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Fondazione Il Giglio intervista Philip M. Beattie: «Il Recovery Fund attacca sovranità e libertà concrete»

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Quanto ci costeranno i soldi del Recovery Fund (Fondo per la ripresa) dell’Unione Europea? Come sarà ripagato il prestito, e, soprattutto, a prezzo di quali libertà? Dietro gli “aiuti” dell’UE c’è l’obbiettivo del controllo ulteriore della Economia e della politica degli Stati nazionali da parte degli eurocrati di Bruxelles e dei poteri sovranazionali?

LETTERA NAPOLETANA (della fondazione il Giglio che ringraziamo per averci concesso l’opportunità di proporla anche ai nostri lettori) ne ha parlato con l’economista Philip M. Beattie, docente alla University of Malta.

D. I fondi elargiti nell’ambito del Recovery Fund ai Paesi UE produrranno una ulteriore perdita di sovranità nazionale per gli obblighi che comportano?

R. Non c’è alcun dubbio. Basti pensare alla spinta che c’è nella UE verso l’armonizzazione fiscale (il fiscal compact, n.d.r.). La Banca Centrale Europea sta finanziando i deficit dei Paesi meno efficienti, quelli del Sud Europa, e i cosiddetti Paesi frugali, compresa la Germania, hanno interesse a condizionare l’economia di tutto il Continente con una imposizione fiscale sulle imprese armonizzata in tutta la UE. Sei i Paesi dell’Unione Europea perderanno quel poco di flessibilità che gli resta in materia di fisco, saremo di fronte alla fine dello Stato Nazione ed alla centralizzazione di tutti i poteri nelle mani della UE, che diventerà un super-Stato.

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D. Quindi la nascita di imposte “europee”, destinate a ripagare il debito del Recovery Fund, accelererà la prospettiva di una guida centralizzata delle Economie da parte degli eurocrati di Bruxelles?

R. Sì. Le nuove imposte di cui si parla, sul clima, sulle transazioni finanziarie, sui servizi digitali, vanno nella direzione di un super-ministro dell’Economia. È un progetto politico, non economico.

D. Da anni la crescita media del Pil nell’UE è inferiore a quella degli Stati Uniti e di altri Paesi extra UE, e quella dei Paesi dell’eurozona è inferiore a quella dei Paesi che non hanno adottato la moneta unica. Ritiene che i prestiti del Recovery Fund funzioneranno come acceleratore delle Economie e serviranno a rilanciare la crescita?

R. Ho i miei dubbi in materia. Sono quelli che ha sollevato l’economista spagnolo Daniel Lacalle, che ha detto: «Molti sostengono che una risposta rapida e decisa alla crisi con un’iniezione di liquidità, che eviti un collasso finanziario, ed un forte impulso fiscale, che consolida la ripresa, siano misure prevalentemente positive» – però aggiunge, e questo è importante, – «La Storia e l’esperienza ci dicono che, in effetti, il rischio di delusione per l’impatto positivo sull’economia reale non è piccolo. La storia dei piani di stimolo nella zona Euro dovrebbe metterci in guardia contro un eccessivo ottimismo».

Lacalle ricorda che l’UE ha lanciato nel 2009 un ambizioso progetto per la crescita e l’occupazione, il Piano europeo di ripresa economica, ed ha dato uno stimolo dell’1,5% del Pil totale del continente per creare milioni di posti di lavoro nei settori cosiddetti strategici. Invece, 4,5 milioni di posti di lavoro sono stati distrutti ed il deficit è quasi raddoppiato, mentre l’Economia europea ristagnava.

E tutto questo dopo che, tra il 2001 ed il 2008, il bilancio della BCE era raddoppiato. Quelle norme del piano non solo non hanno aiutato la zona euro ad uscire più forte dalla crisi, ma potremmo discutere se non l’abbia invece prolungata, perché nel 2019 c’erano ancora segni di evidente debolezza nell’Economia dell’eurozona. Il problema è che l’aumento delle tasse, e gli ostacoli all’attività privata che hanno accompagnato questo ampio pacchetto di investimenti, hanno ritardato la ripresa, che è stata più lenta di quella di Economie comparabili, come gli Usa.

Guardiamo quello che ci insegna la storia dell’UE: per esempio il cosiddetto piano Juncker (novembre 2014, n.d.r), che era considerato la soluzione alla mancata crescita. Anche quello ha avuto un risultato estremamente negativo. Ha mobilitato 360 miliari di euro, molti dei quali per progetti senza un reale ritorno economico o un reale effetto sulla crescita. Le stime di crescita nella zona euro sono diminuite drasticamente, la produttività ha ristagnato e la produzione industriale è scesa, nel dicembre 2019, al livello più basso degli ultimi anni.

