo tradizionale, e partendo dall’ideologia del progresso con i suoi corollari di libertà individuale e tolleranza, si arriva alla decostruzione degli ancoraggi che hanno accompagnato l’uomo nella sua avventura millenaria: la famiglia, le radici, la religione.

L’individualismo e il relativismo sono le basi filosofiche del politicamente corretto.

Secondo l’autore, è nella sinistra statunitense, post comunista, la New Left, che vanno cercate le origini del fenomeno, che punta non più alla difesa del proletariato, ma alla liberalizzazione dei costumi per realizzare una sorta di società «socialista e comunistica in senso umanistico» (C. Preve). I suoi fautori credono ancora di lottare contro il capitalismo senza accorgersi, però, di scivolare proprio nelle sue fauci.

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Sarà il ’68 a introdurre il «bigottismo progressista e l’ipocrisia del linguaggio corretto» (M. Veneziani) e con il suo «vietato vietare» segnerà una decisa accelerazione verso il divorzio dalla realtà dando la precedenza ai desideri individuali affrancati da ogni senso di responsabilità.

«Così – osserva l’autore – finita l’utopia dell’attesa della rivoluzione comunista, la nuova pretesa utopica e salvifica dell’umanità, in pieno clima di nichilismo globalista, è proprio il politicamente corretto, che abolisce il mondo reale per far posto a un mondo futuro dove, nel nome di un diritto ad avere diritti (separato da ogni dovere), non viene arginato nessun desiderio».

I radical chic furono i profeti di questa ondata di liberazione dai freni inibitori tipici della vecchia società, che pure aveva i suoi limiti, ma aveva ancora ancoraggi sicuri e sane dosi di realismo. L’operaismo e l’anticapitalismo rimanevano sullo sfondo e lo sguardo veniva rivolto non più a Mosca e all’Urss ma al comunismo cinese di Mao, strano vezzo della nuova “borghesia da salotto”.

L’idea di essere dalla parte della verità e del progresso ha sempre animato i finti fautori della libertà, della tolleranza e della democrazia a parole. Purtroppo, alla prova dei fatti queste nobili intenzioni sono sfociate nell’intolleranza verso la propria cultura millenaria. E se, come giustamente sostiene l’autore, «il politicamente corretto inizialmente ha esercitato un ruolo indubbiamente positivo nel superare e inibire ogni forma di discriminazione», è altrettanto vero che nel tempo è venuto a configurarsi «come pensiero unico generatore di isolamento e punizioni per i dissidenti», anche se fino ad oggi sono state escluse le pene corporali.

Diceva Marx che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. E ne ha dato egli stesso ampia dimostrazione: anche se le sue intenzioni erano buone, si rivelarono disastrose alla luce dei fatti.

Oggi sembra di vivere nella fattoria degli animali di Orwell, sotto l’occhio vigile del Ministero della Verità che modifica la lingua e la storia a suo piacimento.

La pretesa superiorità etica e politica anima i fautori del pensiero unico che ritengono di poter censurare come fascista, razzista, sessista ecc., qualsiasi tentativo di andare controcorrente rispetto ai canoni ormai accreditati dalle organizzazioni sovranazionali ed in particolare dall’Unione europea, talora nel silenzio quasi complice della nuova Chiesa di papa Bergoglio.

La globalizzazione e il capitalismo finanziario avvertono la necessità di contrastare le diversità e le pulsioni identitarie puntando alla omologazione planetaria attraverso la dilatazione, fino all’inverosimile, del principio di uguaglianza. La necessità di avere masse di consumatori anonimi e privi di ogni senso di appartenenza, si ispira a sproposito al principio di tolleranza verso le culture altre rispetto alla nostra, verso la quale invece si nutre insofferenza e persino avversione.

Ciò è possibile grazie al relativismo come visione del mondo in cui una cultura vale l’altra e paradossalmente la propria è destinata a cedere il passo.

Il multiculturalismo è la faccia della stessa medaglia, funzionale alla realizzazione di un mondo promiscuo dove le culture di provenienza si atrofizzano e muoiono per fare spazio ad una umanità omologata e spaesata in balia del consumismo come unico orizzonte esistenziale.

La patria diventa, quindi, un concetto obsoleto per chi ritiene di essere cittadino del mondo. In quanto terra dei padri ci riporta al senso di appartenenza, a precisi confini che segnano il perimetro che ci separa dalle altre patrie verso le quali bisogna nutrire lo stesso rispetto che si pretende per la propria.

