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‘Santa Lucia Luntana’ di E. A. Mario, Caruso più che interpretarla la viveva

La Prima Guerra Mondiale fu un momento terribile della nostra storia. Oltre 600.000 morti e un milione di feriti. Eppure in quelle maledette trincee lo sforzo e il sacrificio condiviso ci resero più uniti di quanto le imprese risorgimentali e i plebisciti riuscirono a fare.

Allo sforzo bellico contribuirono tutte le intelligenze e le professionalità della nostra Nazione. Gli intellettuali e gli artisti non fecero mancare il proprio impegno e, spesso, il proprio martirio. 

Il Monte Santo si trova in Slovenia, vicino Gorizia.
Durante la Grande Guerra fu sulla linea del fronte e per la sua conquista italiani e imperiali morirono a migliaia.
Ma il 27 agosto del 1917 fu scenografia di un evento indimenticabile: su quel monte, appena conquistato dalle nostre truppe, il Maestro Arturo Toscanini tenne un concerto straordinario.

Un’ora di musica con il sottofondo dei bombardamenti austriaci che garantirà al Direttore d’orchestra la Medaglia d’Argento al Valore Civile e ai nostri soldati uno sprone in più per vincere.
Vicino al fronte c’era Giovanni Ermete Gaeta, E.A. Mario, che fu, come raccontato nel precedente articolo di questa rubrica, il cantore della Prima Guerra Mondiale.

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Ed è di musica e genio che oggi parleremo attraverso un artista straordinario, che molte volte fu diretto da Toscanini, che meriterebbe decine di articoli ma che qui ricorderemo per una serata di gloria su un palco lontano da casa.

‘Santa Lucia Luntana’ di E. A. Mario racconta la storia degli emigranti che lasciano Napoli per gli Stati Uniti. Una poesia struggente.

La canzone non era ancora stata scritta, lo sarà solo nel 1919, eppure sembra raccontare l’anima di uno dei figli più grandi di Napoli: Enrico Caruso.

«Napoli non mi sentirà mai più! Tornerò a Napoli solamente per rivedere la mia cara mamma e per mangiare i vermicelli alle vongole!»

L’interpretazione della canzone di E.A. Mario fatta da Caruso è tra le più intense e dolorose. Forse perché più che interpretata, Caruso la viveva.
Nato a Napoli il 25 febbraio 1873, Enrico Caruso fu un tenore straordinario.
Eppure, dopo un concerto non particolarmente riuscito al Teatro San Carlo di Napoli – in effetti le cronache dell’epoca non raccontano di un fiasco, anzi – Caruso si sentì tradito dal pubblico e decise di non cantare più nella propria città. «Sentì il dolore nella musica…» e a quella, dolorosissima, promessa non verrà mai meno.
Anzi non suonerà più in Italia.

E così dal 1902 i suoi palchi saranno soprattutto dall’altra parte dell’oceano.

Fu tra i primi a incidere dei dischi. La sua interpretazione di ‘Vesti la giubba’ (Ridi Pagliaccio) dall’opera ‘I pagliacci’ di Ruggero Leoncavallo fu il primo disco nella storia a superare il milione di copie vendute.

Il testo recita così:
“Recitar!…mentre preso dal delirio
Non so piu quel che dico e quel che faccio!
Eppur… e d’uopo… sforzati! Bah, sei tu forse un uom?
Tu se’ Pagliaccio! Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga e rider vuole qua.

E se Arlecchin t’invola Colombina, ridi, Pagliaccio…
E ognum applaudira! Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;
In una smorfia il singhiozzo e’l dolor…
Ridi Pagliaccio, sul tuo amore infranto!
Ridi del duol che t’avvelena il cor!”

E fra le poche frasi celebri di Enrico Caruso ce n’è una che sembra proprio tratta da quell’opera:
La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare.

La vita di Enrico Caruso è così: tutta un susseguirsi di trionfi e momenti dolorosi, di ovazioni e di tradimenti.
Terribile fu quello di Ada Giachetti, il grande amore della sua vita, che scappò con l’autista e che cercò anche di estorcergli del denaro. Caruso non la dimenticò mai e interpretò ‘Core ‘ngrato’ e scrisse ‘Tiempo Antico’ proprio per ricordare quel dolore.

In quei primi anni del ‘900 negli Stati Uniti gli italiani sono tanti ma non sempre sono amati. Anzi.
Considerati spesso criminali, colpevoli di rubare il lavoro agli americani ‘originali’, portatori di usanze e costumi diversi. Siamo addirittura destinatari di una legge, l’Immigration Act, che stabiliva quote fisse di entrata nello Stato con una discriminazione verso gli europei del Sud.
Eppure il bel canto, l’opera e ‘l’idea d’Italia’ sono capaci di conquistare tutti. E così Enrico Caruso ottiene un successo straordinario diventando il più importante tenore al mondo.

