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Referendum costituzionale: taglio dei parlamentari e Democrazia un tanto al chilo

Nuccio Carrara - Sud - ilSud24
Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

Mentre l’Italia ha ben altro a cui pensare e ben altre gatte da pelare, avvolto da un silenzio assordante sta per arrivare il fatidico giorno in cui gli italiani dovranno pronunciarsi con referendum costituzionale (il quarto nella storia repubblicana) sul taglio dei parlamentari. Il 20 e 21 settembre saremo chiamati a decidere sulla riforma degli articoli 56, 57, e 59 della Costituzione che prevede la soppressione di 345 parlamentari. La vittoria dei Sì è data per scontata, ma se non si vuole gettare il proprio cervello nelle ortiche del conformismo e dei luoghi comuni, qualche riflessione è d’obbligo.

La riduzione del numero dei parlamentari è stata fortemente voluta dal Movimento 5 stelle ed è trasversalmente gradita ad altre formazioni politiche, ma, nonostante la sua popolarità, in parlamento non è riuscita a passare con la maggioranza dei due terzi (prevista dall’art. 138 della Costituzione) che l’avrebbe messa al riparo dal passaggio referendario.

Solo nell’ultima votazione alla Camera, dell’8 ottobre 2019, il quorum è stato superato grazie ai voti del Pd che, nel frattempo, si era trasformato in alleato dei suoi peggiori nemici ritrovandosi così al governo con i 5 stelle, «a sua insaputa» e dopo una pesante sconfitta elettorale. Era finito come d’incanto il reciproco, intenso scambio d’insulti ed era sbocciata un’appassionata relazione a base d’intenso amore per le poltrone. Chiara dimostrazione che perdere la faccia si può, ma non il potere.

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Nel testo originario della Costituzione (1948) era previsto un rapporto tra eletti ed elettori pari a 80 mila abitanti per ogni deputato e 200 mila per ogni senatore. Questi numeri furono il risultato di un compromesso dal momento che non esiste in natura una proporzione ottimale tra eletti ed elettori. In un’Italia di 45 milioni di abitanti, il parlamento della prima legislatura risultò quindi composto da 572 deputati e 237 senatori cui se ne aggiunsero 106 di diritto sulla base della III disposizione transitoria della Costituzione.

Nel 1963, con legge costituzionale, fu fissato in 630 il numero dei deputati e in 315 quello dei senatori eletti, cui si sarebbero aggiunti i senatori a vita: cinque nominati dal Presidente e della Repubblica e gli ex Presidenti della Repubblica. Se si vuole un termine di paragone, oggi la task force di esperti del Presidente del Consiglio è significativamente più grande del Senato e sfiora la metà dell’intero parlamento.

Se si confronta il parlamento italiano con quelli del resto d’Europa, si vede che attualmente l’Italia ha un deputato ogni 100 mila abitanti a fronte dello 0,9 di Germania e Francia. Se si guarda alla democrazia più antica d’Europa, la Gran Bretagna, si ha lo stesso rapporto dell’Italia, senza contare che qui la Camera Alta conta quasi 800 Lord.

Ogni democrazia parlamentare ha le sue assemblee legislative più o meno numerose e nessuna può pretendere di costituire un modello. È innegabile, però, che un minor numero di parlamentari costituisce inequivocabilmente una contrazione della rappresentanza popolare.

Comunque, l’idea di un dimagrimento del parlamento piace sempre, quasi si trattasse di curarne l’obesità con una dieta ritenuta, non si sa come, salutare per la democrazia. Molti pensano che un parlamento a ranghi ridotti funzioni meglio e sia più efficiente. Nessuna prova, ovviamente, può essere fornita al riguardo, ma l’asserzione ha un suo fascino sottile e rischia di condurre al numero ideale trovato da Churchill che, con ironia anglosassone, diceva testualmente: «La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato».

C’è pure chi pensa che riducendo il numero dei parlamentari diminuirà anche quello dei ladri, dei corrotti dei voltagabbana e di altre squallide categorie umane rappresentate in parlamento. Paradossalmente non pensano che i rappresentanti del popolo sono lo specchio dei vizi e delle virtù di chi li elegge e che la prima opera di risanamento morale dovrebbe avvenire tra gli elettori ancor prima che tra gli eletti. Ovviamente questo non si può dire, non è politicamente corretto. Come non si può dire che il tarlo della corruzione e del malaffare agisce meglio nelle assemblee piccole piuttosto che nelle grandi. Guardarsi allo specchio non è gradevole e si preferisce girarsi da un’altra parte.

Così l’opera martellante di discredito nei confronti degli eletti, tutti egualmente reprobi, continua inesorabile e non fa che contribuire a peggiorarne la qualità. La politica piace sempre meno e gli uomini e le donne di qualità si tengono a debita distanza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: le recenti crociate in nome dell’onestà – divenuta qualità politica in sé anziché essere considerata un semplice, seppure indispensabile, pre-requisito per qualsiasi attività umana – ci hanno regalato parlamentari e governanti che, nelle loro esibizioni giornaliere, hanno superato abbondantemente i confini dell’incapacità e del ridicolo.

Le ragioni ‘economiche’ del Sì sono forse più gettonate delle ragioni ‘etiche’ e sono riassumibili in un grido di dolore: la Casta costa!!! Nessuno però conosce il prezzo giusto. Tuttavia dovremmo avere un parlamento che costi tanto quanto basti, magari un tanto al chilo, secondo l’andamento del mercato.

Stando alla stima dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, la riforma produrrà un risparmio di 57 milioni l’anno. Come dire che potremo risparmiare l’equivalente di un caffè l’anno a testa. Ogni santo giorno, però, l’Italia che ‘ripudia la guerra’ spende una cifra di poco inferiore per la sua partecipazione alla NATO. Probabilmente, risparmiare un caffè l’anno comporterà maggiori vantaggi in termini di salute e di democrazia. Aveva ragione Gramsci a parlare di «cretinismo economico».

Infine, sfugge ai sostenitori del Sì che la Casta, ridotta di numero, diventerà inevitabilmente una sorta di Super Casta, sempre più lontana dagli elettori e soprattutto ancora più assente dai territori considerati, ai fini elettorali, ‘periferici’ e ‘marginali’ dove mancherà di fatto una vera rappresentanza politica, a prescindere da qualsiasi legge elettorale

A nessuno viene in mente che forse è tempo di ripensare dalle fondamenta la democrazia così come l’abbiamo conosciuta. La democrazia dovrebbe essere, innanzitutto, partecipazione e non limitarsi al voto popolare, che sostanzialmente è un atto di abdicazione del popolo ‘sovrano’ a vantaggio degli eletti cui viene affidata la vera sovranità ed il potere di decidere sui destini della Nazione

L’attuale parlamentarismo potrà essere superato solo trovando strumenti di partecipazione attiva e diretta che vadano oltre il semplice potere di eleggere i parlamentari. «La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino» diceva Moeller van den Bruck. Occorre essere popolo, una comunità organica, e non più un aggregato di individui, per meritare di avere un destino.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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