“I predatori” tra borghesia e ceto popolare emerge il genio di Castellitto

‘I predatori’ film iconico che condensa un immaginario, in cui, tra borghesia e ceto popolare, si inquadra una dimensione, dove il contatto casuale tra mondi diversi dissemina segni grotteschi, non sempre ordinatamente, di un mondo in piena crisi di ideali.
Eppure il film incuriosisce, laddove, attraverso comportamenti sgangherati, il caso fa incontrare un medico con una famiglia di periferia ricca di umanità e sentimento, e per di più di destra.

Di contro il mondo borghese, rivisto attraverso l’amicizia tra colleghi medici, dispone lo sguardo verso i triti tradimenti, dettati dalla noia, ed il desiderio delle giovani generazioni di voler trasgredire rispetto a quelle forme di perbenismo in cui sono incapsulate le aspirazioni, le visioni e le velleità di giovani che, tra impegno e indolenza, non sono “sdraiati” (appiattiti).

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In questo confronto tra mondi distinti e distanti emerge il genio di Pietro Castellitto, figlio di Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto, nipote di Carlo Mazzantini, scrittore e già repubblichino (scrisse “L’ultimo Repubblichino” ed. Marsilio) a cui il regista dedica il film.

Quest’opera prima, sceneggiata da Pietro all’età di 20 anni possiede dei momenti di genio, e più che rappresentazione di mondi borghesi e/o piccolo-borghese, la cui mentalità si addensa laddove la comunicazione padri-figli, nonni-nipoti evocano mondi assopiti e sollecitati dai colpi di magia; oppure quando tutta l’umanità della famiglia popolare si esprime nella visita in ospedale alla nonna coinvolta in un incidente stradale. Oppure, ancora, quando il radiologo scopre, attraverso la risonanza magnetica, che l’amico chirurgo ha un tumore.

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Certo è che i salti di inquadrature dimostrano il possesso in Castellitto di una tecnica che fanno del regista-sceneggiatore un astro in via di espressione. Ma nella semiotica del film vari segni rimangono indelebili: la croce celtica al collo dei fratelli, appartenenti al ceto popolare, oppure il tavolo da ping-pong con la medesima croce disegnata sul piano, o la svastica disegnata dal chirurgo sull’osso dell’ebreo che da bambino lo prendeva a calci e gli salva la gamba da amputare, oppure ancora un mondo universitario, frequentato dal figlio della borghesia in qualità di ricercatore, fatto di meschinerie, incapace di premiare la passione di un giovane dottorando in antropologia, che desiderava partecipare alla riesumazione del suo idolo, Nietzsche.

Pietro Mazzantini dimostra di saper inquadrare e leggere un contesto attraverso due punti di vista distanti ma che meritano la visione: l’uno racchiude il disfacimento indolente attraverso lo sguardo mesto e distratto del padre cardiologo che quando parla al tavolo del ristorante ascolta il figlio con atteggiamento disattento; oppure quando la famiglia borghese festeggia i 90 anni della nonna e la giovane nipote recita un brano rap raffigurando sguaiatamente ed impertinentemente i lati oscuri e nascosti di tutti i commensali al tavolo; l’altro punto di vista rappresenta quella piccola borghesia che, pur impigliata nei quotidiani intrallazzi e cialtronerie, rimane legata ad una umanità bonaria, nonostante la tracotante arroganza dello zio-delinquente che muore per mano del piccolo nipote, bambino aduso alle armi e reso edotto dal padre a fare giustizia.

Insomma si tratta di una commedia noir, che, tra un sorriso ed uno sguardo tenero, rappresenta il contesto italiano in maniera originale, malgrado troppi salti di scena, che non aiutano il fluire dello sguardo del telespettatore.

https://www.youtube.com/watch?v=KkBSsymntnw

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