Eutanasia: un problema doloroso e complesso tra sofferenza e libertà

Tutti quelli che accompagnano chi muore possono insegnarci tanto su tutto ciò che si potrebbe fare proprio quando non c’è più alcunché da fare

Ormai il traguardo dell’eutanasia si pone come l’ultima libertà da conquistare. Stimolante, se ci si ferma solo alle parole; abominevole, se invece si solleva il velo che nasconde le sue brutture.

Così è meglio ripetersi come l’eutanasia non sia altro che un nuovo diritto che non toglie niente a nessuno. Oggi solo la libertà individuale viene percepita come un valore assoluto che bisogna promuovere ad ogni costo. Ma che tipo di libertà? Quella dell’uomo che riterrebbe di essere il solo a poter scrivere il suo destino, la sua storia, quindi il solo a poter decidere, poiché il suo corpo gli appartiene, di ritirargli la vita?

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Nascosta quindi dietro questo dibattito, più che una questione medica essenziale del fine vita si nasconde quella concezione della libertà dell’uomo che lo pone come unico giudice della sua vita.

Ma si può essere effettivamente liberi quando la sofferenza fisica viene mal curata e quella psichica o la solitudine vengono mal accompagnate? Quando si insinua il dubbio legittimo dell’accanimento terapeutico peraltro vietato dalla legge, quando la società ci trasmette l’immagine di un essere ingombrante, qualcuno che non serve più a niente ed anzi costituisce un peso?

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Sicuramente non può definirsi libero colui al quale si lascia credere che abbia la facoltà di decidere ma gli si concede una sola scelta: quella di soffrire o tutt’al più uccidersi o essere ucciso. Ci sarebbero ben altre soluzioni che solo il rifiuto dell’eutanasia potrebbe permettere di immaginare.

La paura di essere diventato un peso per la sua famiglia aumenterà nella società mano a mano che lo sguardo collettivo sulla sua fragilità subirà l’influenza dell’eutanasia, a questo punto diventata legale.

Il malinteso senso di libertà così costruito spingerà le persone più deboli alla rassegnazione e coinvolgerà anche quelle che ne erano contrarie all’origine. In realtà la libertà sarà proprio la prima vittima di una tale legge e si arriverà al paradosso secondo cui si giustificherà l’auto-distruzione della libertà in nome della stessa libertà.

Perdurano però troppi deserti medici e giuridici e preesiste un problema di eguaglianza, meglio di solidarietà e di fraternità. Il divieto di uccidere resta un caposaldo della deontologia medica da oltre 2500 anni e anche della legge morale iscritta nel cuore dell’uomo.

Prima di poter accettare completamente l’eutanasia la società umana dovrebbe creare i mezzi adeguati per assistere gli ammalati terminali: una formazione per la prevenzione del suicidio e fondi consoni per sviluppare ed ottimizzare le cure palliative al fine di accompagnare il fine vita nel rispetto dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature e delle persone più vulnerabili, dei malati e dei moribondi come estremo criterio della nostra umanizzazione.

Tutti quelli che accompagnano chi muore possono insegnarci tanto su tutto ciò che si potrebbe fare proprio quando non c’è più alcunché da fare: un’estrema nostra difesa che ci impone di fermarci e, se è il caso di fare marcia indietro per poter restare umani fino alla fine.

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