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E. A. Mario o Giovanni Ermete Gaeta il poeta col ‘Cuore nella penna’. Un gigante della nostra cultura

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E. A. MarioNel 1919 l’Europa è finalmente in pace. Lo è anche l’Italia anche se è l’anno dell’Impresa Fiumana, della nascita del Fascismo e il biennio rosso. Ma le tensioni politiche, che non sono il tema di quest’articolo, s’innestano nell’uscita dalla Grande Guerra – vinta ma a costo di enormi sacrifici – e, soprattutto, nella povertà generalizzata. Dal 1900 sono milioni gli italiani che dal Sud Italia lasciano le proprie case per trovare lavoro e futuro all’estero – ma il fenomeno dell’emigrazione riguardò tutta la penisola -. Moltissimi vanno negli Stati Uniti e quando prendono la nave da Napoli l’ultimo lembo di terra che vedono è il quartiere di San Lucia. E un pezzo di cuore rimane là.

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«Partono le navi
per le terre assai lontane…
Cantano a bordo:
siamo Napoletani!
Cantano mentre
il golfo già scompare
e la luna in mezzo al mare
un poco di Napoli
gli fa vedere

Santa Lucia!
Lontano da te
quanta malinconia!
Si gira il mondo intero
si va a cercar fortuna…
ma, quando spunta la luna
lontano da Napoli
non si può stare!

E suonano! Ma le mani
tremano sulle corde…
quanti ricordi, ahimé,
quanti ricordi…
E il cuore non lo guarisci
nemmeno con le canzoni:
sentendo voce e suoni,
si mette a piangere
che vuol tornare…

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Santa Lucia, tu hai
solo un poco di mare…
ma più lontana sei,
più bella sembri…
Ed il canto delle Sirene
che tesse ancora le reti
Il cuore non vuol ricchezze:
se è nato a Napoli
ci vuol morire!

‘Santa Lucia Luntana’, del 1919, il cui testo in realtà è in napoletano, non è solo una canzone. É la prima vera denuncia dell’emigrazione. Nonché un successo incredibile.

Dei versi commoventi. Ma saltiamo a 25 anni dopo. É il 1944. Questi versi sono conosciuti da tutti, e non c’è bisogno di tradurli per i non napoletani:

«Nun se crede! nun se crede!
E’ nato nu criaturo niro, niro…
E ‘a mamma ‘o chiamma Giro,
Sissignore, ‘o chiamma Giro…».

‘Santa Lucia Luntana’ e ‘Tammurriata nera’ sono probabilmente fra le canzoni napoletane più famose al mondo – insieme a, ovviamente, ‘O sole mio’ e ”O surdato ‘nnammurato’ -. Cos’hanno in comune? Entrambe sono state scritte da E. A. Mario, di ‘Tammurriata nera’ solo la musica mentre il testo è del cognato. Queste due canzoni hanno avuto un così incredibile successo di critica e pubblico che l’avrebbero dovuto rendere immortale e indimenticabile. Ma così non è. Com’è possibile che E. A. Mario non sia ricordato per questo? E nemmeno per l’altrettanto famosa ‘Profumi e balocchi’?

Torniamo indietro nel tempo ed entriamo negli uffici di Palazzo Gravina, nella zona di Monteoliveto, all’epoca sede delle Poste Napoletane. Siamo nel 1904 e stiamo per assistere a una scena che, come tutte quelle che cambiano la storia, è a metà tra realtà e mito. Uno dei dipendenti non è particolarmente attento. Vuole fare il poeta. E, a casa, strimpella un mandolino che, leggenda vuole, sia stato lasciato per dimenticanza da un cliente nella bottega del padre. Mentre immagina versi e fama si presenta un signore davanti a lui. E quando ne scopre il nome tutto cambia: è Raffaele Segre. Uno dei maestri della musica napoletana. Un mito.

E allora E. A. Mario, da napoletano verace qual è, dice al maestro, parola più, parola meno: «Maestro le vostre note sono straordinarie ma le parole sono una fetenzia». Un ventenne – nato a Napoli il 5 maggio 1884 – impiegato alle poste manca di rispetto a una celebrità famosa e rispettata. Litigata e tutto finito? Napoli e la Storia d’Italia hanno bisogno di quel giovane.

