Governo, avanti con la riforma della giustizia: avviso di garanzia segreto sino a fine indagini

Cambierà anche l’imputazione coatta

Subito la stretta sulla pubblicazione non solo delle intercettazioni ma anche dell’avviso di garanzia. E in prospettiva, nell’ambito di una riforma radicale del processo penale in chiave accusatoria, anche un intervento sull’istituto «irragionevole» dell’imputazione coatta e una limitazione degli ‘ascolti’ ai reati più gravi, per arrivare poi a mettere mano alla Costituzione, con l’introduzione della separazione delle carriere di giudici e pm.

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Le vicende giudiziarie della ministra Daniela Santanchè e del sottosegretario Andrea Delmastro scuotono il governo e portano ad ampliare il cantiere della riforma della giustizia, mentre il ministro Nordio, a Tokyo per partecipare al G7, difende in un incontro con il commissario Ue Didier Reynders l’abolizione dell’abuso d’ufficio, garantendo che non avrà ripercussioni nel contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione.

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I limiti ai giornalisti sono nella riforma approvata il 15 giugno scorso dal Consiglio dei ministri in omaggio a Silvio Berlusconi, ora in attesa della firma del capo dello Stato per poter iniziare il suo iter parlamentare. E i paletti non riguardano solo le intercettazioni, di cui si potranno pubblicare solo i contenuti riprodotti dal giudice nella motivazione di un provvedimento, ma anche l’avviso di garanzia: diventerà segreto sino alla fine delle indagini con il divieto assoluto di pubblicarne il contenuto.

Una scelta di cui non aveva parlato Nordio nella lunga conferenza stampa seguita al varo del Cdm, ma che è stata messa nero su bianco da Palazzo Chigi nel comunicato ufficiale al termine della riunione del governo. E di cui ora fonti ministeriali rivendicano l’urgenza alla luce del caso di Santanchè che ha appreso dalla stampa di essere indagata, il giorno stesso della sua informativa in Parlamento.

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La tutela dell’indagato

È «l’ennesima comunicazione a mezzo stampa di un atto che dovrebbe rimanere riservato», commentano da via Arenula, ricordando che la riforma ha come obiettivo «eliminare questa anomalia tutelando l’onore di ogni cittadino presunto innocente sino a condanna definitiva». L’idea di fondo è che l’avviso torni alla sua originaria funzione di tutela dell’indagato. Per questo dovrà contenere una descrizione sommaria del fatto, oggi non prevista.

Tra le altre misure in chiave garantista, l’interrogatorio da parte di giudice collegiale dell’indagato prima di pronunciarsi sulla custodia in carcere chiesta dal pm. Per quanto riguarda le intercettazioni, si tratta solo di un antipasto.

Il ministro intende porre mano a una riforma «radicale» che limiti, salvaguardando le indagini su mafia e terrorismo, l’uso di uno strumento invasivo e anche costoso: «non si possono spendere 200 milioni all’anno per intercettazioni che si rivelano nella maggioranza dei casi inutili», è il ritornello che ripete Nordio.

Un intervento destinato alla fase 2 della riforma, ma che potrebbe subire un’anticipazione nel percorso parlamentare che dovrebbe cominciare dal Senato. La novità del giorno è che sull’onda del caso di Delmastro si interverrà anche sulle imputazioni coatte imposte dal giudice al pm: in «grandissima parte» si concludono «con assoluzioni dopo processi lunghi e dolorosi quanto inutili, con grande spreco di risorse umane ed economiche». Per questo, spiegano dal ministero, «è necessaria una riforma radicale che attui pienamente il sistema accusatorio».

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