Il centrosinistra cerca il futuro nel reparto antiquariato

Monti sogna l’ammucchiata, Prodi l’Ulivo, Conte i bonus

Ma cosa avranno da ridere gli Aldo, Giovanni e Giacomo della politica italiota, al secolo Monti, Conte e Prodi, che nonostante gli oltre due secoli complessivi di età hanno ripreso a ciondolare sullo scenario politico nazionale e vorrebbero continuare a condizionarlo con le loro proposte? Poco, molto poco.

Ma per il quartetto delle meraviglie del campo (santo) allargato a Pd e Avs è sufficiente che qualcuno, magari la redazione unificata, galvanizzata da una vittoria elettorale anche solo condominiale, ne tessa gli elogi, raccontando che si tratta di un’inversione di tendenza, che il centrodestra ha perso il consenso degli italiani, che sono finiti i tempi magri e che per loro si prospettano nuovi e significativi successi, per farli festeggiare e lanciare proposte antiche come il cucco, come fossero idee nuove di zecca, frutto delle loro meningi ancora fumanti di voglia di protagonismo.

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La nostalgia al potere

Tant’è che se Monti – nel 2011, epoca della sua nomina «napolitaniamente stangatista» dell’Italia, le cui conseguenze sono gli esodati della legge Monti-Fornero e la superstangata Imu – vorrebbe ricucinare un’avveniristica minestra alla «grande ammucchiata», un generale mettiamoci insieme, tanto pagano gli italiani.

Prodi, lo scopritore della già sardina diventata «sardona» del Pd, Schlein, pensa a un rinnovellato «esercito di Franceschiello» stile 1996, dimenticando che d’allora sono passati ben 30 anni, fra poco saranno 31, e nel frattempo questa «banda» di sfrantummati ci ha già regalato una costosissima eurotassa, tantissime privatizzazioni di aziende pubbliche e l’introduzione di una moneta unica: l’euro, con il cambio (1936 lire per un euro) peggiore di tutti quelli pagati dagli altri Paesi, ma pareggiato dalla nomina «personalmente di persona a lui» della presidenza della prima Commissione Ue della nascente Europa, e scusate se è poco.

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Infine, il più giovane dei tre, Conte, continua a inseguire sogni di elemosine di cittadinanza, bonus, superbonus e banchi a rotelle per consentire ai ragazzi di muoversi dal banco alla cattedra senza affaticarsi. Vogliono vincere, sì, ma senza sforzarsi troppo di pensare cosa fare perché il Paese cresca. Lo hanno già stabilito: è sufficiente affidarsi a loro, tornare indietro. Rimestare nel pattume. E, si sa mai, qualche residuo di porchetta affumicata per sfamarsi lo si può sempre ritrovare per riempire la pancia degli italiani e rilanciare il Belpaese. Che «Dio ce ne ‘Scanzi’ e liberi» di questi signori.

Il centrodestra e l’errore da evitare

Ha ragione Sechi quando fa notare ai lettori di «Libero» «che si vota tra un anno e il centrodestra non ha ancora perso». Verissimo, ma stia attento quest’ultimo a non commettere lo stesso errore, fidandosi troppo dei sondaggi, che lo danno vincente, e pensare di poterlo fare senza troppi problemi. La strada da percorrere da qui al voto non sarà in discesa e non mancheranno insidie da affrontare e rischi da scongiurare anche solo per arrivare alla scadenza del mandato.

Basta pensare che, certo, al di là dei rapporti istituzionalmente correttissimi e della minimizzazione delle tensioni fra Quirinale e Palazzo Chigi e fra questo e la burocrazia pubblica, più legata al passato che al presente del Paese, non sono di certo mancati gli scontri istituzionali. E questo fine settimana ce ne ha dato l’ennesima dimostrazione. Con ordine. Esprimendo qualche dubbio sul decreto sicurezza e, soprattutto, sulle norme pro rimpatri volontari, ma solo dopo la sua approvazione in Senato, rischiando così – per la ristrettezza dei tempi a disposizione (doveva essere convertito in legge a Montecitorio entro il 25 aprile) – di farlo saltare alla Camera. Rischio evitato perché anche Montecitorio ha detto sì, predisponendo un decreto correttivo per cancellare quei dubbi.

Le insidie sulla strada del governo

A questo va aggiunto l’ormai – anche fin troppo – evidente tentativo di Putin di attaccare con volgarissime offese, tramite la Tv russa e la sua cassa di risonanza Solovyev, la Meloni. Forse pensa che, dopo la vittoria del «no» al referendum, stia attraversando un momento di difficoltà e vuole provare ad approfittarne. Non le perdona di aver schierato l’Italia con Trump e l’Ue contro la sua aggressione dell’Ucraina. Il che, ovviamente, non gli sta bene e ha deciso di dare una mano all’opposizione per farla cadere anzitempo, spingendo lo sgherro di cui prima a imprecare anche contro Mattarella.

E terzo rischio: il governo Meloni – pur avendo ridotto il deficit/Pil dal 2022, portandolo dall’8,1% al 3,1% registrato ad aprile 2026, segnando un recupero di 5 punti percentuali e pur tenendo i conti in ordine (e scusate se è poco, visti i precedenti del nostro Paese) – non è riuscito a ridurre il rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, fermandosi al 3,1, quindi al di sopra della soglia per la procedura di infrazione europea e, quindi, per appena 23 milioni – pur con un Pil di 2.300 miliardi – dovremo aspettare ancora un anno per uscire dalla procedura d’infrazione.

E anche questo è un pericolo che si allunga sul nostro futuro. E non dimentichiamo i problemi quotidiani della gente: sanità, sicurezza, lavoro, bollette, servizi, energia, trasporti e inflazione.

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