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Altamura: un luogo che sa ancora raccontare una pagina di storia da non dimenticare

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Quando Enea lasciò Troia per cercare una nuova casa, non vagò a caso ma volle tornare in patria. Cioè in quell’Italia da cui il suo antenato Dardano partì per, a sua volta, fondare Troia. Quando si è costretti a lasciare ciò che si ama, i luoghi in cui si è cresciuti, le strade dove si è corso da bambini, le botteghe dove ci si è creati un lavoro non si può che lasciarci un pezzo di sé e sperare, e cercare, un luogo dove ricostruirsi una vita.
Una nuova patria dove, magari, qualcosa di tuo già ci sia.

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Per l’Italia la seconda guerra mondiale finisce il 25 aprile del 1945, in realtà Mussolini verrà ucciso qualche giorno dopo e localmente ci sono ancora scontri tra le forze della RSI e partigiani. Ma non finisce per tutti gli italiani.

In Istria, Fiume e Dalmazia agli orrori della guerra si era affiancata la violenza titina. Il maresciallo Tito voleva costruire una Jugoslavia comunista e gli italiani erano d’intralcio. Una violenza contro civili innocenti che è passata alla storia per le ‘foibe’ – buchi nel terreno in cui venivano gettate, spesso ancora vive, le vittime di quella che il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha definito «vera e propria pulizia etnica».

E allora, per paura della violenza, per il cambiamento sociale e per amore d’Italia, da quelle terre che erano diventate parte d’Italia con la vittoria nella prima guerra mondiale ma che erano italiane, per lingua e cultura, da sempre, andarono via praticamente tutti i nostri connazionali. L’esodo dei 350.000 sparsi in tutto il mondo.

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Ma la maggior parte fuggì in quella che era rimasta Italia. Eppure, pur trattandosi di italiani che scappavano in Italia, l’accoglienza non fu sempre delle migliori e chi non aveva una casa, o dei parenti a cui appoggiarsi, fu costretto a vivere in un campo profughi. 109 su tutto il territorio nazionale. A seconda dei luoghi: baracche, fabbriche abbandonate, ex colonie. Le condizioni di vita erano difficili e l’accoglienza delle persone del posto non sempre amichevole.

Gli esuli italiani dell’Istria, Fiume e Dalmazia hanno pagato la sconfitta nella seconda guerra mondiale per tutti. Con i loro beni furono pagati, impropriamente, i risarcimenti alla Jugoslavia. E, proprio perché rappresentavano la sconfitta, passarono anni prima che qualcuno si occupasse di loro. Fra i tanti il numero 65 era vicino ad Altamura in Puglia. 60, freddi, capannoni e una scuola elementare.

Mesi e anni persi a capire che fare della propria vita, troppo tempo per chiedersi perché l’Italia, quella per cui avevano abbandonato tutto, non li aiutava. E su tutto il sole che, quando erano ancora a casa, tramontava sul mare e che, ora, da quello stesso mare Adriatico, un tempo ponte e ora confine, se Altamura fosse più sulla costa, avrebbero visto sorgere.

Quei capannoni avevano in precedenza ospitato soldati jugoslavi e gli esuli si trovarono a vivere in luoghi dove stelle rosse e invocazioni al nuovo stato costruito da Tito ricordavano la violenza, gli orrori da cui erano scappati. Come un brutto sogno senza fine.

Eppure se oggi si visita il luogo, abbandonato da circa 50 anni, nei pochi capannoni rimasti, oltre alle scritte in slavo rimangono alcune tracce del passaggio degli esuli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Un luogo che sa ancora raccontare una pagina di storia da non dimenticare.

Per questo il Comitato 10 Febbraio – l’associazione che si occupa di ricordare le vicende di quello che oggi è il “Confine Orientale” – ha, grazie all’impegno dei suoi referenti locali, chiesto al Comune di Altamura di poter mettere, anche a proprie spese, una targa per ricordare cosa abbia rappresentato quel luogo per tanti italiani provenienti da lontano.

E per dare più forza alla propria richiesta ha avviato una raccolta firme a cui, in pochi giorni, hanno già aderito molte persone. Il sud, terra d’accoglienza, ha ospitato, meglio di quanto abbia fatto lo Stato, gli italiani costretti a scappare forse perché le navi e i treni prima e gli aerei, ora, hanno portato via da casa milioni di meridionali in un esodo non imposto dalle armi ma dalla mancanza di lavoro e di prospettive.

Perché, in fin dei conti, siamo tutti figli d’Enea. Costretti ad andarcene ma tenendo sempre dentro di sé qualcosa della casa lasciata.

*Emanuele Merlino, divulgatore storico, scrittore e autore teatrale. Il suo fumetto “Foiba Rossa”, di cui è ideatore e sceneggiatore, è ausilio didattico per la Regione Veneto. Consulente al Senato e per Rai Storia. Il suo lavoro sulla Grande Guerra è Patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ presidente del Comitato 10 Febbraio

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