E così Segre un po’ per la sfacciataggine del ragazzo che gli ispira simpatia, un po’ per sfida gli commissiona un testo: «Scrivine tu uno buono se ne sei capace». Ed E. A. Mario lo fa. Scrive ‘Cara Mamma’. Il successo è immediato. Ma in realtà lui sogna di diventare poeta. Pensa che la musica sia più un gioco. E allora si copre con uno pseudonimo. Appunto E. A. Mario perché il nome vero era Giovanni Ermete Gaeta. Scrive bene, scrive tanto. Alle poste non si trova bene. A volte si assenta. In fin dei conti comincia a diventare un nome affermato anche se nessuno sa che è Giovanni dietro alle canzoni che molti cantano.

Nel 1905, ancora convinto che la poesia sia più decorosa per lui, firma con il proprio nome un poemetto molto lungo dedicato al politico e intellettuale che sarà la sua ispirazione ideale: Giuseppe Mazzini. Porterà 50 copie della sua opera al cimitero di Staglieno, a Genova, dove riposa il padre dell’Italia ideale, come omaggio e promessa. E come Mazzini amerà e canterà l’Italia. Quella romantica e del sentimento popolare. Certamente non quella rappresentata dal Re.

Ma poi, il 24 maggio di 105 anni fa, l’Italia attacca l’impero austroungarico. É la quarta guerra d’indipendenza. É l’occasione per fare finalmente unita e libera l’Italia. Giovanni Ermete Gaeta è esonerato dallo sforzo bellico ma chiede di essere assegnato alle ‘Unità ambulanti postali’, che portavano le lettere in prima linea. Non si combatte ma si rischia la vita. Ma la guerra è terribile e chi conosce l’eroismo di Giovanni? Nessuno. Ma E. A. Mario continua a scrivere canzoni in italiano e napoletano. E lui sì, lui è amato.

A Vienna avevano scritto che i soldati italiani erano «i mafiosi della Sicilia, i briganti delle Calabrie e i mandolinisti di Napoli». Mentre i soldati meridionali muoiono al fronte coprendosi d’onore e poi vincendo la guerra E. A. Mario risponde da par suo con una romantica ‘Serenata all’Imperatore’:

Maistà, venimmo a Vienna,
venimmo cu chitarre e manduline,
pecché sunammo a’ penna,
pecché tenimmo ‘e guappe cuncertine!
Tutt’ ‘e pustiggiature
Ca stanne pe’ pusilleco e ‘ncittà
Cantante e prufessure,
cu suone e cante v’hanna fa’ scetà…
e ‘o ritornello fa :

«Mio caro Imperatore
primma ca muore
‘a vide ‘a nuvità,
ll’Italia trase a Trieste.
Ce trase e hadda restà!»

E pe’ cantà a ddoje voce
Venimmo cu Caruso e Pasquariello
Ll’uno ce mette ‘o ddoce
Ll’ato ce fa cchiù forte ‘o riturnello.
Vuje state dint’ ‘a Reggia
E v’affacciate pe’ ringrazià:
è ‘o sciore d’ ‘a pusteggia,
so’ ‘e mmeglie voce ‘e Napule, Maistà !

E ‘o ritornello fa:
«Mio caro Imperatore
primma ca muore
‘a vide ‘a nuvità,
ll’Italia trase a Trieste.
Ce trase e hadda restà!»

E quanne ‘e reggimente
fernesceno ‘e combattere cu vuje
Maistà, cu sti strumente,
a firmà ‘a pace, ce venime nuje!

Gnorsì! Chesto tenimmo:
chitarre e manduline pe’ cantà ….
Ma, quanno ce mettimmo,
‘e cannune se sentono, Maistà!

E ‘o ritornello fa:
«Mio caro Imperatore
obbì tu muore
e chesta è ‘a nuvità,
ll’Italia è ghiuta a Trieste.
Ce ghiuta e hadda restà!

La guerra vive di alti e bassi. Di morti e ideali, di fidanzate lontane, mogli vedove e medaglie d’oro, di eroismo e di rose rosse nate dal sangue versato.E poi arriva il 24 ottobre 1917. Caporetto. Il nome di un piccolo paesino che diventa sinonimo di ‘disfatta’. Gli austroungarici, con l’aiuto decisivo dei soldati tedeschi – tra cui un giovane Rommel – arrivano a pochi chilometri da Venezia e Treviso. Stiamo per perdere la guerra. Ma li fermiamo sul Monte Grappa e sul Piave. Come recita una famosa scritta «Il Piave: tutti eroi o tutti accoppati». I mesi passano e i nostri nemici sono sempre più in difficoltà soprattutto dal punto di vista alimentare. O vincono subito la guerra o perderanno.

