Se «ce lo chiede l’Europa», anche i «migliori» di Draghi obbediscono

Se «ce lo chiede l’Europa», i migliori obbediscono. E per il Pd, in Rai non si critica l’Europa. «Sul terrorismo (come sul Covid) ci raccontano solo favolette». Parola dell’amico e collega Marcello Veneziani. Vero, ma non solo su questo. Anzi, dal post-miracolo economico (’50/’70), soprattutto, nei confronti del Sud – cui prima hanno sottratto fondi, dandoli al Nord, poi lo hanno accusato di sprecare risorse – “lorsignori” di frottole ne hanno raccontate in quantità industriali.

E in tempo di covid avevano assicurato di «non lasciare indietro nessuno» e ora ben 20mila imprese del Sud, rischiano di chiudere e altri 300mila lavoratori il proprio posto di lavoro; che avrebbero tagliato le tasse ma dopo il virus lo Stato ne incasserà più di prima.

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La Meloni, ha proposto a Draghi d’incontrarsi «per ragionare», può anche darsi che, per dimostrare correttezza istituzionale, SuperMario, accetti e, magari, senta. Ma ascolterà?
Al momento, con i «migliori», è impegnato con il Pnrr e i finanziamenti europei relativi.

A cominciare dalla cifra attribuitaci: dai 209 miliardi iniziali, poi ridotta a 191,5 e successivamente “gonfiata” fino a 248 miliardi di cui 26 “pronti”, ma nel 2032; passando per i fondi al Mezzogiorno: 82miliardi, ma secondo qualcuno non saranno più di una sessantina (il Sud farebbe meglio a fidarsi dei 131 tra fondi strutturali e fcs 2014-2027, già disponibili).

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Anche perché la certezza del Next Generation Eu è ancora da verificare. Non tutti i 27 Paesi hanno ratificato il Nge e non è detto che lo facciano, e in Europa si cammina solo all’unanimità. Il che blocca l’emissione dei Bond da offrire ai mercati finanziari per le risorse.

Ci sono però, due aspetti, che “lorisignori”- da seguaci dell’ortodossia dominante di orwelliana memoria, danno sempre tutto per scontato – hanno sottaciuto: anche quando tutti lo avranno ratificato il Nge, e il Pnrr, approvato dal Consiglio europeo, prima di “avere” l’Italia – dovrà anticipare le spese per “fare” e, nel frattempo, dare il via libera alle riforme concordate con l’Ue (ben 48 entro il 2022 di cui 9 entro il 2021 e con una maggioranza scollata e dedita a battaglie di bandiera, non è semplice).

Per cui, ancora non è dato sapere quando e come, le risorse arriveranno. E neanche, se arriveranno in tempo per salvare il sistema Italia dal fallimento totale.

Cosa – alla luce delle lungaggini, per l’approvazione dei progetti (vaglio della Commissione Ue; valutazione su quattro aree e 11 criteri, il cui esito dovrà essere comunicato al Consiglio europeo entro giugno per essere approvata entro luglio); le ratifiche da parte degli 8 Paesi che ancora non hanno pronunciato il “si” al Recovery, indispensabili per emettere i bond e raccogliere, sui mercati, le risorse necessarie – neanche particolarmente veloce e certa. A meno che l’Europa non decida di concedere qualche “privilegio” economico ai cosiddetti “frugali”.

E dal momento che «si fa ma non si dice», non mancano – anche se tutti le nascondono – quelle condizionalità che finiranno per costringerci ad accettare in silenzio di: far colazione con il latte di piselli, mangiare “vermi” invece che bistecche e bere vino annacquato come si trattasse di Aglianico o Primitivo. A danno, tanto per cambiare, del “made in Italy” e delle nostre eccellenze.

Criticità che il «governo dei migliori», ha evitato, finora di denunciare, ma adesso che siamo vicini al “redde rationem”, cominciano a tirarle fuori, utilizzandole, però, come una sorta di ricatto, per obbligare, partiti e cittadini, ad accettare i diktat che, nel segno del vecchio «ce lo chiede l’Europa», il governo imporrà.

Tant’è che, anche per scaricare su altri le responsabilità di un eventuale flop, il ministro per la transizione ecologica, Cingolani – dando quasi per sicuro, chissà poi perché, che fallirà – parla di «Mezzogiorno senza alibi» perché «l’Ue finanzierà solo i progetti realizzati» e «chi è causa del suo mal pianga se stesso» e quella per la Giustizia, Cartabia aggiunge: «Senza riforme saltano i fondi Ue». Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate. Ma anche di mandarli a quel paese.

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