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Per Zingaretti si ricomincia da tre: referendum, riforme e Recovery Fund. Tutto purché non si voti

Referendum, riforme e Recovery Fund. Nicola Zingaretti conclude la Direzione nazionale dal Pd con le tre R. O sarebbe meglio dire, parafrasando il grande film dell’immortale Massimo Troisi, ‘Ricomincio da tre’. Il segretario del Pd chiude quindi così la pratica del prossimo 20 e 21 settembre, mettendosi in tasca il via libera del Pd al referendum ma al tempo stesso tratteggiando già il futuro prossimo.

Zingaretti: «Sì al referendum per portare avanti le riforme»

Sempre che le elezioni regionali non travolgano Zingaretti e la sua segreteria. Dalla sede del Nazareno, vuota perché l’evento si è svolto in streaming, il presidente della Regione Lazio spiega di proporre il Sì perché «dobbiamo respingere le motivazioni banali che il taglio del numero dei parlamentari farebbe risparmiare soldi allo stato. I risparmi sarebbero minimi e non costituiscono il motivo principale del sì. Il motivo principale sta nel fatto che a questo atto possono seguire altre riforme».

E’ questa la pillola per addolcire il popolo del Pd, non solo referendum ma una stagione di riforme. E Zingaretti guarda alla «proposta di Luciano Violante», per «accompagnare la campagna per il Sì al referendum con una raccolta di firme per il bicameralismo differenziato. Sarà un modo, pur con scelte diverse che ci saranno, di unire il Pd».

Non proprio l’uovo di Colombo perché alla fine l’area che fa riferimento a Matteo Orfini e la vecchia guardia rappresentata da Zanda e altri non voteranno a favore della proposta di Zingaretti. Ma si tratta anche di una strada per allungare la legislatura. Insomma, se anche tutto dovesse crollare si potrebbe giustificare il non andare a votare per l’apertura del cantiere delle riforme.

Franceschini plaude a Zingaretti: «Referendum non è punto di arrivo. Ora riforme con l’opposizione»

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Dario Franceschini Dl Scuola
Dario Franceschini

E se non fosse chiaro il messaggio che il Pd non ha alcuna intenzione di andare a votare qualsiasi sia l’esito delle regionali lo chiarisce il ministro Dario Franceschini: «Si al referendum non è punto di arrivo, deve essere il punto di partenza per riforme più larghe costituzionali. Il referendum può essere la partenza di una seconda parte della legislatura che provi a completare un percorso di riforme costituzionali che vada oltre i confini della maggioranza, includendo anche le forze di opposizione».

Zingaretti: «Risorse del Recovery vanno utilizzate su progetti credibili, concreti e di valore strategico. E ora attivare il Mes»

Si vedrà se poi davvero andrà a finire così, sta di fatto che a sera Zingaretti esce con il via libera al referendum con annesse riforme. Ma come detto si ‘ricomincia da tre’, ed il terzo elemento è il Recovery Fund. «Le risorse del Recovery spiega Zingaretti – vanno utilizzate su progetti credibili, concreti e di valore strategico. Migliorare la pubblica amministrazione e la giustizia. Non evitare nuove discriminazioni, ma renderle parte attiva di una nuova stagione italiana».

Ma per Zingaretti l’obiettivo è non «tamponare l’emergenza ma accompagnare il Paese nel futuro e rendere l’Italia più giusta e verde». Non manca il riferimento al Mes che continua per il Pd ad essere uno strumento da non sprecare: «L’Italia deve utilizzare il Mes, una linea di credito molto vantaggiosa per rinnovare la sanità. Non è un costo ma uno dei pilastri della rinascita italiana».

Matteo Renzi Italia Viva
Matteo Renzi

Silenzio su questo punto degli alleati di governo del M5S, che sul tema hanno opinioni fortemente divergenti rispetto al Pd. Appello sul Mes che però incontra il favore di Matteo Renzi, il quale a Quarta Repubblica spiega che «i soldi per la sanità servono, ci sono i soldi del Mes, entro la fine dell’anno il governo deve accedere a tutti i costi al fondo del Mes, sono certo che lo farà».

Tornando alla Direzione nazionale, per un giorno quindi il Pd mette da parte le divisioni o almeno mostra di fare così. Zingaretti per evitare problemi ha scelto di dividere la discussione in due voti: uno sulla sua relazione e un altro sull’ordine del giorno che dà il via libera al sì al referendum. E il gioco riesce perché se nella prima votazione ottiene quasi l’unanimità, 213 voti su 219, nella seconda si scende a 188 sì per colpa delle astensioni e dei voti contrari.

