Giustizia italiana, tra errori e veleni il sistema continua a scricchiolare

Caso Minetti, scontro politico: il Quirinale ridotto a passacarte

Poco importa che l’ex consigliera regionale Nicole Minetti sia confermata nella grazia o se la veda revocata. Del resto, siamo seri, non era certo questo l’obiettivo che si erano ripromessi Mackinson del «Fatto Quotidiano», Ranucci, conduttore di «Report» su Rai 3, parlandone con Bianca Berlinguer su Rete 4, quando hanno ricostruito, a modo loro, la storia e scoperchiato i fatti, che tra l’altro sono ancora in attesa di verifica di veridicità.

Non serve, infatti, la sfera di cristallo per capire che l’obiettivo reale dei tre era quello di colpire il governo Meloni e provare a farlo cadere. Forse, anzi senza forse, speravano di riuscirci prima del 2 maggio, per evitare che compisse i 1.288 giorni di carica che ne hanno fatto il secondo governo per longevità della storia repubblicana. Purtroppo per loro, gli è andata buca.

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Il bersaglio Nordio e il ruolo del Quirinale

Ma torniamo a bomba, quella che rischia di scoppiare fra le mani dei tre eroi di cui sopra. Non è un caso che, immediatamente sciorinate le possibili – non so se davvero ce ne siano, per cui evito di entrare nel merito della vicenda – criticità, la stampa mainstream, cercando da una parte di salvare le capre del Colle, al quale compete unicamente, come più volte sentenziato dalla Consulta e ribadito per l’occasione dal responsabile dell’Ufficio «Clemenze» del Quirinale, il potere di grazia, e dall’altra di affondare l’esecutivo che non piace, abbia scaricato il proprio livore attribuendone al ministro della Giustizia, Nordio, tutte le responsabilità. Nella fattispecie, il bersaglio meglio indicato.

E nemmeno può essere ritenuto soltanto un incidente della storia il fatto che, more solito, «senza por tempo in mezzo», leader, leaderini e teste d’uovo dell’opposizione si siano messi a «ululare», chiedendogli di andare in Aula a chiarire – ma cosa? – e naturalmente, subito dopo, di dimettersi.

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Il rischio di indebolire l’immagine del Colle

Insomma, secondo quest’opposizione da burletta, degna più di una serata ad «Amici» che di sedere sui banchi delle istituzioni che dovrebbe rappresentare, Mattarella, che pure fino a qualche giorno prima dell’esplosione di questo «imbroglio» era considerato, e giustamente, il principale custode della Costituzione, oggi sarebbe poco più che un passacarte, privo di mezzi idonei per studiare le richieste di clemenza che gli pervengono, valutarle e, nel caso, concederle «a ragion veduta», ma di contro costretto a decidere sulla base di decisioni assunte altrove e da altri.

Il che significa anche inficiarne l’immagine. Qualcuno ha pensato a questo? Probabilmente no, perché gli interessa poco. A loro importa soltanto sparare a zero sul governo Meloni. Tanto più che è l’unico della storia d’Italia che, dopo quattro anni di carica, ancora conserva una grossa fetta di gradimento fra gli italiani. A parte, naturalmente, gli odiatori per partito preso e i sindacati che, a forza di fingere di festeggiare i lavoratori, alla fine sono riusciti a fare la festa al lavoro.

Ma intanto il caso Minetti è di nuovo al punto di partenza, per cercare di vederci finalmente chiaro e stabilire se questa concessione di grazia da parte del Capo dello Stato sia stata davvero «cosa buona e giusta» o meno. Secondo la procuratrice milanese Nanni, i documenti italiani visionati sono tutti ad hoc, ma poiché, prima dello scoppio del caso, nessuno ha pensato di allungare gli occhi fino in Uruguay per avere notizie vere sull’adozione del bambino uruguaiano da parte della stessa e del compagno Cipriani, non è detto che da lì non possano arrivare notizie negative e mandare tutto all’aria.

Prima di sbilanciarsi è meglio aspettare che le carte siano veramente tutte sul tavolo. Tanto più che la vicenda ha cominciato a squagliarsi, senza conseguenze per il Colle e il ministero della Giustizia, mentre una dura reprimenda della Rai è piovuta su Ranucci per la bufala fatta scoppiare senza averne prima verificato la veridicità.

I nodi irrisolti della giustizia italiana

Ma non si può fingere di non accorgersi di come questa vicenda dell’adozione del bambino uruguaiano da parte dell’ex igienista dentale di Berlusconi e il cambiamento o meno del suo modello di vita siano veri o no.

Sommato alle altre questioni giudiziarie tuttora irrisolte a decenni di distanza dai fatti – vedi il caso di Chiara Poggi, assassinata il 13 agosto 2007 nella sua villetta di Garlasco, per il quale era stato condannato a 16 anni, di cui 10 già scontati, il suo fidanzato di allora, in maniera definitiva nel 2015, e ora riaperto affibbiandone a Sempio, altro amico del fratello di Chiara, la responsabilità; il caso Zuncheddu, l’agricoltore sardo condannato all’ergastolo per la «strage di Sinnai» del 1991, per la testimonianza pilotata di un falso testimone, con l’accusa di aver ucciso tre uomini, conclusasi con un’assoluzione arrivata, però, dopo aver scontato 33 anni di carcere, dove era entrato a 26 anni uscendone a 59 – e, ultimi ma non gli ultimi, i quasi 10mila errori giudiziari e casi d’ingiusta detenzione di media all’anno, letti insieme, rappresentano la dimostrazione più lampante che le difficoltà dell’ordinamento giudiziario italiano sono tutt’altro che finite. Anzi!

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