Insomma la Storia ci insegna che ogni volta che l’UE pianifica – in modo molto socialista – gli investimenti, decide di comprare o di vendere i titoli di Stato, per risanare l’Economia europea, tale visione socialista, con un’ottica centralizzatrice, interferisce con i meccanismi del mercato, e quando si interferisce con i meccanismi del mercato nell’Economia reale i risultati sono deludenti.

D. L’UE ha una moneta comune, per 19 Paesi aderenti su 27, ma non una politica estera comune. Pensa che potrà reggere alla competizione con Cina e Stati Uniti?

R. Non credo. Il problema di fondo resta la moneta unica europea. C’è il libro del prof. Philipp Bagus, che ha un titolo molto interessante: “La tragedia dell’Euro” (Edizioni Usemlab, 2011). Bagus evidenzia che il problema dell’Unione monetaria europea è il seguente: i Paesi meno efficienti, che hanno un’Economia in deficit e un debito insostenibile, usano l’Unione monetaria per finanziare il proprio debito. E quando c’è una moneta unica il sistema è destinato inevitabilmente a crollare. Non si può continuare con un’Europa divisa in due parti: l’Europa del Nord, con i Paesi cosiddetti frugali che riescono a mantenere il debito basso, o almeno a ridurlo, ed una parte dell’Europa, che purtroppo continua a praticare una politica economica basata su spese in settori dell’economia assolutamente non produttivi e mantengono livelli di debito e deficit che alla lunga sono insostenibili. Il problema di fondo resta la moneta unica. Perché la BCE può acquistare i titoli di Stato della zona euro direttamente dal mercato, o accettarli come garanzia, nelle sue operazioni di prestito, aumentando di fatto la base monetaria. Questo mina la credibilità della BCE e mina anche la sua “indipendenza”.

All’inizio si era pensato che la Banca Centrale Europea avrebbe dovuto sostituire la Bundesbank tedesca, la banca centrale per eccellenza, che avrebbe agito decisamente contro l’inflazione e l’aumento della provvista di denaro in proporzione. Ma la realtà è molto diversa, perché, attraverso la monetarizzazione, operata dalla BCE un Governo può esternalizzare parzialmente i costi del proprio deficit sui cittadini di altri Paesi della zona euro, sotto forma di un potere di acquisto molto inferiore per loro.

Il prof. Bagus chiama tutto questo “la tragedia dei beni comuni”. Prendiamo ad esempio un tratto di mare: che non appartiene a nessuno. Tutti possono andare a pescare lì, e così distruggono la fauna ittica. Aggiungo che la risorsa comune dovrebbe essere il potere di acquisto dell’euro, che viene sfruttato da più utenti, cioè i Governi della zona euro che emettono deficit, con conseguente aumento dell’offerta di moneta, creando un deficit relativamente più alto rispetto ai loro partner. Così i Governi della zona euro possono tentare di vivere a spese dei contribuenti di altri Paesi. Con quale risultato ? Logicamente, l’inflazione. Il potere di acquisto dell’euro, anno dopo anno, sta diminuendo, perché la BCE sta aumentando sproporzionatamente la base monetaria di tutta l’Unione Europea. Abbiamo Paesi che non producono, perché è in atto da tempo il confinamento, il lockdown. La loro Economia reale è poco attiva, però c’è una larga base monetaria. Questa è la ricetta perfetta per l’inflazione, che potrà diventare una iper-inflazione insostenibile.

La storia dell’UE ci mostra che questi interventi massicci non hanno dato risultato. E poi l’euro è un progetto politico, non un progetto economico. Si può pensare ad un continente come l’Europa, con Paesi diversi, che sono in fasi differenti di sviluppo economico, con culture e mentalità diverse, possano avere un tasso di interesse unico per tutto il continente? È la cosa più ridicola che abbiano inventato. Perché la visione di chi lo ha deciso non è quella del libero mercato, ma è socialista. Infatti, se guardiamo indietro nella Storia, chi voleva a tutti costi l’introduzione della moneta unica? François Mitterrand. È stato lui a mettere questa condizione ad Helmut Khol in cambio del via libera all’unificazione della Germania.