Le tensioni comunque rimangono sullo sfondo e il futuro anch’esso incerto. Lo testimonia un passaggio che senza dubbio non fa a caso Zingaretti nel corso della sua relazione, e cioè quando spiega che «il Pd sostiene il governo finchè questo farà le cose che servono al Paese. Ma se la situazione della Repubblica dovesse peggiorare, l’impegno del Pd sarebbe inutile». Aggiungendo però che al momento non sembra che si vada in questa direzione.

Conte: «Decisione Pd su referendum era attesa. Non vedo agitazione nella maggioranza»

Soddisfatto il premier Giuseppe Conte che da Beirut nella notte commenta positivamente i lavori della direzione nazionale del Pd e la relazione dello stesso Zingaretti. «La decisione di votare sì al referendum è stata presa dai parlamentari in grandissimo numero. Quindi è chiaro che all’interno delle forze politiche ci possa essere discussione e qualche distinguo, però devo dire che era una decisione anche attesa rispetto a quello che era stato il passaggio ultimo parlamentare». Per poi concludere: «Non credo che la maggioranza fosse così agitata per la prospettiva della votazione al referendum».

Domani riunione del Ciae sul Recovery Plan

Bocca cucita invece su Recovery Fund e Mes, anche se proprio domani, come annuncia il ministro Amendola, ci dovrebbe essere una riunione del Ciae. Sarà l’occasione per fare un primo punto della situazione e tracciare le prime linee guida su cui far muovere i progetti che il governo punta a presentare già a gennaio, in anticipo rispetto ai tempi dettati da Bruxelles che vedono la scadenza fissata ad aprile. E in questa occasione si capirà anche se l’appello lanciato da Zingaretti sul Mes sarà o meno recepito.

Meloni: «No al Mes, si al Recovery Fund»

Giorgia Meloni su aborto e Ru486
Giorgia Meloni

Dal Centrodestra su questo tema però Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni ribadisce la propria contrarietà al Mes perché «ci sono altri modi per avere le stesse risorse senza mettersi in casa la Troika. Sono, invece, favorevole ai soldi del Recovery fund che rischiano di arrivare molto tardi e di non essere risolutivi come speravamo. Sono risorse da destinare alle infrastrutture strategiche».

Salvini contro Azzolina: «E’ peggior ministro della scuola. Pronta mozione sfiducia»

Matteo Salvini, invece, continua ad attaccare il ministro Lucia Azzolina sulla scuola. La Lega ha messo a punto il testo della sfiducia che presenterà al Senato e che prima sarà oggetto di valutazione con gli alleati di Centrodestra. «Non ce l’ho personalmente con la Azzolina – spiega Salvini – il problema non è come si veste o come si trucca ma il fatto che, alla prova dei fatti, è il peggior ministro che la scuola italiana abbia avuto dal dopoguerra ad oggi».

E per il prossimo week end annuncia una raccolta di firme «per chiedere le dimissioni di Lucia Azzolina» per «la totale incapacità nella gestione della riapertura delle scuole, mancanza di aule, banchi e insegnanti, con grave danno per tutti».

Conte: «Sfiducia ad Azzolina? Lega avrebbe dovuta presentarla ai propri ministri»

Azzolina Scuola
Il ministro Lucia Azzolina

Un tema che però non appassiona il premier Conte che proprio da Beirut risponde a Salvini: «Non rispondo del comportamento delle opposizioni, se un partito dell’opposizione ritiene -in un momento del genere, dopo tutti gli sforzi che stiamo facendo, dopo tutti gli investimenti che sono stati fatti – di formalizzare una mozione di sfiducia nei confronti della ministra dell’Istruzione che credo non abbia preso neanche un giorno di pausa, per trascorrere un giorno di vacanza, la Lega farebbe bene a chiedersi quando è stata negli anni scorsi al governo, se forse avrebbe dovuto presentare tante mozioni di sfiducia ai propri ministri».

Intanto domani in Senato alle 12.30 è fissata una riunione dei capigruppo e quella sarà probabilmente l’occasione per porre la questione della calendarizzazione della mozione di sfiducia. Certamente non sarà prima delle elezioni regionali, i cui effetti potrebbero travolgere il governo. Zingaretti e il suo ‘ricomincio da tre’ permettendo.

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