La guerra di camorra dimenticata, Di Lauro contro Puca

Fu in quel conflitto che Gaetano Marino perse le mani mentre piazzava un ordigno davanti alla casa del boss di Sant’Antimo

Nella storia criminale del clan Di Lauro c’è una guerra dimenticata. Uno scontro che agli inizi degli anni ‘90 permise all’organizzazione criminale di estendere la sua sfera di influenza anche su Melito, permettendole di trasformare la cittadina in una sua roccaforte. Eppure, nonostante la ferocia con cui i Di Lauro affrontarono i rivali del clan Puca di Sant’Antimo, di quel conflitto, ad oggi, si conosce poco o nulla. Le poche informazioni in mano a inquirenti e forze dell’ordine sono quelle che, negli ultimi anni sono state fornite dai collaboratori di giustizia.

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Dati che, tuttavia, non hanno ancora ricevuto il conforto dei riscontri probatori del caso. A ogni modo, nonostante la frammentarietà delle notizie è possibile ricostruire, sotto il profilo cronologico quella che, forse, fu una delle faide più sanguinose che, alla fine del secolo scorso, insanguinarono la periferia nord di Napoli e il suo hinterland. A fornire le prime indicazioni e, soprattutto, il possibile movente che mise in contrasto i Di Lauro e i Puca, è stato Luigi Secondo, ex esponente della cosca secondiglianese passato a collaborare con la giustizia.

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«Io sapevo per certo, avendolo saputo in questo stesso periodo del 1997, all’atto della scarcerazione, dalla viva voce di Gaetano Marino, che egli era stato coinvolto in questa guerra. Infatti, nel mettere un ordigno presso l’abitazione di Puca, le cose erano andate male e a lui erano saltate entrambe le mani… Gaetano mi disse che tale agguato era stato fatto su ordine di Paolo Di Lauro. Sempre Gaetano mi disse che il motivo di questa guerra era dovuto ad un contrasto sulla riscossione delle estorsioni nella zona di Melito. In quel periodo, su quel territorio, oltre ai Di Lauro anche i Puca facevano estorsioni… Poi dopo questa guerra i di Lauro conquistarono l’intero territorio di Melito».

La richiesta estorsiva dei Puca

In particolare, ha raccontato Secondo, a causare l’inizio delle ostilità fu la richiesta estorsiva che i Puca fecero a un imprenditore vicino alla cosca di Paolo Di Lauro. Il boss, a quello che considerava un affronto, decise di rispondere con tutta la sua forza e, secondo il racconto dei pentiti, ordinò ai suoi uomini di eliminare ogni affiliato alla cosca di Sant’Antimo. L’azione più eclatante viene messa a segno il 1° ottobre del 1992 dinanzi a un caseificio. Un ‘commando’ su moto di grossa cilindrata apre il fuoco sugli occupanti di una Panda rossa, senza lasciargli scampo.

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Sotto i colpi dei killer cadono Andrea Petito, Raffaele Guarino, Ernesto Flagiello e, soprattutto, Santo Flagiello, quest’ultimo indicato come uno dei sicari di fiducia del clan Puca. Le indagini, sin da subito, puntano sugli uomini dei Di Lauro tant’è che qual che giorno dopo le autorità giudiziarie emettono un decreto di fermo nei confronti di Gennaro Marino e di altri gregari all’organizzazione. Sul punto di assoluta rilevanza sono state le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Biagio Esposito.

L’ex ras degli scissionisti ha riferito, infatti, che il giorno stesso della strage, Gennaro Marino gli chiese di accompagnarlo fuori Napoli. I due, quindi, avrebbero alloggiato per una sola notte in Liguria. Durante il viaggio di ritorno, ricorda Esposito, Marino gli chiese, contro ogni regola della camorra, di scattarsi una foto insieme, foto che fu recuperata dagli investigatori qualche tempo dopo mettendo nei guai lo stesso Esposito. Il collaboratore, infatti, ha riferito che il clan Di Lauro cercò, senza riuscirci, di addossargli la responsabilità degli omicidi in modo da ‘salvare’ Gennaro Marino.

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