Covid-19 | Lo stato d’eccezione come costruzione creativa… ma anche di pensiero

«Cosa significa resistere? Soprattutto significa de-creare ciò che esiste, de-creare il reale, essere più forte del fatto di fronte a te. Ogni atto di creazione è anche un atto di pensiero e un atto di pensiero è un atto creativo, perché è definito soprattutto dalla sua capacità di decreare il reale». Giorgio Agamben

L’eccezione non è la regola, ma solo una imprevedibile ed imprevista condizione in cui la normalità viene meno. Ed il periodo del Covid-19 ha rappresentato l’imprevedibile ed imprevista eccezione. La proiezione di questa situazione si riflette e/o si insinua nella incapacità del potere di assolvere al suo compito: distribuire serenità. Non certo occasione per affermare un potere illimitato. Ove fosse così, di contro il potere che radica il conflitto permanente, se ridotto solo a prova di forza, afferma la logica vuota e nichilista di chi vuole impossessarsi dello scettro del comando senza spiegare alcunché, conquistare con colpi di mano senza seminare, parlare il linguaggio della retorica senza persuadere.

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Agamben, raffinato filosofo, ha invece immaginato di costruire prima col pensiero e poi con i fatti, che ne derivano, un’idea diversa della condizione umana in cui i diritti si qualificano da sè, come rilevanti e necessari momenti che forniscono materia affinché responsabilmente si elaborino risposte e soluzioni alle presenti criticità che ci circondano nel quotidiano.

Così Agamben ci orienta, in segno di operoso e civile incamminamento, oltre lo stato d’eccezione, verso nuovi luoghi in cui si vive il tempo della sfida per l’intelligenza, ovvero quel modo risolutore che conduce ad un’idea concreta di costruzione, in cui ritrovare la bellezza dell’intelligenza che si confronta con chi la pensa diversamente e che mira alla realizzazione di un’esperienza bella, coinvolgente, partecipata, gioiosa… perché come esperienza umana afferma l’idea del peccato che non ci ferma pur non facendoci stare in paradiso, ma che ci permette di costruire giardini in cui l’uomo coniuga bellezza e natura, rendendosi artefice dei frutti della creatività viste come opere d’arte, gesti costruiti per diffondere benessere esistenziale, sguardo lungo e pieno di coltivata speranza, così come tensione che spinge al meglio di noi e non alla visione di un frustrante istinto animale, che annichilisce come segno dei limiti del tempo non certo di seducente libidine che vorrebbe portarci verso qualcosa di misterioso e ignoto, ma come insulso luogo di scontro sterile.

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Agamben cerca di realizzare su questa terra l’uomo giardiniere che mira all’armonia progettando e realizzando, elaborando concetti e frantumando zolle per rendere la fertilità della natura come presupposto per dare i frutti: così il paradiso terrestre si conforma alla vitale spinta per l’uomo che realizza.

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