La sinistra teme di perdere anche il Colle
Secondo l’antica saggezza, «le bugie hanno le gambe corte». Secondo, invece, una constatazione più recente, le bugie di Giuseppi Conte ne sono addirittura prive. Soprattutto quelle legate agli sprechi del Covid. E non perché non esistano, bensì perché sommerse e coperte dai continui «non so», «non ricordo» con cui l’ex premier e aspirante leader del campo largo cerca disperatamente di coprire fatti che se assunti a propria difesa di fronte a qualsivoglia magistrato, quantomeno rischierebbero, e non di poco, di mettere in discussione la propria credibilità. Per cui, consapevole di ciò, sta tentando di scaricare addosso ad altri le proprie responsabilità.
Ma il tempo stringe e qualcosa comincia a venir fuori, tant’è che la stessa Commissione parlamentare ha fatto sapere che manderà la propria relazione finale direttamente in Procura. Quindi bisognerà passare dalle parole ai fatti e i «no», «non ricordo» e, soprattutto, le sue bugie a basso costo, ma ad alto reddito, dovranno necessariamente tornare alla mente di Giuseppi, anche in maniera convincente. Vedremo se sarà così. E tirem innanz.
Dalle amministrative al voto politico
In occasione delle amministrative del 24 e 25 maggio scorso, sottolineavo come si trattasse di un appuntamento elettorale importante perché ci avvicinava alla scadenza della legislatura e del mandato del governo Meloni. Il solo che, se dovesse arrivare fino al termine del mandato, sarebbe riuscito a governare per l’intera legislatura per cui era stato eletto. Dopo di che, nel 2027, ritorno alle urne per l’elezione del nuovo Parlamento che dovrà dare vita e concedere la fiducia al prossimo esecutivo, nell’attesa di essere chiamato nel 2029 a eleggere il successore di Mattarella.
Sicché, proprio in considerazione di ciò, quel primo appuntamento con le urne, per quanto solo amministrativo, assumeva un’importanza tutt’altro che irrilevante. Avrebbe potuto dare la misura più aderente possibile alla realtà di ciò che ci attendeva da allora al 2029. Per cui, considerando che, seppure parzialmente, tutta l’Italia era interessata a questo passaggio elettorale, sarebbe stato opportuno che tutti i mass media mainstream e i loro amici della sinistra avessero provveduto, con più costanza, a invitare i cittadini a non mancarlo.
Entrambi hanno finto di non sentire, invece, e se ne sono infischiati. Probabilmente erano convinti di essere, nonostante le tante sconfitte subite fino ad allora e i sondaggi che ancora oggi continuano a relegarli in posizione di rincalzo, destinati alla vittoria.
Ma, da quando la Meloni, ospite di Porro a «Quarta Repubblica» su Rete 4, e qualche collega di spicco non prigioniero del pensiero unico, come Francesco Verderami, uno dei principali editorialisti del Corriere della Sera, hanno fatto notare che «non è detto che non si possa avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra», la considerazione ha fatto venire la pelle d’oca ai sinistrati, che sono immediatamente scesi in campo per mettere in piedi la grande ammucchiata dei tutti contro tutti da opporre al centrodestra, il cui «obiettivo», stando a Schlein, «è il potere». Da che pulpito viene la predica.
Il Colle e il centrodestra
Per carità, personalmente fino ad allora non avevo mai sentito dire da nessuno che il Quirinale debba essere necessariamente abitato da un «sinistro». Forse perché non c’erano i numeri per invertire il gioco e a loro conveniva far finta di rispettare quella Costituzione che tutti richiamano quando serve, ma nessuno rispetta quando occorre. Tanto, alla fine, i numeri gli avrebbero dato ragione.
Ma prima di proseguire nel discorso, è giusto ricordare anche che non è vero che l’Italia non abbia mai avuto presidenti della Repubblica che non fossero di centrosinistra. Al Colle hanno risieduto liberali come Einaudi e rappresentanti della destra democristiana come Segni e Cossiga, ma anche capi dello Stato come Leone, eletto con i voti del Msi. La verità, quindi, è che, se al Colle sono salite in prevalenza espressioni di sinistra, è conseguenza del fatto che la destra, in quanto tale, non ha mai avuto i voti sufficienti da mettere sul tavolo per trattare da pari a pari con quegli avversari cui, più che al Paese, interessava il potere. E, checché se ne dica, i risultati di questa disinteressatissima caccia al trono continuiamo a pagarli ancora oggi.
La nuova partita per il Quirinale
Ora, invece, la situazione è mutata. La coalizione di centrodestra ha tanto i numeri quanto, come dimostrano i risultati conseguiti dall’esecutivo Meloni, gli uomini, la classe dirigente e le capacità per guidare il Paese da Palazzo Chigi e, se il popolo le rinnovasse il mandato, anche dal Colle. Per cui fa benissimo, guardando alle politiche del 2027, ad allungare l’occhio fino al 2029 per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. E che sia giusto lo dimostra il fatto che lorsinistri, oggi che temono di poter perdere, hanno cominciato a dare i numeri e a calpestare quella che pure definiscono «la più bella Costituzione del mondo».
Tant’è che dal Campo(santo) e dall’Anpi è arrivata la notizia «che il capo dello Stato deve restare una pedina del centrosinistra». Oddio, ma dove l’hanno letto? Nel Minculpop? Può darsi, non certo nella nostra Costituzione che, fino a prova contraria, è quella che conta. E il cui articolo 87 indica le funzioni del Capo dello Stato: «Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo». Che c’entra, allora, tutto questo con il centrosinistra?
Le trappole lungo la strada
Ma faccia anche attenzione a non cadere nelle trappole, numerose e suggestive, che avversari e finti amici porranno lungo la sua strada. Doveste essere voi a decidere, vi domando: quanti di voi darebbero una sia pur minima fiducia alle dichiarazioni a mezzo stampa di Vannacci, con le quali ha garantito di vedere bene la Meloni al Colle? E questo dopo aver votato, in ben sei occasioni diverse, «no» alla fiducia?
Ma soprattutto si ricordi che la compattezza e la solidità che hanno consentito a questo governo di ottenere i risultati conseguiti sono il frutto di un’alleanza per il Paese e non per il potere e che, per raggiungere quegli obiettivi, si muove all’unisono. Guai a fare spazio a chi arriva per rompere, cominciando a dire «no» in nome di interessi di parte.




