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La riflessione: I partiti non vogliono Draghi al Colle e vogliono disfarsene

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La povertà del dibattito evidenzia pochi temi e obiettivi, nessuno dei quali sembra riguardare il bene del Paese e dei suoi cittadini

In verità, personalmente (e chi segue ‘ilSud24.it’ lo sa) sulla questione dell’elezione del Capo dello Stato, la penso in maniera diametralmente opposta a Uccio Bono. E proprio nell’editoriale di ieri ho per l’ennesima volta spiegato il perché Sono, convinto, però, che tutte le opinioni, anche quelle che non si condividono meritino il massimo rispetto. E, quindi, non ho alcuna remore a sottoporvela. (mdc)

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Il ritiro di Silvio Berlusconi dalla competizione per l’elezione del Presidente della Repubblica, era l’unico esito possibile per una candidatura che non ha mai avuto alcuna possibilità di successo e, semmai, l’errore è stato nell’averla presentata.

Questo auspicato esito porta senza dubbio chiarezza, ma non risolve il problema, che ruota attorno all’esigenza primaria di scegliere il nuovo Presidente della Repubblica sulla base rigorosamente prioritaria della tutela degli interessi dell’Italia e non degli obiettivi di bassa cucina politica dei partiti.

L’elezione del Presidente della Repubblica, questa volta è più delicata e importante che mai per il futuro del Paese, ma la povertà del dibattito evidenzia pochi temi e obiettivi, nessuno dei quali sembra riguardare il bene del Paese e dei suoi cittadini.

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Gli obiettivi dei partiti, infatti, sono come sempre semplici e prosaici e consistono in primo luogo nell’evitare elezioni anticipate e puntare alla scadenza naturale del 2023, per non perdere il diritto al vitalizio, ed in secondo luogo ad impedire l’elezione al Colle di Draghi, proponendone, solo per finta, la conferma a Premier, ma ben sapendo di congedarlo, avvenuta l’elezione, anche da Palazzo Chigi.

Le sciagurate pratiche di gestione del potere

Perché in effetti questo è il loro principale obiettivo, eliminare Draghi da tutte le postazioni istituzionali di vertice, per ottenere la fine del commissariamento cui sono stati costretti dal febbraio 2021 e, in vista dell’appuntamento elettorale del 2023, realizzare il ritorno all’esercizio delle sciagurate pratiche di gestione del potere, unicamente finalizzate alla conquista del consenso.

Ma perché questo accanimento contro Draghi? Perché in meno di un anno, con il suo metodo di ascolto di tutti, ma assumendo le decisioni da lui ritenute giuste e necessarie, ha svergognato i partiti dimostrando che anche in Italia è possibile una gestione corretta della cosa pubblica, capace di dare le risposte che servono al bene comune e che era falsa e strumentale la narrazione di chi per decenni, ha fatto strame delle risorse di questo Paese e lo ha condannato ad un declino senza speranza.

Per tali ragioni appaiono false e patetiche le tesi dei leader dei partiti quando tracciano un identikit del nuovo presidente rispondente in tutto a Draghi (personalità di alto profilo, super partes, di grande competenza, che goda di apprezzamento internazionale e così via), premettendo che però non potrebbe essere lui, condannato strumentalmente a restare Premier per l’attuazione del PNRR, fino al 2023.

Ma l’ignoranza si sa è una brutta bestia, ed in questo teatrino i sostenitori di questa tesi non si rendono neanche conto di smentirsi da soli. Infatti è proprio la situazione delicatissima in cui ci troviamo, con l’avvio del PNRR, ma con un lavoro ancora immenso da fare, che ha bisogno vitale per riuscire proprio di Draghi, ma non a Palazzo Chigi, bensì al Quirinale.

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Una trappola mortale per il Paese

Infatti il PNRR è stato appena avviato e comporta una enorme quantità e qualità di lavoro che finirà solo nel 2026. Fino ad allora ogni errore della sua attuazione, potrebbe costituire una trappola mortale per il Paese, ed è per questo che è indispensabile un monitoraggio costante e autorevole, che presieda alla sua attuazione corretta in Italia, ed abbia altresì una a altrettanto prestigiosa capacità di interlocuzione in Europa.

Il PNRR non riguarda solo i cantieri ed i criteri di spesa, oltre che i tempi di esecuzione e la modifica radicale della governance del Paese, con l’attuazione delle riforme della burocrazia, della giustizia penale, civile e amministrativa, del fisco, oltre che delle transizioni ecologica e digitale. Ma riguarda soprattutto il processo di coesione politica futura dell’Unione Europea, perché il PNRR è il nuovo strumento, inedito, che è nato dalla decisione per la prima volta di creare debito pubblico europeo, in un disegno economico e sociale comune tra tutti i Paesi dell’UE, per uscire dalla spirale di depressione finanziaria ed economica indotta dalla pandemia di Covid-19.

Questa strada va proseguita, per come è già stato chiesto da un documento comune di Italia e Francia e, per realizzarlo, occorrono personaggi autorevoli che se ne facciano carico, ma soprattutto occorre che l’Italia faccia bene la sua parte, nella correttezza ed efficienza che l’impegno unitario dei Paesi dell’UE impone.

Anche perché le trappole sono ovunque e continue

I cantieri, ancora da avviare per il PNRR, prima ancora di partire, sono già sotto la minaccia degli aumenti dei costi dovuti alla esplosione dei prezzi delle materie prime a livello mondiale, che per alcuni prodotti sono aumentati del 100%, ed è quindi necessario mettere mano subito ad una revisione in aumento degli stanziamenti UE.

Insomma una ridda di temi e di argomenti che puntano tutti in un’unica direzione, il Presidente della Repubblica Italiana non è più solo il garante della Costituzione, ma specialmente in questa fase, la carica istituzionalmente più stabile e qualificata a rappresentare gli interessi dell’Italia con i partner Europei e a vigilare sulla più efficace e corretta gestione del processo di riforme e investimenti costituito dal PNRR.

Ed è pacifico che l’unica persona in grado di rivestire questo ruolo sia Mario Draghi. Tutte le altre considerazioni, soprattutto da parte dei partiti, sono egoistiche e deleterie per gli interessi degli italiani, che devono capire che sarebbe anche l’unico modo per cambiare questa classe partitocratica delegittimata e fallita, impedendole di tornare alla gestione del potere come nell’ultimo anno, in attesa che si trovi presto un modo per recuperare la politica dei principi, delle visioni e dei contenuti in contrapposizione a quella degli algoritmi e degli slogan fine a se stessi, per il vero rispetto della sovranità popolare.

Nicola Bono
già sottosegretario per i beni
e le attività culturali

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