Asacom: se il merito è un miraggio. Il paradosso dei titoli che «svuota» l’Università

Il cuore del problema è un livellamento verso il basso

Premessa: Il contesto della controversia Asacom. L’articolo che segue nasce da una criticità sempre più sentita nel sistema scolastico italiano: la regolamentazione della figura dell’Assistente all’Autonomia e alla Comunicazione (Asacom). Questa figura, prevista dalla Legge 104/92, è fondamentale per supportare l’integrazione degli alunni con disabilità sensoriale o psico-fisica.

Il nodo del contendere risiede nel valore dei titoli: attualmente, per svolgere questo ruolo delicatissimo, vengono spesso equiparati i laureati in Scienze dell’Educazione (percorsi accademici di 3 o 5 anni) e chi possiede semplici attestati di corsi regionali di poche centinaia di ore. Il mancato recepimento di standard nazionali chiari (come previsto dal D.Lgs. 66/2017) ha creato un «limbo» in cui il merito accademico viene appiattito, sollevando dubbi non solo sulla dignità professionale degli educatori laureati, ma anche sulla qualità specialistica del supporto offerto agli studenti.

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Il caso delle figure pedagogiche

Tra corsi regionali e lauree magistrali regna un’equiparazione che mortifica i professionisti dell’educazione. Un’analisi sulla deriva del sistema formativo e sulla tutela degli studenti con disabilità.

In un Paese che ha recentemente ribattezzato il proprio dicastero dell’Istruzione aggiungendo la parola «Merito», si consuma un paradosso silenzioso ma devastante all’interno delle aule scolastiche. Parliamo della figura dell’Asacom (Assistente all’Autonomia e alla Comunicazione), un pilastro fondamentale per l’inclusione degli alunni con disabilità, oggi al centro di una tempesta normativa che mette in discussione il valore stesso della formazione accademica superiore.

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Il cuore del problema è un livellamento verso il basso: oggi, la complessità di un percorso di laurea in Scienze dell’Educazione (L-19) o di una specializzazione in Scienze Pedagogiche (LM-85) viene, nei fatti, equiparata a brevi corsi di formazione regionale. Un’anomalia che non è solo burocratica, ma profondamente culturale e sociale.

Il «vuoto» del Decreto 66 e l’attesa infinita

La criticità affonda le radici in un limbo normativo che dura da anni. L’applicazione del D.Lgs. 66/2017 (Art. 3, comma 4) prevedeva che i profili professionali venissero definiti in sede di Conferenza Unificata per garantire standard elevati e uniformi su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, la mancanza di un accordo risolutivo ha permesso la proliferazione di requisiti minimi basati su percorsi di poche centinaia di ore.

«Considerare un corso regionale alla stregua di un percorso magistrale significa ignorare la complessità teorica e pratica che solo l’Università può garantire.»

Questa persistenza di standard «low-cost» svuota di significato il sacrificio di migliaia di professionisti che hanno approfondito discipline psicopedagogiche, sociologiche e didattiche, rendendo la retorica del merito un guscio vuoto e mortificando chi ha investito anni nella ricerca scientifica.

Non è corporativismo, è qualità del servizio

La difesa della centralità dei laureati non deve essere scambiata per una mera battaglia di categoria. È, prima di tutto, una questione di tutela dell’utente finale. La profondità d’intervento di un educatore o di un pedagogista formato nel rigore accademico garantisce una capacità di analisi e di azione che un percorso regionale — spesso non conforme ai criteri della ricerca scientifica — non può offrire.

Dare centralità alle figure laureate è una garanzia per le famiglie e per gli studenti. Livellare le competenze significa, in ultima analisi, privare lo studente con disabilità dell’eccellenza pedagogica che merita. Se il sistema non riconosce la differenza tra chi ha dedicato anni allo studio specialistico e chi ha seguito percorsi rapidi, a rimetterci è la dignità dell’intero progetto educativo nazionale.

Una provocazione al Ministero

In conclusione, appare urgente un intervento correttivo che restituisca ruolo e dignità alle carriere universitarie, riconoscendo la laurea come l’unico vero baluardo della formazione specialistica. Proseguire su questa strada significa venire meno al principio del merito, umiliando chi ha creduto nel valore della cultura.

Se il Ministero dell’Istruzione e del Merito intende onorare il proprio nome, deve agire per correggere questa distorsione. In caso contrario, sarebbe più coerente modificare la dicitura del dicastero: un sistema che non tutela chi eccelle nel percorso formativo nega, nei fatti, la sua missione principale.

Riccardo Fiscella
sociologo e pedagogista della marginalità/disabilità

Federproprietà Napoli

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