Centrodestra, maggioranza e governo fanno i conti a una settimana dal voto

A una settimana dal voto Centrodestra, maggioranza e governo fanno i conti con i risultati elettorali. Con Senato e Camera fermi, l’attenzione è stata fuori del Palazzo al fine cercare di trovare equilibri che consentano di affrontare al meglio le sfide che arriveranno.

Senza dimenticare l’emergenza Covid. In Europa la situazione sta diventando sempre più preoccupante al punto che più di qualche Paese sta pensando di ricorrere di nuovo al lockdown anche se limitati ad alcune città o aree. Per quanto riguarda l’Italia tutto è ancora sotto controllo, ma circola l’ipotesi che il governo allunghi nuovamente lo stato di emergenza fino al 31 dicembre. Per ora è fissato fino al 15 ottobre.

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Covid a parte il governo è alle prese con la crisi economica e come uscirne. Il grande tema è quello del Recovery Fund, su cui il premier Giuseppe Conte ripete che l’Esecutivo si gioca tutto. Il prossimo 8 ottobre Conte sarà in Parlamento per presentare le linee guida ed avviare il confronto con Camera e Senato. Per il governo il Recovery Plan rappresenta uno strumento strategico per superare la crisi. Infatti, se quest’anno si chiuderà con una perdita del Pil intorno al 9 per cento, già il prossimo anno dovremmo registrare un incremento del 6 per cento.

Balzo permesso, appunto, dai fondi che arriveranno dall’Unione europea. Accanto a questo c’è la nota di aggiornamento del Def che il governo dovrebbe approvare verso il 30 settembre.

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Le cifre e le misure ancora ballano ma le ipotesi portano ad ipotizzare per il debito, che dovrebbe fermarsi comunque sotto il 160 per cento quest’anno, un valore pari al 156 per cento nel 2021 mentre il deficit, che salirà oltre l’11 per cento, dovrebbe scendere attorno al 7 per cento.

Gualtieri e Conte
Gualtieri e Conte

Nel 2021 il Pil sarà + 6 per cento, mentre il deficit sarà pari al 7 per cento

E’ comunque ancora presto per avere un quadro delle misure anche perché su tutto aleggia il dilemma Mes. Nicola Zingaretti dal giorno dopo il voto, intascato il pareggio, ha chiesto con forza l’attivazione del Fondo Salva Stati, ma il premier Conte continua a rimandare una decisione definitiva in attesa che si definisca il quadro all’interno del M5S. Infatti, sono proprio i Cinquestelle quelli che più si oppongono ad un’attivazione del Mes.

Sul piano politico, invece, sembra per il momento riposta nel cassetto l’ipotesi rimpasto. Troppo alto il rischio che muovendo qualche pedina si possano intaccare i delicati equilibri interni al governo. Meglio per il momento lasciare tutto come è, e al massimo valutare più avanti se la squadra di governo avrà bisogno di qualche messa a punto.

Scelta dettata anche dalla confusione che si respira nel M5S. La riunione dei gruppi parlamentari è servita a certificare le divisioni interne e la progressiva balcanizzazione del Partito. La strada verso gli Stati generali è ancora lunga e sullo sfondo si stagliano per il momento almeno tre figure: quella di Luigi Di Maio, di Roberto Fico e di Alessandro Di Battista. Dovrebbero essere loro a contendersi la guida del Movimento.

Guida che però non sarà scelta immediatamente attraverso un’elezione diretta ma piuttosto al termine di un iter che dovrà rispondere al criterio della collegialità. E’ stato Roberto Fico a insistere su questo punto, probabilmente consapevole che se si fosse andati a una conta interna per la segreteria, sul modello dei vecchi partiti, il M5S ne sarebbe uscito a brandelli. Ecco, allora, la scelta per avviare un iter al termine del quale si arriverà alla scelta del leader che dovrà essere il frutto di una condivisione.

Paola Taverna
Paola Taverna

Ciononostante, il clima rimane rovente come testimonia la scelta dell’ex ministro Barbara Lezzi di abbandonare la chat del gruppo parlamentare, oppure le polemiche che stanno investendo il vicepresidente del Senato, Paola Taverna riguardo le morosità circa i contributi all’associazione Rousseau.

Se il M5S è in difficoltà, il Pd può dirsi più sereno. Il pareggio, insperato per il Nazareno, ha sopito i progetti di ‘licenziamento’ di Zingaretti il quale, invece, adesso punta a passare all’incasso sia sul Mes e sia sulla legge elettorale-riforme costituzionali. Anche se i primi tentativi non hanno trovato sia in Conte e sia nel M5S positivi riscontri.

Nel Centrodestra Salvini rivendica la leadership. FdI si gode il successo e annuncia l’arrivo di 10 sindaci del vercellese

Tajani, Meloni, Salvini

Nel Centrodestra, invece, si continuano a registrare tensioni e questo nonostante siano salite a 15 le Regioni amministrate dal Centrodestra. Il risultato elettorale, in effetti, ha riaperto vecchie ferite sia all’interno della stessa Lega e sia tra gli stessi alleati. Matteo Salvini continua a rivendicare la propria leadership sulla coalizione in quanto segretario del primo partito del Centrodestra.

In realtà, l’ombra di Giorgia Meloni si fa sempre più minacciosa visto che Fratelli d’Italia è l’unico partito del Centrodestra cresciuto in questa tornata elettorale. Ad esempio, proprio ieri sono entrati ufficialmente in FdI dieci sindaci del vercellese, a conferma della forte attrazione che esercita il partito della Meloni in questo momento.

E’ evidente che in termini di coalizione molto dipenderà anche dalla scelta della legge elettorale. Su questo il Centrodestra sembra avere una posizione abbastanza unitaria, a parte qualche esponente forzista, a favore del maggioritario e contro il proporzionale. Lo ha spiegato Giancarlo Giorgetti della Lega in un’intervista ieri a La Repubblica parlando di «disastro» nel caso di ritorno al proporzionale per l’Italia.

Quello che è certo è che sia nel Centrodestra e sia nella maggioranza il clima non è dei migliori. Probabilmente perché nella politica vale quello che spesso si verifica nel calcio, e cioè che il pareggio alla fine non serve a nessuno.

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