Istat, per l’economia italiana più crescita nel 2024

Lo spread ai minimi di 2 anni

L’economia italiana, prima ancora di conoscere i dati del primo trimestre, riceve una spinta dall’Istat che certifica una crescita acquisita per il 2024 dello 0,2% grazie al quarto trimestre 2023 migliore del previsto. Una buona partenza di cui gli investitori hanno preso nota facendo scendere lo spread sui Btp fino a 136 punti base, ai minimi dal gennaio del 2022. L’Istituto statistico, nella revisione dei dati di crescita, ha confermato il +0,2% degli ultimi tre mesi del 2023 rispetto al trimestre precedente, ma alzando a +0,6% (da +0,5% preliminare) la crescita tendenziale, quella cioè rispetto all’ultimo trimestre 2022.

Una revisione che ha un effetto di ‘trascinamento’ sull’intero 2024, con una crescita acquisita, cioè quella che si avrebbe in presenza di crescita congiunturale pari a zero, che sale a +0,2% dal +0,1% indicato a fine gennaio. Certo la crescita di fine 2023 è spinta da investimenti (0,5 punti percentuali), domanda estera netta (0,4 punti) e spesa pubblica (0,1), mentre i consumi delle famiglie, con bilancio colpiti da due anni di inflazione alle stelle (5,3% nel 2023) si sono contratti sottraendo ben 0,8 punti percentuali alla crescita del Pil.

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Ma nel complesso, al netto delle nubi geopolitiche che circondano l’economia globale e dell’incognita dell’inflazione e tassi d’interesse, è un segnale positivo se si tiene conto che l’indice Pmi italiano del settore dei servizi segna una netta espansione (52,2 a febbraio) in controtendenza con la contrazione in Germania (48,3) e Francia (48,4).

Lo scenario di crescita

Lorenzo Codogno, fondatore della Lc Macro Advisors ed ex capo economista del ministero dell’Economia, ritiene che lo scenario di crescita si avvicini all’1%, contro attese di molti economisti che ruotano attorno allo 0,6-0,7%.

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Il ministro dell’Economia Giorgetti aveva già commentato i dati Istat del 1 marzo, con la certificazione che il deficit del 2023, principalmente a causa del superbonus, è lievitato al 7,2% contro il 5,3% scritto nella Nadef. Un’«emorragia» oltre le previsioni già pessimistiche – aveva detto Giorgetti – ma anche «un sentiero di ragionevole sostenibilità» per la finanza pubblica dal 2024 in avanti. Non è chiaro se ci sarà uno ‘scalone’ da affrontare per la discesa al 4,3% nel 2024 prevista dalla Nadef.

Né il dossier solleverebbe timori nell’immediato per l’applicazione del nuovo Patto di stabilità, il cui impatto sulle «procedure nazionali di bilancio», su «Def e Nadef» e «tempi e contenuti» della programmazione economica sarà oggetto di una indagine conoscitiva congiunta deliberata oggi dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato, con un ciclo di audizioni da chiudere entro «maggio 2024».

Si sa invece che, per gli anni dopo il 2023, i criteri contabili faranno si che l’effetto sul deficit del superbonus saranno più leggeri, perché spalmati nel tempo grazie ai criterio della ripartizione per cassa. Quelli sul debito, invece, si vedranno subito, anno per anno, rendendo – sempre secondo Codogno – «difficile» la programmata riduzione rispetto al 137,3% del Pil del 2023.

Lo spread

La sorpresa è che lo spread, di fronte a quell’emorragia, non è affatto schizzato, e che anzi gli investitori hanno preso quei numeri come una sorta di ‘momento-trasparenza’ su quel provvedimento, guardando alla prudenza dell’attuale politica di bilancio al netto del rosso causato dal superbonus.

In una fase di mercato favorevole ai titoli di Stato, ieri il debito italiano ha fatto meglio degli altri col differenziale Btp-Bund a un minimo di 136, mai così basso dal gennaio 2022. Non sembra esserci lo ‘zampino’ della Bce, che anzi a febbraio ha scaricato 4,4 miliardi di euro di Btp e fra dicembre e gennaio ne aveva venduti per 2,2 miliardi.

Piuttosto, un’iniezione di fiducia per gli investitori, accanto ai segnali di crescita, arriva dagli oltre 18 miliardi di Btp Valore collocati fra il pubblico retail la scorsa settimana che portano il totale a oltre 53 miliardi. Una rassicurazione, per gli investitori esteri, che il Governo sta riuscendo a sostituire gradualmente la clientela dei risparmiatori al ‘compratore’ Bce che è in uscita graduale. Inoltre, con 98,7 miliardi di titoli a medio e lungo termine già emessi nei primi due mesi del 2024, il Mef ha già coperto il 27% dei 360 miliardi di emissioni programmate (nella parte alta della ‘forchetta’) per il 2024.

 

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