In quell’epoca i tedeschi erano fieri della Bundesbank, la loro Banca centrale, che era molto conservatrice, e teneva soprattutto al controllo dell’inflazione, della base monetaria e della provvista di denaro. Guardiamo che cosa abbiamo avuto dalla moneta unica. Non sorprende che la maggiore parte dei Governi abbia ignorato il patto di stabilità e crescita (firmato nel 1997, n.d.r) per ridurre debito e deficit. Infatti negli ultimi anni di moderata crescita economica, con tassi di interesse praticamente nulli, i Governi fortemente indebitati non hanno approfittato della situazione per ridurre i propri debiti. Piuttosto hanno approfittato delle maggiori entrate fiscali e della riduzione della spesa sugli interessi per aumentare la spesa pubblica.

Questi Governi pensano che la faranno franca, e sinceramente – se io fossi nei loro panni – farei lo stesso. Però la logica alla base di questo comportamento è molto semplice. Quando un giorno ci fosse stata un’altra crisi economica, questi governi avrebbero semplicemente stampato più Titoli di Stato, li avrebbero fatti acquistare alla loro banche ed eventualmente essi sarebbero finiti alla BCE, con la conseguenza di farli pagare ad altri, sotto forma di diminuzione del potere di acquisto.

I Governi detti meno frugali pensano che nessuno metterà fine alla monetizzazione, perché la fine di questo meccanismo innescherebbe il default del debito sovrano, cioè del debito dei Governi singoli attraverso i loro Titoli di Stato, e questo ovviamente danneggerebbe tutti gli altri Governi della zona euro, Le banche europee, e in particolare, la BCE, sono cariche di titoli di Stato della zona euro. Il default di un singolo Paese comporterebbe perdite per tutte le Banche della zona euro. Voglio ricordare che la BCE ha detenuto, in passato, il 20% di tutti i Titoli di Stato del Governo spagnolo…

D. Che cosa dovrebbe fare, quindi, un Governo “meno frugale”, inefficiente, eccetera… ?

R. Le riforme strutturali, delle quali si parla da più di 20 anni: riforma dello Stato, maggiore efficienza, riduzione delle spese. Non lo fanno per motivi politici, è ovvio, Abbiamo visto Governi di centro di sinistra e di destra, che promettono tutto a tutti, e poi non mantengono le promesse. Allora un Governo deve considerare con attenzione la decisione di imporre un costoso confinamento (distanziamento sociale, n.d.r.). Un lockdown si può anche chiedere, ma che cosa succede poi se un Governo può esternalizzarne i costi su altri Paesi, attraverso nuovi debiti o nuovi salvataggi da parte dell’UE? Se c’è questa possibilità, diventa probabile che un Governo dichiari un lockdown, e lo continui molto più a lungo invece di revocare le restrizioni il più velocemente possibile. Purtroppo i Paesi del Sud Europa le mantengono perché contano sul piano di salvataggio e sul sostengo di Governi con bilanci migliori. E questo rovina le proprie Economie.

L’Italia è stato il primo Paese d’Europa ad entrare in crisi con il Coronavirus. Ci sono quelli che dicono: se è entrato per primo nella crisi, ne uscirà per primo. Io non lo credo, perché i Governi devono fare il massimo sforzo per far ripartire l’Economia. Non si può continuare a chiudere un settore dopo l’altro. L’Economia deve funzionare. La cosa strana è che stiamo realizzando un suicidio economico per difendere la nostra esistenza. È veramente privo di senso.

Mandando in rovina le proprie Economie, i Governi del Sud Europa aumentano la pressione per l’istituzione di nuovi schemi di redistribuzione e creano le condizioni per un super-Stato europeo. Per quanto tempo potrà durare questa situazione? A un certo punto alcuni Governi del Nord Europa diranno: il Patto di crescita e stabilità viene ignorato da anni, adesso basta, controlliamo la situazione con un super-ministro dell’Economia, ed avremo così un super-Stato economico. Un ragionamento è molto semplice. Lo ha fatto, per esempio Yannis Varoufakis, ex ministro delle finanze della Grecia. Lui ha detto chiaramente alla UE: se non ci salvate, noi andremo in default, portando ad una crisi bancaria europea, con perdite elevate per la BCE ed una grave depressione, quindi farete meglio a tirarci fuori. Ma questo non è sostenibile sul lungo termine, ed io credo il progetto euro è destinato a fallire. È più difficile prevedere quando, ma certamente fallirà, perché non è sostenibile. (LN152/20)

Lettera Napoletana
Fondazione Il Giglio

Guarda la video intervista della fondazione Il Giglio

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