Due popoli, due Stati oltre la logica delle tifoserie
La sinistra ha, a mio avviso, un difetto inciso profondamente nel proprio DNA: la tendenza ad analizzare qualunque problema attraverso categorie radicali, come se ogni questione dovesse necessariamente essere affrontata secondo la logica di una tifoseria. O si è di qua o si è di là, senza lasciare spazio alla complessità, alla capacità critica e soprattutto alla distinzione tra ragioni diverse che possono coesistere.
È quanto sta accadendo, ancora una volta, con il conflitto che da decenni contrappone il popolo palestinese e quello israeliano. Una parte della sinistra, a corto di simboli e di bandiere capaci di rappresentare le proprie battaglie, sembra aver trovato nella bandiera palestinese il nuovo vessillo identitario, dopo che quella arcobaleno della pace aveva già preso il posto della storica bandiera rossa.
La causa palestinese e il nodo Hamas
Il problema non è, naturalmente, riconoscere le legittime aspirazioni del popolo palestinese. Il problema nasce quando, nel bisogno di identificarsi totalmente con una delle due parti, si finisce per confondere la giusta rivendicazione del diritto all’autodeterminazione di un popolo con le azioni terroristiche di organizzazioni come Hamas, che per anni hanno governato la Striscia di Gaza anche attraverso la repressione e il terrore nei confronti degli stessi palestinesi. È una distinzione elementare, ma evidentemente non sempre praticata.
Così è potuto accadere che, in occasione della discussione sul disegno di legge sull’antisemitismo, alcuni manifestanti abbiano protestato davanti a Montecitorio sventolando la bandiera palestinese e arrivando a inneggiare ad Hamas, organizzazione terroristica responsabile, tra l’altro, della strage del 7 ottobre. Un atteggiamento che, oltre a essere moralmente e politicamente inaccettabile, finisce per danneggiare proprio la causa palestinese che pretende di sostenere.
Perché quando si sovrappone la causa di un popolo alle azioni di un’organizzazione terroristica, si offre a chiunque voglia delegittimare le aspirazioni palestinesi un argomento formidabile e cioè quello secondo cui dietro la richiesta di uno Stato palestinese si nasconderebbe necessariamente il sostegno a Hamas. Non è così, e dovrebbe essere interesse innanzitutto di chi sostiene i diritti dei palestinesi affermarlo con chiarezza. Ma sarebbe altrettanto miope fermarsi qui.
Anche la destra rischia la logica delle tifoserie
Una parte della destra, seguendo uno schema altrettanto semplicistico e tipicamente italiano, sembra ragionare secondo la logica dell’avversario. Quindi, se a sinistra ci si schiera con la Palestina, allora a destra ci si deve schierare con Israele, quasi che la politica internazionale debba essere una partita di calcio nella quale scegliere una maglia e difenderla a prescindere. Anche questo è un errore.
Difendere il diritto di Israele a esistere e a vivere in sicurezza non significa dover condividere ogni scelta del suo governo. E oggi il governo guidato da Benjamin Netanyahu è sostenuto anche da forze politiche e posizioni che hanno dato spazio a una concezione della guerra e del conflitto che rischia di arrivare a giustificare le sue degenerazioni più aberranti, fino a mettere in discussione la stessa prospettiva di una convivenza futura tra israeliani e palestinesi.
«Due popoli, due Stati» resta la prospettiva
Io faccio parte, da sempre, di quella destra che riconosce le ragioni del popolo palestinese e il suo diritto ad avere uno Stato autonomo, nel quale poter vivere liberamente e in sicurezza. Per me lo slogan «due popoli, due Stati» conserva ancora oggi tutto il suo valore.
Anzi, proprio perché credo in questo principio, penso che l’Occidente dovrebbe avere il coraggio di combattere tutti coloro che frappongono ostacoli alla sua realizzazione. Oggi questi ostacoli hanno, a mio avviso, due nomi principali: Hamas da una parte e Netanyahu, insieme alle componenti più radicali della politica israeliana dall’altra.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano responsabilità, natura e dimensione delle loro azioni. Si tratta di riconoscere che ogni attore che impedisce la nascita di una prospettiva concreta di pace deve essere combattuto. E l’Occidente non può limitarsi alle dichiarazioni di principio. Deve utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione, a partire dalle sanzioni economiche e diplomatiche, senza escludere, laddove fosse necessario e sulla base di un preciso mandato internazionale, anche una presenza militare nell’area finalizzata alla protezione dei civili e alla stabilizzazione del territorio.
Separare i popoli da governi e organizzazioni
La vera sfida, infatti, è riuscire finalmente a separare i popoli dai loro governi e dalle organizzazioni che pretendono di parlare in loro nome. Non tutti i palestinesi sono Hamas. E non tutti gli israeliani sono Netanyahu.
Sono convinto che siano moltissimi i palestinesi che desiderano semplicemente vivere in un Paese libero, indipendente e sicuro, senza terrorismo e senza guerra. Così come sono convinto che siano moltissimi gli israeliani che vorrebbero poter guardare al futuro senza vivere nella paura, senza attentati e senza conflitti permanenti.
È a queste persone che la politica occidentale dovrebbe guardare. Non alle tifoserie. Non alle bandiere. Non alla ricerca dell’ennesimo simbolo identitario con cui dividere il mondo tra buoni e cattivi. La pace, se mai sarà possibile, nascerà proprio dalla capacità di rifiutare questa logica. E la prospettiva dei due popoli e dei due Stati potrà tornare a essere concreta soltanto quando avremo il coraggio di sostenere contemporaneamente il diritto degli israeliani alla sicurezza e quello dei palestinesi alla libertà, all’autodeterminazione e a uno Stato.