Siamo nel giugno 1918. Gli imperiali attaccano con tutto quello che hanno. Fra il 15 e il 23 giugno si svolge la Battaglia del Solstizio. Vincere o morire. Vinciamo. E la notte del 24 giugno E. A. Mario non riesce a dormire. Come spesso gli accadrà fa quello che gli riesce meglio: scrive. Scrive tanto e trasforma dei versi nel suo biglietto per l’immortalità.

Il Piave mormorava,
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio;
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera…
Muti passaron quella notte i fanti:

Tacere bisognava, e andare avanti!
S’udiva intanto dalle amate sponde,
Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero,
Il Piave mormorò:
Non passa lo straniero!
Ma in una notte trista
Si parlò di un fosco evento,
E il Piave udiva l’ira e lo sgomento…
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto,

Poi che il nemico irruppe a Caporetto!
Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti!
S’udiva allor, dalle violate sponde,
Sommesso e triste il mormorio de l’onde:
Come un singhiozzo, in quell’autunno nero,
Il Piave mormorò:
Ritorna lo straniero!
E ritornò il nemico;
Per l’orgoglio e per la fame
Volea sfogare tutte le sue brame…
Vedeva il piano aprico,

Di lassù: voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allora…
No!, disse il Piave. No!, dissero i fanti,
Mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
E come i fanti combatteron l’onde…
Rosso di sangue del nemico altero,
Il Piave comandò:
Indietro va’, straniero!

Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento…
E la vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico:
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…
Infranse, alfin, l’italico valore
Le forche e l’armi dell’Impiccatore!
Sicure l’Alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron l’onde…
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
La Pace non trovò
Né oppressi, né stranieri!

La Canzone del Piave – conosciuta anche come Leggenda del Piave – racconta, attraverso la voce del fiume, le fasi della nostra guerra. La canzone ha un immediato successo. Il nostro comandante in capo, il generale Armando Diaz, gli scrisse: «Mario, la vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale!». E poi arrivò il 4 novembre. La Vittoria.

E. A. Mario non smette, come detto, di scrivere. Canzoni di qualunque genere tutte legate da una passione bruciante. In fin dei conti condivideva amicizia e genio con un altro napoletano decisamente importante: Eduardo Scarpetta, padre di Eduardo De Filippo. Ma La Leggenda del Piave travalica i confini, per quanto ampi, della musica per diventare un inno popolare.

Nel 1921 il corpo del Milite Ignoto attraversa l’Italia e, in ogni stazione in cui il treno si ferma, tutti si inginocchiano, pregano e cantano la Canzone del Piave e anche un altro brano scritto appositamente dal titolo ‘Soldato ignoto’ che, 100 anni dopo, avrà nuova fortuna in versione rock.

Il Carso era una prora:
prora d’Italia volta a l’avvenire,
immersa ne l’aurora,
col motto in cima: vincere o morire!
E intorno a quella prora si moriva
quando alla Nave arrise la vittoria,
ma il nome d’ogni fante che periva
passava a l’albo bronzeo de la Storia …

Soldato ignoto, e tu?
Sperduto tra i meandri del destino!
Mucchio senza piastrino,
eroe senza medaglia,
il nome tuo non esisteva più!
Finita la battaglia,
fu chiesto inutilmente …
Nessuno per te poteva dir: – Presente !

Il Piave era una diga:
file d’elmetti, siepi di fucili,
zappe e chitarre in riga …
– No, Generale! I fanti non son vili.
La Morte li freddò con i suoi miasmi,
li strinse a mille tra le ossute braccia,
li rese inconoscibili fantasmi,
ne disperdeva fin l’ultima traccia …

Soldato ignoto, e tu?
Sperduto tra i meandri del destino!
Mucchio senza piastrino,
eroe senza medaglia,
il volto tuo non esisteva più…
Finita la battaglia
tua madre inutilmente
tra i morti intatti ricercò l’Assente!

La Gloria era un abisso
che s’estendeva da lo Stelvio al mare,
ma l’occhio ardente e fisso
non si distolse: si dovea passare!
E la chiodata scarpa vi passava!
Tritò l’impervio Carso a roccia a roccia,
pigiò nel Piave sacro che arrossava
sangue nemico tratto goccia a goccia.

Soldato ignoto, e tu
ritorna da i meandri del destino!
Brilla il tuo bel piastrino
fregiato de la palma:
tu sei l’eroe che non morrà mai più…
E solo la tua salma
ch’è volta a oriente,
da Roma può rispondere: – Presente!

La Leggenda del Piave e le altre canzoni hanno così tanta importanza per l’Italia che il Re, Vittorio Emanuele III, decide di omaggiare questo cantante. Scopre in un attimo chi si cela dietro lo pseudonimo di E. A. Mario e lo convoca a Roma.

