I ritardi del Sud non sono figli dell’autonomia, ma della falsa unità d’Italia

Al Sud non è mai stato investito più dello 0,5% del Pil, anche se una legge imponeva di finalizzarvi il 40% degli investimenti

In un Paese sempre in campagna elettorale può sorprendere che un esecutivo, dopo appena 3 mesi di governo, si ritrovi di fronte a un nuovo appuntamento elettorale. E, considerate le due regioni al voto: Lazio e Lombardia, non un appuntamento di poco conto.

Si comincerà a capire se i cittadini credono a ciò che dice la premier Meloni che il suo governo «difende i confini dai trafficanti di essere umani, le sue infrastrutture, il suo marchio, le sue eccellenze»; ha dato «un cambio di passo al contrasto all’illegalità»; ha investito «30 mld per abbassare il prezzo delle bollette per famiglie e imprese»; ha consentito «all’Italia di tornare protagonista a livello internazionale» e che «l’incontro a tre Macron, Scholz e Zelensky, voluto dal primo, può spaccare la compattezza dell’Ue».

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O, piuttosto, sono d’accordo con l’opposizione che accusa «la Meloni di avere isolato l’Italia in Europa» e, per dimostrarlo – contrariamente a quanto fatto dalla maggioranza che ha detto «no» – ha votato «si» alla stangata che costringerà italiani ed europei a pagare 1.500 miliardi per soddisfare le follie energetiche dell’Ue»; va in delegazione a far «visita all’anarco-digiunatore Cospito» accusa «Meloni di essere più pericolosa degli anarchici»; e sostiene che il centrodestra, con l’autonomia – tra l’altro già prevista dall’art 5 della Costituzione, ma di cui «lorsignori», con legge costituzionale 3/2001, del Governo Amato hanno riformato ll titolo V, dilatando le competenze regionali e degli enti locali – vuole spaccare il Paese.

L’autonomia differenziata e le macroregioni

Intanto, però, a proposito dell’autonomia differenziata «pre-approvata» in cdm con un disegno di legge a firma del ministro Calderoli il 2 febbraio scorso, detto che – dopo tre anni di pandemia, 1 di guerra in Ucraina e ancora in atto, inflazione, caro bollette e decine di migliaia di vittime del terremoto in Turchia e Siria – avrei preferito non doverne parlare, ma essendo stato avviato il percorso realizzativo mi sembra giusto proporre qualche riflessione.

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A partire dalla considerazione che personalmente, sono per quella marcoregionale, sul modello dei cantoni svizzeri e dei lander tedeschi, ma la Costituzione prevede l’autonomia, non le Marcoregioni e, quindi, la strada sarebbe più lunga. Necessiterebbe prima una legge che le preveda. Nel mondo globalizzato di oggi, però, dividere il Paese in 20 staterelli regionali avrebbe pochissimo senso e lo indebolirebbe, penalizzando il Sud.

Le prevaricazioni ai danni del Mezzogiorno

Eppure, sentir dire dai vip della sinistra – anche quelli meridionali che pure, hanno sempre accettato, in nome della poltrona, tutte le prevaricazioni ai danni del Mezzogiorno – che l’autonomia spacca il Paese è una barzelletta che non fa ridere. Prima bisognerebbe chiedersi quando mai sia stato unito. Se mai lo fosse stato, le grandi aziende realizzate con gli investimenti Casmez nel Sud, non sarebbero state le prime ad essere smantellate per la crisi dell’Iri negli anni ‘90.

E Ministeri, amministrazioni e aziende a partecipazione statali avrebbero avuto maggior rispetto di quella legge speciale del 1950 che imponeva di destinare all’Italia del tacco il 40% dei propri investimenti ordinari. Invece se ne sono infischiati. Tant’è che a dispetto di quella norma le risorse arrivate al di sotto del Garigliano, non hanno mai superato lo 0,5% del Pil, contro il 35 del Nord. Allo stesso modo si sono regolati con i fondi recovery di cui all’Italia è toccata la maggior parte perché – secondo l’Ue – il 70% fosse destinato al recupero dei ritardi del Mezzogiorno. E invece anche stavolta al Sud è toccato soltanto il 40%. Sperando, ovviamente, che arrivino.

Una bandierina da sventolare

Di più, il ddl Calderoli è ancora poco più che una bandierina da sventolare e prima di dire quale potrà essere il futuro dell’Italia con l’autonomia è meglio attendere la definizione dei lep (standard minimi di servizio) da garantire ai cittadini e questo potrà avvenire – vista la procedura – non prima della fine dell’anno e in assenza di tale determinazione, non sarà possibile procedere ed arrivare all’approvazione definitiva. Inoltre, nel testo non si fa alcun riferimento al «residuo fiscale» ovvero quella differenza fra le entrate tributarie prodotte in regione e la spesa pubblica che riceve. Di cui le regioni del nord vorrebbero appropriarsi. Occhi aperti, quindi, ma niente pregiudizi ideologici.

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