Elly Schlein rassicura: nel Pd non scappa nessuno. O quasi. Delrio e Picierno osservati speciali

Riformisti: le culture Dem non restino solo memoria

Il copione è quello delle giornate storte: minimizzare, sorridere, assicurare che va tutto benissimo. Così Elly Schlein, dopo il secondo addio nel Pd – quello di Marianna Madia arrivato dopo l’uscita di Elisabetta Gualmini – prova a convincere il partito, e forse anche sé stessa, che non è in corso alcuna fuga. A 36 ore dallo strappo di Madia, dal Nazareno parte la parola d’ordine: «Nessun esodo». Una formula buona per chiudere il discorso prima ancora di aprirlo. Il Partito Democratico, viene spiegato, resterà plurale, «orgoglioso» delle culture che lo hanno fatto nascere, ma senza rinunciare a un «orientamento chiaro e netto». Traduzione politica: tutti dentro, purché la direzione sia già decisa.

I riformisti e il gioco delle rassicurazioni

Il problema, come spesso accade nel Pd, non è il comunicato: è ciò che il comunicato prova a coprire. L’attenzione resta puntata sui riformisti, con Graziano Delrio e Pina Picierno indicati da fonti parlamentari come nomi da tenere d’occhio. Possibili uscite? Dal fronte della minoranza dem arriva il freno: la «casa madre» resta il Nazareno.

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La versione ufficiale è che nessuno stia preparando valigie. Anzi, l’addio di Madia avrebbe prodotto l’effetto opposto: non una diaspora, ma una stretta dei ranghi. «L’impegno comune di combattere nel Pd è più saldo che mai», afferma un parlamentare riformista. E ancora: «Madia ha aperto una emorragia, ma ha contribuito a compattare ulteriormente i riformisti. Ci sono posizioni, insofferenze, modi e caratteri diversi, ma nessuno progetta qualcosa al di fuori del Pd».

Dunque, l’emorragia c’è, ma rassicura. La ferita esiste, ma compatta. La crisi non è crisi: è solo un modo creativo per rinsaldare i rapporti interni. Nel frattempo, resta sullo sfondo il riferimento alle voci che indicano Delrio al lavoro su un soggetto politico di stampo cattolico e riformista. Indiscrezioni non confermate, ma sufficienti a rendere meno granitica la serenità ostentata.

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Schlein, le radici e il culto delle tessere

La risposta della segretaria non ha esattamente sedato gli animi. «Mi spiace sempre quando qualcuno decide di andarsene», dice Schlein, aggiungendo che «Madia è stata anche mia compagna di banco appena sono arrivata» alla Camera. Poi la rassicurazione: «Non penso ci sia pericolo di esodo» dal Pd, «continueremo a fare il nostro lavoro senza rinunciare ad avere un orientamento chiaro e netto».

E qui il clima si raffredda solo nelle intenzioni. Perché quell’insistenza sull’orientamento appare ai riformisti come l’ennesimo modo per dire: pluralismo sì, ma in fila ordinata. Meglio il passaggio successivo, quando Schlein, presentando un libro su Aldo Moro, richiama le origini del partito: «Il Pd continuerà a essere un partito plurale orgoglioso di tutte le radici culturali che hanno dato vita a questo nostro partito e noi continueremo in maniera inclusiva a cercare di costruire l’alleanza progressista».

Belle parole, naturalmente. Nel Pd non mancano mai. Il punto, per la minoranza, è capire se quelle culture siano ancora vive o se debbano limitarsi a fare arredamento storico. Un esponente riformista avverte infatti che non devono diventare «un apporto archeologico». Un altro rincara: «Mettere Enrico Berlinguer e Tina Anselmi sulle tessere non deve coprire le voci plurali che stanno nel Pd». Il riferimento è alle ultime tessere consegnate agli iscritti, con i volti dello storico segretario del Pci e della prima donna democristiana a ricoprire la carica di ministro. «La sintesi politica non è solo il culto delle ceneri, ma è interlocuzione e confronto con chi oggi fa il Pd».

Madia, l’addio annunciato e il nodo dei mandati

Sul «dispiacere» per l’uscita di Madia, almeno, tutti riescono a convergere. Una rarità, di questi tempi. Secondo fonti riformiste, però, lo strappo era nell’aria da mesi. Anche nelle ultime ore si sarebbe provato, attraverso un dialogo continuo con la diretta interessata, a evitare l’epilogo. Madia non era una passante del Pd. Militava nel partito fin dalla nascita: nel 2008 venne eletta per la prima volta alla Camera, capolista su indicazione dell’allora segretario Walter Veltroni. Da allora ha attraversato quattro legislature. La prossima, per lei, potrebbe essere la quinta.

Troppo per uno statuto del Pd che, salvo deroghe, prevede un limite di tre mandati parlamentari. Anche questo pesa sullo sfondo, mentre la segreteria prova a impacchettare il caso come incidente controllato. Nessun esodo, assicurano. Solo due addii, qualche malumore, un’emorragia definita compattante e un partito che continua a spiegare quanto sia plurale proprio mentre discute su chi possa ancora sentirsi a casa.

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