Omicidio Ramondino, il killer confessa: 8 mila euro al mese per spacciare

La vittima avrebbe trattenuto del denaro scatenando l’ira del boss

Un sedicenne con uno stipendio da manager, guadagnando fino a ottomila euro al mese come pusher. È questa la drammatica realtà dietro la figura del minorenne arrestato per il brutale omicidio dell’amico Gennaro Ramondino, ventenne, avvenuto la scorsa estate. L’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha portato alla confessione del giovane, che ha dichiarato di aver ucciso su ordine del boss del clan a cui apparteneva.

Di fronte al giudice Anita Polito e al pubblico ministero Ettore La Ragione, e in presenza del suo avvocato, la penalista Antonella Regine, il 16enne ha raccontato i dettagli del delitto, avvenuto in un edificio popolare di via Comunale Napoli, a Pianura. «Non volevo ucciderlo. Gennaro era il mio amico d’infanzia, in pratica stavo giorno e notte assieme a lui» ha spiegato il giovane, descrivendo il conflitto interiore che ha preceduto il gesto. Tuttavia, l’ordine era chiaro: «Stavo “a contesto”, quello che era il mio capo mi ha detto che dovevo essere io ad uccidere Gennaro, perché ero minorenne e la pena per me sarebbe stata sicuramente più bassa».

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Il retroscena economico

La confessione ha svelato anche il retroscena economico legato alla piazza di spaccio. Ha ammesso di guadagnare tra 6.000 e 8.000 euro al mese, una cifra impressionante per un adolescente con un diploma di scuola media e iscritto al primo anno di un istituto superiore. Tuttavia, questi guadagni hanno alimentato tensioni interne al clan. Ramondino, si legge nell’articolo de «il Mattino», avrebbe iniziato a trattenere parte dei proventi dello spaccio senza versarli ai referenti, scatenando l’ira del boss Massimo Santagata, che avrebbe ordinato il suo assassinio dal carcere tramite un collegamento telefonico abusivo.

La ricostruzione dell’omicidio di Gennaro Ramondino

Il minorenne ha raccontato di aver cercato di opporsi al mandato: «Glielo dissi che non potevo farlo, perché passavo giorno e notte con lui, che non me la sentivo. Lui ha insistito, dicendomi che avrei avuto meno problema con la pena finale». Il giovane ha spiegato di aver ricevuto la pistola da un altro affiliato del clan, che l’aveva nascosta in un vano della cucina.

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La scena del delitto è agghiacciante: «L’ho visto arrivare verso di me, era uscito dallo scantinato, ho sparato verso il cancello. Non volevo ucciderlo, volevo spaventarlo. Ho avuto paura, quando lui si è avvicinato a me, ho premuto di nuovo il grilletto». Tre colpi hanno centrato Ramondino. Successivamente, il corpo è stato dato alle fiamme nel tentativo di eliminare le prove. Il ragazzo dopo il delitto si è rifugiato in un hotel ad Agnano per evitare controlli, mentre il complice che gli aveva fornito l’arma è partito per una vacanza con la famiglia.

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