La resa dei conti nel M5S, Giuseppe Conte lancia l’ultimatum: «Chi vuol lasciare lo faccia subito»

Il leader pentastellato: «Adesso la decisione non spetta a noi, ma a Draghi»

All’interno del M5s la resa dei conti è infinita, coi vertici del gruppo alla Camera in rivolta e il rischio scissione alle porte. Giuseppe Conte non lo nasconde e lancia un ultimatum: «Se qualcuno ritiene di non poter condividere un percorso così partecipato e condiviso – dice – faccia la propria scelta in piena libertà, in maniera chiara, subito e senza ambiguità». I tempi sono stretti: «C’è una notte per pensarci – dice Conte ai vertici del gruppo alla Camera – decisioni che vanno in direzione di una diversa prospettiva siano dichiarate per tempo, per correttezza verso tutti».

Il presidente del M5s, intanto, aspetta segnali da Palazzo Chigi sulle nove richieste del Movimento per il programma di governo: «Adesso la decisione non spetta a noi, ma a Draghi», dice chiudendo l’incontro coi parlamentari. Per il leader, il premier dovrà valutare le condizioni e decidere il perimetro del dialogo: c’è tempo fino a domani, quando si voterà la fiducia al governo. «L’atteggiamento di responsabilità – dice Conte – ci impone di chiedere al presidente Draghi che le priorità da noi indicate vengano poste nell’agenda di governo». Intanto, però, il presidente del M5s teme l’accerchiamento: chi gli sta vicino legge le mosse degli altri partiti, sia di centrosinistra sia di centrodestra, come un disegno per relegarlo ai margini.

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L’assemblea dei gruppi parlamentari del M5s è stata una maratona via zoom, una gara di resistenza di tre giorni quasi di fila. Il pallottoliere ha contato una ventina di interventi di chi vuol confermare l’appoggio a Draghi. Se ne è fatto portavoce un esponente di spicco del M5s, il capogruppo a Montecitorio Davide Crippa: «Non si capisce perché non dovremmo votare la fiducia». La posizione dei contiani l’ha invece riassunta la deputata Vittoria Baldino: le dimissioni di Draghi sono state un reazione «scomposta», che va letta come «un invito alla porta».

Il documento dei «governisti»

Nel marasma di dichiarazioni e manovre, si inseguono voci e sintomi. Le prime riguardano una raccolta di firme in corso su un documento dei «governisti» pronti a lasciare il M5s: i numeri ballano, c’è chi moltiplica per due il dato di quella ventina che ha parlato chiaramente a favore di Draghi. Ma la conta definitiva non c’è, anche perché, per ora, Conte non ha detto una parola definitiva sulla posizione che il M5s terrà al momento della fiducia. I sintomi, invece, indicano il malessere: Crippa ancora non ha confermato il contratto al portavoce di Conte, Rocco Casalino, che finora ha curato anche la comunicazione del gruppo a Montecitorio.

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La replica indiretta arriva da Beppe Grillo, che cambia la foto del profilo Whatsapp e ci mette quella con una scatola di colla Coccoina: «Ce l’ha con i ministri incollati alla poltrona», interpretano alcuni parlamentari, che ci vedono un assist a Conte. Di sintomi e malesseri ce ne sono anche di veri, come quello che ha colto Conte domenica: una lieve intossicazione che lo ha costretto a far visita all’ospedale. Subito dimesso, ha poi preferito seguire da casa la terza puntata dell’assemblea. La rottura coi vertici del gruppo alla Camera è la più fragorosa.

E’ quella che apre l’assemblea, quando alcuni parlamentari chiedono a Crippa di rendere conto di una posizione «tattica» tenuta nella riunione dei capigruppo. Lo stesso Conte lo accusa: «Non ne ero informato». Non a caso, dopo l’intervento della vice di Crippa, Alessandra Carbonaro, c’è chi chiede le dimissioni dell’intero direttivo.

Anche nella squadra di governo le crepe ci sono eccome

Conte può fare affidamento su Fabiana Dadone: «Seguirò la decisione del nostro capo politico». Ma è meno scontato che altri ministri, come Federico D’Incà, lo seguano ovunque decida di andare. Conte intanto aspetta segnali da Draghi sui nove punti contenuti nel documento consegnato a Palazzo Chigi. E li aspetta prima del D-Day di domani. «Il disagio nel Movimento è forte», dicono i parlamentari vicini al presidente.

Dall’assemblea è emerso che la stragrande maggioranza dei parlamentari sta con il presidente, ma anche che il rischio scissione è concreto. E anche quello potrebbe far parte del disegno di accerchiamento. Che, temono ai piani alti del M5s, magari ha una regia. Ma il pensiero malevolo non si spinge fino a ipotizzare che possa trovarsi ai piani alti del potere istituzionale.

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