Il Sud che si svuota: giovani in fuga grazie a promesse tradite della politica locale

Una volta il Mezzogiorno produceva classe dirigente e generava cultura

Il Sud Italia sta svuotandosi. I giovani non vanno via per «voglia di cambiare aria» – partono perché restare significa morire lentamente di soprusi, opportunità negate e promesse vuote.

I numeri che gridano

Negli ultimi dieci anni, il Sud ha perso 730.756 giovani tra i 15 e i 34 anni: il calo demografico nella fascia giovanile è pari al -14,7%. In Campania, il fenomeno dei NEET – ragazzi che non studiano e non lavorano – supera il 34%, e il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 41%.

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In termini generali, il Mezzogiorno ha un tasso di disoccupazione (tutte le età) di circa il 14,3%, più del doppio rispetto al Centro Italia, e quasi il triplo rispetto al Nord-Est. In Campania raggiunge cifre ben peggiori. La fuga dei laureati è drammatica: uno su due dei giovani che emigrano dal Mezzogiorno è in possesso almeno di una laurea; parole che non sono numeri su un foglio, ma talenti sprecati.

Questi numeri non sono opinioni: sono fatti. E indicano una crisi sociale, economica e morale. Se tutto questo non bastasse, guardiamo alla politica: Napoli, città simbolo del Sud, non è riuscita a produrre un sindaco «napoletano doc» in anni recenti. Le candidature si spostano, le coalizioni pensano più alle strategie che all’appartenenza territoriale.

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Peggio ancora, per la Regione Campania si parla addirittura di candidati non campani, figure esterne alla realtà locale. È l’ulteriore simbolo di un Sud che non tiene più legami con se stesso, che perde la sua voce autentica. Questa mancanza di rappresentanza è indice di un problema più profondo: quando la classe dirigente non è radicata, quando si sceglie un uomo politico che non è «uno di noi», si perde credibilità, si perde fiducia, si perde identità.

Il problema non è «cosa inventarsi», ma ripristinare il fondamentale

Smettiamola con i convegni, le promesse elettorali, le «ricette fantasiose». Il Sud non ha bisogno di qualche evento culturale alla moda: ha bisogno che la legalità diventi la norma, non la speranza.

Ha bisogno:

  • Di lavoro dignitoso, non di contratti in nero o di sceneggiate di stage che finiscono nel nulla;
  • Di università che trattino i giovani come soggetti, non come zerbini: paghe equamente distribuite, concorsi seri, meritocrazia, niente più servilismi;
  • Di servizi, infrastrutture, sicurezza, ordine: che andare a prendere un panino non comporti pagare la tangente al parcheggiatore abusivo sotto lo sguardo complice di «non so chi»;
  • Di una classe dirigente che somigli ai territori che amministra, che li conosca, li viva, li rappresenti. Se non invertiamo rotta, il Sud resterà un serbatoio di partenze, destinato a perdere pezzi fino a diventare qualcosa che nemmeno ricorderemo com’era.

Ricordiamoci com’è stato: una volta il Sud produceva classe dirigente, generava cultura, era motore (anche se con difficoltà) di riscatto nazionale. Se Napoli non è riuscita nemmeno a coltivare la sua identità nel suo sindaco, se per la Regione si ipotizza un candidato che non è nemmeno campano, allora è perché siamo arrivati al punto in cui il simbolico diventa politico, ed è lì che si decide il destino vero di un territorio.

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