Autonomie regionali: quali e quante aspettative

La disoccupazione al Sud è più elevata. Ne derivano mancanza di lavoro e fuga dei cervelli

La misura di un’attenzione rivolta ad un tema sta tutta nella sua attesa previsione rispetto agli esiti attuativi di una scelta, di una decisione, di una direzione di marcia, di una riforma, che, nella sua versione regionalistica, ancora si trova in fase di lavorazione.

Difatti l’autonomia differenziata, così denominata per riconoscere ad ogni entità regionale una sua distinzione, fornisce un banco di prova tra cosa pensa la gente, di quanto sia conservatrice la predisposizione a recepire la proposta nuova, l’idea aggiornata di un regionalismo che, nella storia d’Italia, ha avuto la storica e quasi immutabile declinazione di una versione a Statuto speciale rispetto alla versione a statuto ordinario. Questo tipo di impostazione ha subito uno stravolgimento con la riforma del titolo V, con una maggioranza di sinistra non plebiscitaria, che ha generato un contenzioso costituzionale infinito.

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Ebbene oggi si approda ad una nuova discussione fissata all’ordine del giorno che riguarda la differenziazione dell’autonomia od un certo rafforzamento della stessa. Orbene l’accezione/quesito a cui si perviene è se il regionalismo possa servire, una volta per tutte, ad affrontare plurali declinazioni, incluse le due definitive e persistenti questioni, che afferiscono a quella meridionale (riconducibile all’atavica rappresentazione di data e analizzata da Giustino Fortunato e mai più aggiornata), e a quella settentrionale, originata dall’impegno e lo studio di Gianfranco Miglio e dalla simbologia di Alberto da Giussano in versione prima maniera di Umberto Bossi.

Un meridionalismo che va aggiornato

Il meridione per tanto tempo ha subito l’onta di un regresso derivato dall’unità piemontese della nazione italiana, per cui anziché declinare soluzioni in chiave di armonizzazione e ragionevolezza, si intese, per colorazioni culturali diversificate e per contrapposizioni politicamente miopi, approdare inopinatamente ad una sorta di conflitto permanente, dettato da provincialismo, isolazionismo, in cui si è innestato il problema della responsabile sostenibilità economico-fiscale, della copertura finanziaria per un aggiornato welfare. Sicché il gioco balzano che ne scaturisce conduce, oggi, ad una traduzione di un meridionalismo che va aggiornato con nuove proposte e nuove riforme.

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E qui si ha contezza che, nonostante, alcuni segnali di miglioramento, la questione meridionale persiste e si riflette in vari indicatori socio-economici. Il tasso di disoccupazione nel sud è generalmente più elevato rispetto al nord. Ed ancora le regioni del meridione soffrono di bassi livelli di istruzione e infrastrutture carenti, secondo quanto riportato nel documento della Banca d’Italia di giugno 2022: «Il divario Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico».

Il settore manifatturiero nel sud è meno sviluppato rispetto al nord, con conseguente mancanza di posti di lavoro qualificati. Ciò ha ulteriormente contribuito alla fuga di cervelli, con molti giovani laureati che cercano opportunità altrove, aggravando il problema della brain drain o fuga dei cervelli. Tuttavia, ci sono anche segnali di progresso dovuti alle politiche di sviluppo regionale e programmi di finanziamento per promuovere la crescita economica nel meridione degli ultimi decenni. Ci sono stati investimenti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella ricerca scientifica. Alcune aree del sud, come la Campania e la Puglia, hanno visto una crescita nel settore turistico e nell’industria culturale, sfruttando le loro risorse naturali e storiche.

Modelli inadeguati

Tuttavia da alcuni anni gli storici modelli produttivi (e sociali) del sistema italiano – principalmente quelli della grande impresa e del distretto – mostrano i segni di una crisi profonda. Molti studi hanno analizzato come nel nuovo contesto i modi consolidati di produzione di beni collettivi (sistemi di credito, infrastrutture, informazioni sui mercati esteri, formazione professionale, marketing territoriale, marchi ecc.) propri di questi due modelli risultino ampiamente inadeguati.

Contemporaneamente, a fronte di un dibattito fortemente incentrato sugli «svantaggi» di un meridione arretrato e problematico, recentemente si è osservato un crescente interesse per il nord, non più inteso solo come un modello idealizzato rispetto al quale allineare le altre regioni italiane, ma come lo spazio di specifiche forme di relazione sociali, economiche e politiche. Varie versioni di ciò che è stato definito come la «questione settentrionale» sono dunque il punto da cui partire per inquadrare i temi su cui riflettere.

Rilevano qui gli elementi principali dell’ampio dibattito che si è sviluppato intorno ai temi della produzione locale e dei beni collettivi, con specifico riferimento a quanto si può osservare per il contesto del nord Italia. Si è scelto di adottare una lettura che provi a interpretare in modo congiunto ed unitario diverse dimensioni che nel dibattito sono state spesso tenute distanti. Una prima importante dimensione rimanda alla dinamica politica. L’emergere di nuovi soggetti politici fortemente radicati nel tessuto sociale del nord Italia e i processi e le tensioni che essi generano nel sistema politico nazionale è un tema ampiamente dibattuto.

Le relazioni Stato-Regioni

Sicché come viene osservato nelle sue dinamiche locali e territorializzate consente un’analisi dettagliata dei meccanismi e dei processi che ne definiscono il funzionamento complessivo delle relazioni Stato-Regioni.

Ed in questo senso va verificato il ruolo degli attori economici del nord che diventa essenziale nel consentire una lettura e un’interpretazione dei processi di governo di territori che attraversano fasi di profonda trasformazione, che vanno riferiti ed affrontati i problemi di coordinamento degli attori economici (come il fenomeno dei trattori) con i processi politici di governo del territorio, sul piano urbanistico, in relazione alle grandi scelte legate alla viabilità e ai trasporti, alla predisposizione (o meno) di aree industriali, alla scelte di favorire l’edilizia residenziale e la dinamica della rendita.

Con questo paradigma sarebbe auspicabile prevedere, nella medesima riforma delle regioni, già in itinere, una spinta in direzione della necessaria armonizzazione sulla scorta dell’individuazione dei nuovi criteri da impiegare per valutare, misurare e dare corso ad una pianificazione perequata dei livelli essenziali dei servizi, dell’assistenza e delle prestazioni.

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