Dalla trincea della cronaca allo scaffale noir: il «metodo Taranto» conquista il Nord-Est

Giovanni Taranto e il Capitano Mariani trionfano a PordeNoir

C’è un filo rosso che lega le aule di Harvard e Princeton, le celle dell’istituto penale di Nisida e le strade polverose del Vesuviano. Quel filo è la penna di Giovanni Taranto, il giornalista investigativo che ha saputo trasformare decenni di inchieste sulla camorra in una delle serie noir più potenti della letteratura contemporanea. Il 25 marzo, questo percorso ha trovato la sua consacrazione ufficiale a Pordenone, presso l’Hotel Santin, dove l’Associazione Culturale PordeNoir ha incoronato la saga del Capitano Mariani come «Miglior Serie Noir italiana».

Il trionfo letterario di Taranto non può essere scisso dal suo rigore etico. Prima di ricevere il premio, l’autore ha voluto onorare la sua missione professionale presso l’Ordine dei Giornalisti di Trieste. Un seminario tecnico sui rischi del giornalismo d’inchiesta che si è trasformato in un momento di altissima commozione grazie all’intervento video di Paolo Siani. Taranto, amico e collega di Giancarlo Siani (il cronista ucciso nell’85), continua a dare voce a quella ricerca della verità che è alla base dei suoi romanzi: La fiamma spezzata, Requiem sull’ottava nota (già Premio Mistery a Napoli) e Mala fede.

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Il fenomeno «La chianca»: l’orrore diventa tragedia greca

Al centro del dibattito pordenonese, moderato dall’avvocata Piera Tartara, è balzato l’ultimo capitolo della serie: La chianca (come i precedenti pubblicato da Avagliano Editore). Un romanzo che Cecilia Scerbanenco ha definito un «coro da tragedia greca», dove la lingua si fa carne: un mix vibrante di dialetto napoletano, gergo burocratico e parlata romana che restituisce la «vita vera» delle strade.

La trama è un pugno nello stomaco. Il Capitano Mariani scava nel fango della tratta delle donne, reclutate con l’inganno e «macellate» (da qui il titolo La chianca) in un club privato sotto l’egemonia dei clan e della mala dell’Est. Mentre la camorra punta agli appalti miliardari della depurazione nel Golfo, un misterioso killer inizia a sgozzare prostitute. Tra fughe di notizie e sospetti che lambiscono persino gli uomini più vicini a Mariani, l’indagine diventa una corsa contro il tempo per salvare l’ultima vittima designata.

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Il valore dell’opera di Taranto — che vanta una disciplina fisica e mentale da Grand Master 8° Dan di Taekwondo e 5° di Hapkido — è stato sottolineato dalla presenza delle autorità. All’evento, curato dal Presidente di PordeNoir Alessandro Pazzaglia e dal direttivo (Fadalti, Pertegato, Saitta), hanno partecipato l’Assessore Emilio Badanai Scalzotto e le esponenti della Fondazione Santin, Franca Benvenuti e Giovanna Santin.

Il successo si è poi riverberato nelle tappe successive del tour: da Udine, in un confronto serrato con Cecilia Scerbanenco, fino a Trieste, dove Taranto ha dialogato con Pietro Spirito e Pierluigi Sabatti.

Con questo premio, Giovanni Taranto non riceve solo un trofeo, ma conferma la validità di un progetto culturale: utilizzare il noir non come semplice intrattenimento, ma come «chianca» della realtà, capace di sezionare il male per restituire, alla fine, una necessaria parvenza di giustizia.

Giovanni Taranto è vicepresidente della Commissione legalità dell’OdG Campania e ha presieduto l’Osservatorio per la legalità di Torre Annunziata. La sua trilogia ha già vinto il Premio Massa per la miglior serie italiana.

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