Il fenomeno migratorio non solo non viene contrastato, ma è persino favorito in nome di un malinteso senso di accoglienza che non tiene conto delle reali intenzioni dei migranti clandestini (non sempre lecite e condivisibili) e delle difficoltà di chi si vede costretto a subire gli effetti negativi di una autentica invasione. Bisogna accettare supinamente il mantra della fuga dalla fame e dalla guerra anche quando l’evidenza mostra il contrario. Il migrante diventa una risorsa a prescindere, fa i lavori che gli italiani non amano fare e provvede pure a pagare le loro pensioni. Luoghi comuni palesemente infondati, ma impossibili da contrastare se non si vuole essere assaliti con l’accusa di razzismo.

La famiglia tradizionale è da considerarsi un’istituzione superata. È l’ostacolo che maggiormente resiste alla trasformazione del mondo in un unico mercato e si dimostra impermeabile al politicamente corretto.

Ma attraverso il lavaggio del cervello operato dal “clero televisivo” e dai grandi mezzi d’informazione foraggiati dalla grande finanza internazionale, la famiglia tradizionale è fatta anch’essa oggetto di una lenta e progressiva decostruzione.

Il dato naturale dell’unione tra un uomo e una donna viene stravolto a beneficio di qualsiasi unione secondo i nuovi modelli dettati dalle lobby Gay ed Lgbt.

Persino i termini di mammà e papà, secondo il dettato del politicamente corretto, vengono ricondotti ad espressioni neutre ed insignificanti come genitore 1 e genitore 2.

Scivolando su questo piano inclinato, si arriva alla teoria gender che nega persino l’evidenza dei sessi e la loro polarità maschile e femminile. Secondo il politicamente corretto il sesso biologico non può essere un impedimento per chi decida di scegliere il genere sessuale cui appartenere secondo il capriccio del momento.

Anche nell’ambito religioso, una religione vale l’altra e lo stesso cristianesimo non viene più percepito come la religione dei padri, ma refluisce nell’ambito individuale perdendo la sua funzione comunitaria.

Il politicamente corretto non riconosce nella religione l’insopprimibile bisogno di trascendenza che va oltre la finanza e i mercati.

Mal sopporta che religione ponga precisi limiti etici che non sono compatibili con la soddisfazione delle voglie individuali fatte passare per diritti inviolabili della persona umana.

In sintesi, il politicamente corretto si è costituito come una ideologia intransigente che predica la tolleranza, ma pratica l’intolleranza: «Un’ideologia senza religione, patria e famiglia, essenziali proiezioni dell’eterno e del trascendente, che intende dissolvere i legami, che cancella l’esperienza della vita e della storia, che de-spiritualizza il sapere in virtù della supremazia dell’odierno, che vuole estirpare e sradicare gli argini di sicurezza del trascendente, che ama sciogliere freni e identità, che vuole sostituire il senso dell’eterno con la soddisfazione dell’emozione estemporanea».

In conclusione, il libro di Alessandro Severino si dimostra un’opera coraggiosa, decisamente impegnata a smontare pezzo per pezzo ciò che il pensiero unico globale ha costruito lentamente ma inesorabilmente, nell’immaginario collettivo attraverso l’uso del linguaggio politicamente corretto.

Con stile lucido e logica stringente, l’autore pone in risalto le contraddizioni e le aporie del politicamente corretto svelandone gli inganni e le falsificazioni.

Il suo sguardo spazia sui grandi temi di attualità, attingendo anche ai fatti di cronaca, per meglio motivare le sue riflessioni, ma con un filo conduttore sempre coerente e radicato nella migliore cultura tradizionale.

Inevitabilmente, una vena pessimistica attraversa tutta l’opera di fronte al dilagare del pensiero unico impegnato nell’ottundere le coscienze ormai quasi prive degli anticorpi necessari per reagire.

Ma la speranza è ultima a morire. Il risveglio delle coscienze è sempre possibile e le attuali difficoltà provocate dalla pandemia del Coronavirus potrebbero essere foriere della riscoperta del valore dei confini territoriali, etici ed economici, entro i quali deve svolgersi, correttamente e pacificamente, la vita delle nazioni.

Attraverso il recupero della sovranità nazionale è possibile che i popoli riscoprano il valore della solidarietà come antidoto alle devastazioni della globalizzazione.

Secondo l’autore, «Uno Stato che tiene le redini dell’economia può portare grandi benefici sociali, soprattutto se nasce per tutelare i suoi cittadini come membri di un’unica e grande comunità».

Solo lo spirito comunitario potrà farci sentire partecipi di un comune destino e non più monadi erranti senza meta.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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