Ma Giovanni è mazziniano e repubblicano e soprattutto non smette d’essere impulsivo e sicuro di sé. Giunto davanti al Re gli confessa la propria fede politica. Il Re, forse divertito, certamente riconoscente, gli risponde «Vi sono parecchi repubblicani che, come lei, hanno reso grandi servigi alla monarchia!».

Giovanni Ermete Gaeta continua a scrivere e a lavorare alle Poste – in realtà era stato licenziato per «scarso rendimento» ma come si fa a licenziare uno come lui? – sempre con problemi economici. Ma l’anima è sempre la stessa. Si racconta che aiuti gli antifascisti durante il ventennio e, dopo la guerra, i fascisti. In fin dei conti la sua canzone finisce con «né oppressi, né stranieri».

Ma il 10 giugno 1940 l’Italia è di nuovo in guerra. Giovanni Ermete Gaeta regala alla patria, per aiutare lo sforzo bellico, moltissime delle medaglie ricevuto per aver così tanto contribuito allo sforzo bellico.

Poi arriva l’8 settembre e il Re scappa da Roma. La ‘Marcia Reale’ non è più adatta come inno anche nel Regno del Sud e allora provvisoriamente lo diventa ‘La canzone del Piave’. A quanti è concesso l’onore di aver scritto l’Inno della propria nazione? Per E. A. Mario, patriota, è certamente il momento più importante della vita. Ma Giovanni Ermete Gaeta rimane sempre lo stesso: amante dell’Italia, mazziniano, napoletano, testa alta e sangue caldo.

Il 2 giugno 1946 nasce la Repubblica Italiana. E l’assemblea costituente deve stabilire quale sarà il nuovo inno d’Italia. Per ora è la sua canzone. Ma poi viene convocato a Roma da Alcide De Gasperi, fondatore della DC e uomo più importante d’Italia. Anche qui la storia incontra il mito.

«Maestro l’ho chiamata per dirle una cosa importante e farle una proposta»
«Mi dica Eccellenza»
«In Assemblea stiamo discutendo su quale sarà il nuovo inno d’Italia. La Sua ‘Leggenda del Piave’ o ‘Il Canto degli Italiani’ di Goffredo Mameli. Vedremo. E poi le volevo chiedere di scrivere l’inno della Democrazia Cristiana».

E. A. Mario sa che si gioca l’eternità ma «Eccellenza nessuno mi ha mai fatto un onore così grande. Sarebbe bellissimo per me scrivere una canzone per Voi. E però, e però c’è solo un piccolo problema: io so scrivere solo quello che mi detta il cuore e quindi devo rifiutare».

Forse è un caso, forse no, ma oggi il nostro Inno è [per chi scrive giustamente] ‘Il canto degli Italiani’ di Goffredo Mameli.

Gaeta morirà il 24 giugno del 1961. Farà in tempo a vedere Don Camillo e Peppone scoprirsi uniti cantando la sua canzone in una delle scene più famose del cinema italiano.

Morirà povero e forse un po’ dimenticato ma le sue canzoni rimangono eterne ancora oggi che è il 24 maggio di 105 anni dopo ma anche quando, troppo spesso, un figlio del Sud se ne va lontano per cercare fortuna.

E allora mi piace ricordare questo gigante della cultura italiana con il suo ‘epitaffio’ lasciato in napoletano perché il suo modo di essere fieramente italiano e orgogliosamente patriota non poteva non avere la cadenza, la musicalità e la genialità della sua città:

E quanno arriva l’ora mia, l’ora ca tocca a tutte quanti, me vaco a fa’, comme so fanno ll’ate, nu suonno senza suonno.
Je nun’o saccio che succede ‘e me, ma saccio sulamente ca’ tutte l’esseri ‘e stu munno so comme ‘e maglie e’ ‘na catena.
È ‘na catena longa, eterna.
E pe ogni maglia ‘e sta catena, ce sta ‘nu nomme nuostro scritto: sti nommi ‘o tiempo o ‘e scassa o ‘e arresta.
E so’ felice si nu juorno se legge ancora ‘o nomme mio.

*Emanuele Merlino, divulgatore storico, scrittore e autore teatrale. Il suo fumetto “Foiba Rossa”, di cui è ideatore e sceneggiatore, è ausilio didattico per la Regione Veneto. Consulente al Senato e per Rai Storia. Il suo lavoro sulla Grande Guerra è Patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ presidente del Comitato 10 Febbraio

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