Iran, Giorgia Meloni: «Nessuna nave italiana nello Stretto di Hormuz»

La premier: intervenire sarebbe un passo verso il coinvolgimento

Giorgia Meloni chiude all’ipotesi di un invio di navi italiane nello Stretto di Hormuz, spiegando che una scelta del genere aprirebbe la strada a un coinvolgimento nella guerra. La presidente del Consiglio lo dice in televisione, su Rete4, e ribadisce una linea che Palazzo Chigi considera non negoziabile: l’Italia non entra e non entrerà nel conflitto.

La posizione espressa dalla premier conferma quanto già sostenuto nei giorni scorsi in Parlamento e si muove nella stessa direzione indicata dall’Unione europea. Il principio, già richiamato anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, trova piena convergenza pure da parte di Matteo Salvini. Il punto centrale, scandito da Meloni, è che intervenire a Hormuz «significa oggettivamente fare un passo in avanti» verso una guerra dalla quale l’Italia intende restare fuori.

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La presidente del Consiglio richiama anche un’altra priorità: la sicurezza dei presidi italiani nell’area. «Le nostre basi nel Golfo sono il mio primo problema», osserva, chiarendo quale sia oggi la principale preoccupazione del governo. Le sue parole arrivano mentre si aggravano le tensioni regionali e mentre continuano a emergere segnali di instabilità che coinvolgono direttamente aree dove operano militari italiani.

Le basi italiane nel Golfo e i contingenti ridotti

L’intervento televisivo della premier viene registrato proprio nelle ore in cui arrivano notizie di nuovi «detriti» che hanno colpito la base Unifil di Shama, nel sud del Libano, sotto guida italiana. L’episodio si inserisce in una sequenza già segnata dall’attacco a Erbil e da quello compiuto nel fine settimana contro la base in Kuwait. Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, si è trattato di «un atto di intimidazione al pari dei colpi riservati dall’Iran agli altri paesi del Golfo».

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Meloni ricorda che i militari italiani presenti nell’area «sono stati ridotti e sono rimasti quelli strettamente necessari a far camminare missioni», sottolineando che si tratta di missioni «importanti, contro il terrorismo, internazionali». La linea del governo, dunque, è quella di mantenere la presenza già esistente, ma senza ampliarla né trasformarla in un coinvolgimento operativo ulteriore.

Anche Tajani aveva spiegato che i contingenti restano, seppure «in forma ridotta», per «mantenere fede agli impegni presi». Il perimetro fissato dall’esecutivo è quindi duplice: da un lato onorare le missioni internazionali già in corso, dall’altro evitare qualsiasi iniziativa che possa modificare la postura italiana nella crisi.

I contatti con gli alleati e la spinta alla diplomazia

Sono ore delicate per il governo. La presidente del Consiglio resta in stretto raccordo con Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto, seguendo l’evoluzione dello scenario insieme ai principali partner internazionali. Tra questi ci sono anche i leader di Canada, Francia, Gran Bretagna e Germania, con i quali Meloni ha firmato una dichiarazione di «profonda preoccupazione» per l’escalation in Libano.

Nel documento viene chiesto alle parti di imboccare la via negoziale, con l’avvertimento che «un’offensiva di terra israeliana di rilievo» avrebbe «conseguenze umanitarie devastanti». È in questo quadro che la premier insiste sulla necessità di frenare l’escalation e di riportare il confronto sul terreno diplomatico. «Lavoriamo per fare in modo che la guerra possa terminare e possa tornare la diplomazia», afferma con tono rassicurante.

Già nei giorni scorsi Meloni aveva inoltre proposto agli alleati del G7 «un confronto con il Consiglio di cooperazione del Golfo», segnalando la volontà italiana di rafforzare il dialogo politico con gli attori della regione. La linea resta dunque quella fissata dal Consiglio supremo di difesa: l’Italia non può e non vuole partecipare alla guerra.

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