Ma non dimenticherà mai di essere italiano. Non lo dimenticherà cucinando quantità enormi di spaghetti agli amici ma sopratutto aiutando gli emigrati.

Nonostante tounée infinite trovava sempre il tempo per omaggiare i suoi conterranei più sfortunati con concerti gratuiti incentrati soprattutto sulla canzone napoletana.

Il canto carusiano era quello della sua terra ed in ogni canzone napoletana il tenore si trasferisce a Napoli, rivela completamente la sua folgorante napoletanità. E quella nota sanguigna di dolore virilissimo che è il colore dei suoi armonici, nella canzone napoletana s’intinge e s’arroventa ancor più solarmente. (Riccardo Vaccaro).

E poi arriva il 1915.

Caruso continua a esibirsi per il mondo ma, come Toscanini, come E. A. Mario, come tanti altri, non può non sentire dentro di sé il dolore per la sua patria in guerra.

Raccoglie fondi, fa ricche donazioni, mostra sui palchi del mondo il tricolore.

E così nel 1919, a guerra finita, decide di incidere una delle canzoni patriottiche più famose: ‘La campana di San Giusto‘.

Per le spiagge, le rive di Trieste
Suona e chiama di San Giusto la campana,
l’ora suona l’ora suona non lontana
che più schiava non sarà!

Le ragazze di Trieste
Cantan tutte con ardore:
“O Italia, o Italia del mio cuore
Tu ci vieni a liberar!”

Avrà baci, fiori e rose la marina,
la campana perderà la nota mesta,
su San Giusto sventolar vedremo a festa
il vessillo tricolor!

Una scelta di campo perché nel 1919 il ricordo della guerra divide l’Italia. I reduci sono spesso vittime di sputi e insulti e per molti non bisogna più ricordare quel che è successo. É il periodo di quella che D’Annunzio chiamerà «Vittoria mutilata» – Caruso aveva inciso ‘‘A vucchella’, una canzone scritta in napoletano per scommessa dal Vate -.

Addirittura il 12 settembre 1920, primo anniversario dell’Impresa Fiumana, Enrico Caruso si esibirà al ‘Fiume day’ a New York. Toscanini, invece, dirigerà un concerto proprio nella Fiume liberata da Gabriele D’Annunzio il 20 novembre dello stesso anno.
Un anno Caruso morirà, secondo il figlio, per i postumi di un problema nato dopo un incidente accorso durante un recita di Samson et Dalila.

Un ruolo, quello di Sansone, che aveva interpretato molte volte ma che ebbe il suo acme l’11 novembre 1918.
Era un lunedì e il Metropolitan era pieno per la prima di quell’opera tanto apprezzata.
Alla fine gli applausi non finiscono più, il direttore d’orchestra Pierre Monteux ricorderà l’interpretazione di Enrico Caruso con stupore per l’eccezionalità dell’interpretazione.
Ma quella non poteva essere una rappresentazione come le altre. Quel giorno era finita la guerra in Europa. Finalmente c’era la pace. Una pace vittoriosa.

Ma se gli Stati Uniti avevano vinto la guerra quel giorno, l’Italia l’aveva fatto una settimana prima. E allora, ancora con gli abiti di scena addosso, gli interpreti uscirono di nuovo sul palco a prendere i meritati applausi. Ma questa volta innalzando le proprie bandiere.
Caruso levò in alto il tricolore. Quello degli emigrati, quello del bel canto, quello della Vittoria. Quello dell’arte, come la sua, capace di vincere ovunque e contro chiunque.
Anche contro il tempo e la morte.

Perché Caruso morirà nella sua Napoli il 2 agosto 1921, ma immediatamente entrerà nella leggenda grazie al suo talento, ai dischi incisi e allo straordinario racconto che ne farà Lucio Dalla con la sua ‘Caruso’:

“…Potenza della lirica,
dove ogni dramma è un falso
che con un po’ di trucco e con la mimica
puoi diventare un altro
ma due occhi che ti guardano
così vicini e veri
ti fan scordare le parole,
confondono i pensieri
così diventa tutto piccolo,
anche le notti là in America
ti volti e vedi la tua vita
come la scia di un’elica
ma sì, è la vita che finisce,
ma lui non ci pensò poi tanto
anzi si sentiva già felice,
e ricominciò il suo canto…”

*Emanuele Merlino, divulgatore storico, scrittore e autore teatrale. Il suo fumetto “Foiba Rossa”, di cui è ideatore e sceneggiatore, è ausilio didattico per la Regione Veneto. Consulente al Senato e per Rai Storia. Il suo lavoro sulla Grande Guerra è Patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ presidente del Comitato 10 Febbraio

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